Massimo Volume - Intervista ad Emidio Clementi

Giuseppe Galato - 11.07.2008 testo grande testo normale

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In occasione della reunion dei Massimo Volume al Traffic di Torino abbiamo avuto modo di intervistare la voce della storica e seminale band, Emidio Clementi.

In occasione della reunion dei Massimo Volume al Traffic di Torino abbiamo avuto modo di intervistare la voce della storica e seminale band, Emidio Clementi.


D: Cosa vi ha convinto a riunirvi?
R: La proposta che ci ha fatto il Traffic. È una doppia data: da un parte c'è la parte più celebrativa che c'abbiamo molta voglia di fare, quella del 12, con i pezzi del repertorio dei Massimo Volume, però, nello stesso tempo, c'è anche l'opportunità di fare qualcosa di nuovo, che è la sonorizzazione de “La Caduta Della Casa Degli Usher”.

D: È stato Manuel (Agnelli) a coinvolgervi nel progetto?
R: La prima telefonata è stata con Manuel. Poi ci siamo sentiti anche con Campo, Gargarone, tutta l'organizzazione del Traffic. Però è Manuel che cura la produzione artistica di quella serata.

D: Pensate di fare qualcos'altro insieme dopo questa data o tornerete ognuno sui propri passi?
R: Non ne abbiamo idea. Ancora non ci siamo parlati. Ci siamo detti “vediamoci dopo Settembre, Ottobre e vediamo cosa fare”. Vediamo un po'.

D: Come nasce lo stile dei Massimo Volume?
R: Nasce dal fatto che siamo tutti dei musicisti autodidatti e dal fatto che comunque nessuno di noi sa cantare, tanto meno io. Quindi abbiamo fatto diventare i nostri limiti uno stile. Poi chiaramente è uno stile che nel corso degli anni si è anche evoluto. Sono abbastanza certo che oggi suoniamo meglio di dieci anni fa. Poi magari per strada abbiamo anche perso qualcosa. Però credo che parta tutto da quelli che erano i nostri limiti come musicisti. Ma è un po' quello che avviene in tutto il mondo del Rock. Infatti abbiamo scelto quella strada perché non avevamo un cantante. Poi, chiaramente, una volta che tu capisci che è diventato il tuo stile cerchi di affinarlo. Non lo vivi più come un limite, ma sicuramente è partito come un limite.

D: I testi recitati, più che in poesia in prosa, lasciano spazio in alcuni episodi di “Club Privè” al cantato. Come mai questa scelta?
R: La cosa che mi colpisce di più in un disco sono le voci. E quindi avevo voglia di misurarmi, anche perché eravamo arrivati al quarto disco, con qualcosa di diverso. Poi alla fine non credo che il tentativo sia riuscito fino in fondo. Comunque, anche di “Club Privè”, mi piacciono di più gli altri testi, da “Seychelles '81” a “Dopo Che”, “Pondicherry”. Quelli che erano più nella tradizione Massimo Volume.

D: Nei testi dei Massimo Volume ci sono personaggi e situazioni che ritornano di disco in disco.
R: Perché mi piacciono i ritorni. Anche da lettore. Mi piace ritrovare dei personaggi che magari appartenevano a un altro libro. Ci sono degli autori che più o meno hanno girato sempre intorno a quel mondo lì. E quindi mi piaceva che ci fossero dei rimandi tra un disco e l'altro, tra i dischi e i libri. Credo che poi nella mia carriera da scrittore ho cercato di mettere a fuoco anche altri stati d'animo, altri registri. Però è un'idea che mi è sempre piaciuta. Dedicare un pezzo a Leo, che era in “Lungo I Bordi”, e poi tornare a parlare di lui in “Club Privè”. È come quando si dice che alla fine si scrive un unico libro. L'idea che il mio mondo alla fine è un po' quello.

D: Il tuo mondo tra quelle mura.
R: Si, ma non solo in quelle mura. Diciamo “fino a dove arriva il mio sguardo”.

D: Varie volte ritornano anche delle date nei titoli delle vostre canzoni. C'è un motivo particolare, come l'urgenza di scandire un tempo?
R: La scelta era soprattutto perché mi piaceva fissarli in qualche modo alla realtà. Poi spesso sono stati anche degli espedienti. Se prendi il testo de “La Notte Dell'11 Ottobre” non ricordo se è stato esattamente l'11 Ottobre che ho fatto quel sogno. Però mi dava l'idea che ci fosse una base di, non tanto di verità, perché, quella lì, voglio dire, siamo nel mondo dell'arte, quindi puoi giocartela come vuoi, però che fossero dei testi ancorati alla realtà, rispetto magari a tanti altri testi, specialmente della musica italiana dove si ruota sempre intorno a quelle sette, otto parole che ricorrono. Mi piaceva che fosse qualcosa di diverso. Che poi, voglio dire, non sono nemmeno il primo che l'ha fatto.

D: Sulla qualità della musica che passa in Italia sui canali standard ci sarebbe molto da dire.
R: Non voglio nemmeno entrare in una polemica così sterile su quanto fa schifo la musica mainstream.

D: Come fu, ai tempi, passare ad una major, la Wea?
R: Il passaggio fu un po', diciamo, epocale, perché c'era stato il disco dei Nirvana, era uscito “Nevermind”, e quindi c'era stata in quel momento un'attenzione grossa da parte delle major nei confronti di quello che era il mondo Indie, il mondo della musica Indipendente. Allora la Wea fece un po' campagna acquisti. Non finimmo solo noi sotto contratto per la Wea. C'erano un bel po' di gruppi. Però poi, alla fine, sia da parte nostra che da parte loro, ci siamo resi conto abbastanza in fretta che nessuno aveva da guadagnarci nello stare insieme, perché loro non si rendevano conto assolutamente di quello che era il mondo nostro e a noi, effettivamente, ce ne importava anche poco di quello che era il mondo della Wea. E quindi poi dopo c'è stato il passaggio alla Mescal. Il primo periodo della Mescal è stato forse quello migliore a livello di casa discografica. O di situazione. Perché era una casa discografica che non era piccolissima ma nello stesso tempo non era la Wea o una grande major. Sembrava molto alla nostra portata.

D: Naturalmente la Wea lo faceva più che altro per una questione di marketing, di tornaconto economico, non certo con intenzioni artistiche.
R: Vabbe', assolutamente. Però quello non è che ci spaventasse tantissimo. Però l'importante era che loro, in questa idea magari di fare anche dei soldi con noi, capissero dove stavamo andando. Qual'era il nostro marketing. Invece non riuscivano a capirlo.

D: Oltre che musicista anche scrittore. Quand'è che hai iniziato a scrivere?
R: Ai tempi del liceo. Cose magari brevi, frammenti, qualche poesia, qualche testo. Però è vero che la prima volta che poi questi pezzi sono usciti fuori è stato proprio con i dischi dei Massimo Volume. Da lì, chiaramente, poi ho voluto sperimentare perché comunque stare dentro i tre minuti di una canzone non sempre è semplice, non sempre uno ne ha voglia. Avevo voglia di avere un respiro più ampio. Ho cominciato a scrivere dei racconti. Poi da lì il passaggio al romanzo non è stato scontato, perché comunque scrivere un romanzo è qualcosa di sicuramente più impegnativo anche dei racconti. Poi è stato un cammino che è andato un po' da solo. Però è stato molto importante cominciare a vedere soprattutto qual'era la reazione della gente, a vedere i testi che scrivevo buttati fuori, insomma, che non rimanevano più nel mio cassetto di casa. È stato un passaggio fondamentale.

D: Da dove trai ispirazione per quello che scrivi e sono cambiati nel tempo gli impulsi che ti spingono e spingevano a farlo?
R: Sono banale, ma ti dico dal mondo che mi circonda. Forse alla fine è quello che ti direbbe qualsiasi scrittore però, indubbiamente, quello che ti circonda. Non tanto quello che ti succede intorno ma lo sguardo con cui guardi quello che ti succede intorno.

D: Ascoltando i tuoi testi si avverte un'evoluzione nello stile. Cambi di punti di vista. Qual'é il punto di vista generale dell'Emidio Clementi odierno e come si è evoluto nel corso degli anni?
R: Non ho un punto di vista. Sinceramente non ce l'ho. Però sicuramente è cambiato. Credo che ci sia qualcosa, un nocciolo duro, che è rimasto lo stesso. Però bisogna fare i conti. Il tuo sguardo cambia nel corso degli anni. Ho 41 anni. Ho cominciato a scrivere le prime cose, i primi testi per i Massimo Volume, ce n'è qualcuno come per esempio “Ronald, Tomas E Io” che l'ho scritto che avevo 20 anni se non 19. Adesso ho una famiglia, ho una figlia. Le cose cambiano, insomma. E poi indubbiamente si cerca anche di andare avanti e di sperimentare delle cose nuove. Riesco a sentirlo meglio se guardo i libri che ho fatto. Però credo che siano poi alla fine anche abbastanza diversi l'uno dall'altro. Nell'ultimo libro, che ancora deve uscire, ho abbandonato anche l'io narrante. Credo che sia uno dei lavori più belli del mondo, alla fine, anche se non c'è mai una lira, quello di vivere con le idee che uno riesce a sfornare. Però poi uno ha sempre voglia di cose nuove per potersi affascinare, per poter continuare ad essere qualcosa di stimolante.

D: A proposito del voler scrivere cose nuove, ho letto che vorresti scrivere un libro di favole.
R: Vorrei tantissimo. Non è molto facile, ma prima o poi sicuramente. Sarebbe un bel regalo da fare a Nina. Vorrei farlo assolutamente. Anche con Metello (Orsini, ndr), che è stato uno dei chitarristi dei Massimo Volume. Lui è un bravissimo illustratore. Avevamo pensato di fare qualcosa insieme, lui con le illustrazioni, io con i testi. Ma bisogna trovare un po' di tempo perché poi son cose che ci vuole tempo anche per quello.

D: Però il primo album dei Massimo Volume è stato registrato in soli tre giorni, anche se immagino che i brani fossero stati provati e riprovati svariate volte.
R: Si, sicuramente siamo arrivati in studio che conoscevamo benissimo quello che dovevamo fare. Però è anche vero che oggi come oggi non so se faremmo una cosa del genere. Se ne saremmo capaci, poi! Perché siamo un po' più perfezionisti, siamo cambiati da quel punto di vista.

D: In un'intervista dici di scrivere con poca facilità.
R: Si, indubbiamente. È un sacrificio per me. Sono anche molto lento. Non scriverei né in un'isola deserta né per me stesso. Poi è una cosa che mi gratifica tantissimo quando leggo qualcosa che ho scritto, che magari c'ho anche faticato ed è una pagina che mi piace. Però sicuramente non c'ho la facilità di scrittura. Non ho mai scritto venti pagine in un giorno, come invece leggo che tanti scrivono. E li invidio.

D: Però la quantità non è necessariamente accompagnata dalla qualità.
R: Sono approcci diversi. Poi ognuno ha il suo modo. Alla fine bisogna vedere un po' il risultato. Certo, non conta nulla il fatto di quante pagine uno scrive in un giorno e non qualifica uno scrittore. Però ogni tanto li invidio, perché se penso che su questo ultimo romanzo ci sono stato dietro per tre anni e mezzo mi sembra un po' troppo tempo.

D: Che ricordi hai dell'occupazione del Pratello e di Radio Alice?
R: Di Radio Alice nulla, perché quando sono arrivato io a Bologna non esisteva già più. Quindi qualcosa dei ricordi di chi era più grande di me. Dell'occupazione del Pratello uno splendido ricordo. Sono stati anni molto belli. Poi alla fine tutto finisce. Io m'ero già stufato prima dello sgombero della polizia e andai via prima. Però sono stati anni veramente molto belli quelli. Molto formativi.

D: E cosa ne pensi dei centri sociali odierni? Credi che abbiamo ancora questa valenza formativa di cui parli?
R: Non credo. Mi sembra un mondo veramente molto in crisi. Non riesce più a produrre niente di suo. Mi ricordo i primi anni qui a Bologna, che c'era anche l'Isola Del Cantiere. Per vedere un certo tipo di musica dovevi andare ai centri sociali. Producevano della musica. Adesso non c'è più. Credo non ci sia stato nemmeno un ricambio generazionale. Però lo vedo veramente agonizzante come mondo. Poi magari si trasformerà in qualcos'altro.

D: Il titolo “Demo Nero” è dovuto al “White Album” dei Beatles?
R: Ma non è un nome che abbiamo dato noi. È che non c'era la copertina. Anch'io l'ho letto da qualche parte su internet.

D: Ho capito. Sono le solite speculazioni della stampa.
R: (ride). Tra l'altro io non ce l'ho nemmeno, non lo sento da tantissimo tempo. Perché poi, all'inizio, quando c'avevamo le cassette le facevamo girare per procurarci dei concerti. Le spedivamo a qualche locale. E poi, alla fine, non te ne rimane nemmeno uno. Non ho nemmeno il primo disco, “Stanze”, su vinile, cosa che mi dispiace anche un po' di più. Lì per lì, quando ce l'hai, ti sembra impossibile che poi non ne rimanga nemmeno una copia. Poi alla fine, invece, succede così. E chi ce l'ha non me lo vuole dare, perché poi adesso costa anche molto, semplicemente perché è raro. Costerà 3-400 euro. Però, dai, ce l'ho su CD, va bene lo stesso (ride).

D: Com'è nata la collaborazione con Alex Infascelli per “Almost Blue”?
R: Perché eravamo amici. Lui studiava a Bologna, poi è andato via, è tornato a Roma. Era il suo primo film e ci ha contattato. Siamo stati molto contenti di fare la colonna sonora. Il mondo del cinema è molto romano centrico, quindi è difficile entrarci, tant'è che è stata l'unica esperienza che abbiamo fatto. Però è un mondo dove si vedono più soldi, hai meno pressione addosso, perché comunque lavori in funzione di qualche altra cosa, lavori dietro quello che ti dice il regista. E la colonna sonora alla fine l'abbiamo fatta anche in un tempo relativamente breve rispetto a quelli che erano i tempi di un disco dei Massimo Volume.

D: E quella con Manuel Agnelli negli Agnelli Clementi?
R: Siamo amici, ormai da un bel po' di tempo, allora ogni tanto capita che qualcosa si fa insieme. C'è stato il viaggio in India, abbiamo portato in giro un po' lo spettacolo. Credo che alla fine ne succederanno delle altre, anche se non ci siamo detti niente. Sai, per gente che fa più o meno quel lavoro lì basta incontrarsi un pomeriggio e qualcosa si tira fuori.

D: Come vedi la scena musicale italiana odierna?
R: Sinceramente non ho esattamente il punto di quello che sta succedendo. Poi ci sono tante cose che mi piacciono. Mi piacciono i One Dimensional Man, mi piace Bugo, mi piace Marco Parente. Ci sono cose che mi piacciono, che però forse già appartengono alla generazione passata.

D: C'è Il Teatro Degli Orrori che viene dall'esperienza One Dimensional Man.
R: Si, infatti, anche Il Teatro Degli Orrori. Ho sentito il disco e m'è piaciuto. Bene, mi sembra. Mi sembra che gli spazi siano sempre pochi, che si fa fatica. Però alla fine mi sembra che di cose continuino a uscirne. Bisognerà farsene una ragione che lo spazio dedicato ad un certo tipo di musica è quello, è limitato. E bisognerà sempre fare altri lavori per potersi permettere di salire sul palco. Per esempio, incontrammo un ragazzo che mi ha accompagnato dalla stazione, in Veneto, e lui mi diceva “Ah, suono anch'io. Il mio sogno è quello di guadagnare i soldi che guadagno adesso lavorando come impiegato facendo la musica”. Dico, eh, vabbe', è quello che vorrebbero tutti. Poi c'è, senza fare i conti in tasca a nessuno, Manuel, i Subsonica, c'è gente che ce l'ha fatta. Ma son veramente pochi.

D: Come spazi qualcosa c'è, come il Mi Ami, a cui tu hai partecipato in un reading.
R: Si, però è sempre una scena non professionale. Nel senso che chi è che vive facendo esclusivamente quel lavoro? Pochi. Molto pochi. Ma poi alla fine anche in America per tanti è così.

D: Conosci gli Offlaga Disco Pax? Ho trovato molti punti in comune con i lavori dei Massimo Volume.
R: Si. Non benissimo, però ci conosciamo, ci salutiamo, restiamo a parlare. Chiaramente ci sono dei punti in comune. A mio avviso la poetica è abbastanza differente. Mi sembra che loro si rifacciano di più a quello che sono stati i C.C.C.P., comunque quella corrente socialista emiliana, mentre la nostra, mentre la mia è un po' più intimista. Però i punti di contatto ci sono. Se non altro per l'utilizzo della voce, indubbiamente.

D: Ascolti ancora ossessivamente “Wicked Gravity” di Jim Carroll?
R: No. Mi capita di metterlo sul piatto, perché è uno dei miei eroi. Però non in quella maniera, sicuramente (ride).

D: Tu sei a tutti gli effetti un uomo di cultura. Sei osannato dalla critica di settore. Eppure leggo che hai avuto una carriera scolastica non delle migliori. Allora l'istruzione canonica non è necessariamente utile in un processo di acculturazione?
R: (ride) A scuola non sono mai andato bene. Ho fatto cinque esami all'università, poi dopo erano nati i Massimo Volume, in più lavoravo. Non c'avevo tanto tempo per studiare. Si, non sono mai stato un allievo modello. E poi, a un certo punto, quando ho visto che pur studiando non è che andassi benissimo, mi piaceva di più il ruolo di quello che non studiava ma che se avesse voluto poteva essere il primo della classe. Ma in realtà non era così (ride).

D: “Lo studente è bravo ma non si impegna”.
R: In realtà anche quando mi impegnavo non è che ero bravissimo. Sono stati gli anni forse peggiori della mia vita. A pensarli anche adesso che c'ho 41 anni. Ma al di là della scuola. Forse ero messo male. Non trovavo una collocazione, niente, San Benedetto mi stava stretta. Tutto quello che c'è stato dopo è stato meglio.

Bhè, che dire. Il tempo ti ha dato ragione.

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