Silvia Gandini - 19.07.2007

I nord-irlandesi Ash si trovano ancora in tre per la prima volta dopo dieci anni e propongono un album-riassunto del loro passato.
Sarà il loro ultimo disco in formato cd?
Gli Ash arrivano al quinto album della loro carriera. "Twilight of the innocents" li vede nella loro formazione originaria, il trio, che esclude così la chitarrista Charlotte Hatherley.
I fan più radicali non l'avevano mai accettata fino in fondo e probabilmente non ne sentiranno la mancanza, come non sembra sentirla il gruppo stesso.
"Twilight of the innocents" non evolve il suono della band, non intraprende nessuna nuova strada, dà piuttosto l'impressione che l'obiettivo sia ripercorrere, in un percorso omogeneo, le strade già battute.
Nei primi tre pezzi, ad esempio, si può ascoltare il loro lato punk. "I started a fire", "Blacklisted" e il primo singolo estratto "You can't have it all" rimandano al punk a cui gli Ash ci avevano abituato, quello pulito e ordinato degli anni '90.
Questo disco era stato descritto da Rick McMurray (batteria) come un ritorno al pop dopo il precedente "Meltdown" (2004), caratterizato al contrario da un suono più duro; ma questi primi tre pezzi sembrano proprio resti dell'alternative-punk-rock dell'album precedente.
Il quarto brano, "Polaris", secondo singolo estratto, ricorda una delle prime etichette che era stata attribuita al gruppo, quella di band britpop, non per le caratterisriche in sé della canzone quanto piuttosto per le sue imperfezioni, che rimandano al pop "stile Oasis": le consonanti marcate, la melodia incerta, i versi che, troppo lunghi o troppo corti, sembrano non adattarsi perfettamente alla musica e creano così un contrasto di fondo.
Le tre canzoni che seguono, "End of the world", "Ritual" e "Shadows", rivisitano quella strada che nel 1996 aveva condotto gli Ash dritti all'apice del successo: la canzone leggera di "pure pop" che domina l'album "1977" (per internderci, canzoni alla "Girl from Mars", "Oh yeah", "Kung fu").
I tre pezzi che chiudono il disco, infine, hanno un'impronta più cupa e disperata, caratteristiche che contraddistinguono l'album "Nu-clear sounds" del 1998: "Dark and stormy", "Shattered glass" e "Twilight of the innocents" contengono, anche nei momenti più vivaci, una malinconia di fondo, data dalla musica quanto dalla voce e dai testi.
In "Shattered glass" Tim deve ricorrere alla colla per tenere insieme la sua mente: "My mind's like shattered glass / My skull is split in two / I'm staring at the pieces / I'm tryin to fix with glue"; in "Twilight of the innocents" si deve ripetere in continuazione "I'm still breathing, my heart's still beating" (forse per convincersene?).
In questo senso la struttura dell'album, il ripercorrere i propri passi, è interessante, e il risultato è un disco assolutamente piacevole, ma ben lontano dall'essere il "il punto più alto della nostra produzione sino ad ora", come l'ha definito lo stesso Tim Wheeler.
Le canzoni pop non raggiungono la semplice perfezione dei vecchi pezzi, quelle rock-punk non mancano di energia ma suonano già sentite, quelle più cupe non raggiungono i livelli dei brani di "Nu-clear sounds". Insomma, tutto è "come qualcosa già fatto in passato", solo "un po' meno" di allora.
Fra l'altro, gli Ash hanno dichiarato che questo è il loro ultimo album: non prevedono uno scioglimento, ma vogliono allontanarsi dal formato di lunga durata e far uscire le loro canzoni solo in digitale e singolarmente, come una serie infinita di singoli a sé stanti. Forse gli Ash sanno di essere sempre stati considerati (non del tutto a ragione) una "band da singoli", dove le canzoni dell'album fungevano da riempitivi alle hit di successo.
Se questo progetto funzionerà, non avremo più un disco degli Ash fra le mani, ma dopo l'ascolto di quest'album, ben fatto ma proiettato verso il passato, appare dubbioso e contradditorio che saranno proprio loro a rivoluzionare il mercato discografico internazionale.
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