Brett Anderson: esce il suo primo album solista

Silvia Gandini - 30.03.2007 testo grande testo normale

Tags: brett, anderson, suede, tears

Dopo lo scioglimento degli Suede e l'esperimento con i Tears, l'ormai quarantenne Brett Anderson pubblica per la prima volta un disco senza una band alle spalle e, come un vero debut album, lo chiama semplicemente Brett Anderson.

Brett Anderson è stato il cantante degli Suede dal 1989 al 2003, anno in cui il gruppo si è ufficialmente sciolto. Anderson, col suo fare androgino e distaccato, capitanava perfettamente l'ondata brit-pop che ha travolto l'Inghilterra e il mondo nella metà degli anni '90, insieme ad altri gruppi leader quali Oasis, Blur e Pulp.
Con lo scoccare del millennio la fama di tutte queste band è scivolata un po' nell'ombra, e i loro membri hanno tentato di riprendersi come meglio hanno potuto.

Brett Anderson ha provato a farlo riunendosi nel 2005 con un altro storico componente degli Suede, il chitarrista Bernard Butler, che aveva abbandonato il gruppo nel '94 fra le solite controversie e i consueti problemi di droga, e che è da molti considerato uno dei migliori chitarristi dai tempi di Johnny Marr. Insieme hanno formato i The Tears e pubblicato l'album “Here come the tears”, il cui titolo (“Arrivano le lacrime”) ha servito su un piatto d'argento battutine polemiche agli scettici. In realtà, pur non cambiando la linea artistica ed essendo quindi nient'altro che gli Suede sotto altro nome, il disco non era male.

Ora, Brett Anderson si è ri-separato dal collega Butler, per pubblicare il primo e omonimo album solista della sua carriera. Che, di nuovo, nient'altro è se non la naturale continuazione del precedente.
La vena glam che contraddistingueva i primi Suede era già stata gradualmente abbandonata negli ultimi 2 album della storia del gruppo, è diventata impercettibile nei Tears e, in quest'ultimo lavoro, è stata definitavamente sostituita da una più malinconico-nostalgica, a tratti depressiva.Br>
Abbandonati gli eccessi, nella musica tanto quanto nell'immagine (capelli corti e pettinati, guance un po' meno scavate) e nello stile di vita (si è sposato ed è diventanto papà), il pop che ne esce è ben lontanto da quello tagliente dello scorso decennio: è molto più melodico, più pacato, con tutte le accezioni che ques'aggettivo può avere, anche quelle negative. Nel senso che lo si può chiamare maliconico o triste (e lo è), lo si può chiamare maturo (e lo è), ma si può anche far notare come manchi di carattere e di energia, come sembri a tratti stanco.

Si inizia con Love is dead, il primo singolo estratto, che Brett aveva già presentato tempo fa in vari live. I vecchi fan si trovano quasi all'unanimità delusi riguardo al testo, riassumibile in: l'amore è morto, tutto va male, il traffico va veloce, la gente è di plastica... Erano in effetti stati abituati a parole di ben più alto livello, ma la musica (soprattutto grazie ai violini) salva il brano.
Seguono 3 pezzi mediocri ed eccessivamenti lamentosi, che fanno pensare al peggio: One lazy morning, Dust and Rain, Intimacy. Fortunatamente la situazione si sblocca con To the winter, forse una delle due canzoni più belle dell'album insieme a Colour of the night. Questa seconda parte del disco è sicuramente migliore, grazie anche a pezzi quali The more we possess the less we own of ourselves, Ebony e Song for my father.

Brett Anderson ha sicuramente perso un po' di grinta, ma dopotutto gli anni '90 sono finiti e dal brit-pop ci si è dovuti allontanare. Ciò che di sicuro ha serbato intatte sono la sua particolare voce, bellissima perché tremante, e quell'aurea romantica e disperata che circonda lui e le sue canzoni, anche ora che gli 'anni maledetti' sono (o dovrebbero) essere finiti.

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