Post-Punk 1978-84
Tommaso Iannini - 12.01.2007

Tags: post-punk, Simon Reynolds, libro
Il periodo post 1977 da sempre è uno dei più ricchi di novità della musica rock. Il saggio di Simon Reynolds ne ripercorre i punti cruciali elaborando anche delle proprie teorie.

Simon Reynolds è uno dei critici rock più quotati attualmente in circolazione. Primo a introdurre e codificare il termine post-rock (una dozzina di anni or sono in un articolo su The Wire), il giornalista britannico dedica un imponente saggio, che tradotto supera ampiamente le seicento pagine, alla musica anglosassone degli anni tra il 1978 e il 1984, con un'appendice per quella di altri paesi (tralasciando però l'Italia, una delle non molte lacune).
Il risultato è una monografia/puzzle dedicata al periodo, considerato dall'autore almeno di pari livello rispetto all'età d'oro degli anni Sessanta per risultati qualitativi e spirito riformatore. Per chi vi è cresciuto o ama gruppi come P.I.L., Wire, Talking Heads, Joy Division, Fall, Pere Ubu, Devo, insomma le crème della new wave britannica e americana, l'occasione è veramente ghiotta.
Nella traduzione italiana curata da Michele Piumini (e Anna Mioni) una parte del titolo originale dell'opera va perduto in favore di un più snello e conciso Post-punk 1978-84. Tuttavia la parte in questione la dice lunga sull'assunto di fondo dell'opera. Rip It up and Start Again: cioé più o meno 'straccialo e ricomincia di nuovo'.
Per decostruire a modo suo la ragion critica del movimento, Reynolds parte infatti dal presupposto che la pars destruens svolta egregiamente dal punk non fosse stata supportata da un'adeguata palingenesi artistica, svalutandosi così presto nell'ennesima formula commerciale. Per completare quella rivoluzione mancata, incompiuta, diventata in breve una vera e propria e reazione, si doveva costruire su fondamenta rinnovate davvero: ecco dunque il desiderio trasversale di rifondare la grammatica rock, e allargarne il vocabolario ai territori ancora da esplorare per farne una musica veramente moderna.
Urgeva quindi l'esigenza di interpretare il ritorno alla base - cioè il rock&roll dei Cinquanta e dei Sessanta - voluto dal punk (che qui esce in effetti ridimensionato rispetto al "dopo") come il punto di rottura e di sprone verso nuove direzioni, svincolandosi in fretta da quegli stretti parametri.
In ciò riallacciandosi all'art rock almeno nei presupposti, e alla ricerca di forme (il ritmo nero, la musica europea, i sintetizzatori o le tecniche dub) che si staccassero dal rock convenzionale e dal "rockismo" stereotipato, gli artisti giunti all'esordio discografico dopo il 1977 e altri come il reduce per eccellenza John Lydon cercano infine soluzioni estetiche e di linguaggio pertinenti a contenuti estremi, e soluzioni alternative nel campo discografico (le etichette indipendenti) e dell'oggetto disco (formati, copertine).
Non sfugge all'autore un aspetto, quello che lui stesso definisce "controcultura frammentaria": il post punk non è promotore di uno stile unitario ma di tante risposte diversificate alle essenziali domande di fondo. Perciò lo stacco tra i vari capitoli, dedicato ai singoli protagonisti oppure alle scene regionali o ancora, in alcuni casi, a imbastire delle vere e proprie "vite parallele" (Devo e Pere Ubu o, in modo ancora più palese, Wire e Talking Heads), è funzionale alla trasversalità della trattazione interna, frammentata necessariamente anch'essa ma snodabile lungo una serie di direttrici correnti, che gravitano intorno al nucleo dell'epoca come a quello del testo e alle motivazioni di entrambi, e soprattutto a un'ermeneutica approfondita che non sa per nulla di pedanteria.
La messa in luce degli strumenti e delle tecniche usate dai protagonisti è l'azione più stimolante del saggio, dacché Reynolds collega in modo accurato ogni scelta sonora ed estetica a una filosofia - talvolta una politica - di fondo, individuando in breve gli elementi più autentici di ciascuno, non per puro sciovinismo critico bensì per relazionarli a un contenuto attraverso la propria interpretazione: l'aneddotica è allacciata sempre all'assetto artistico e le minuzie tecniche servono per scavare a fondo e mettere in luce il doppio filo che lega, per esempio, l'ideologia dei Gang Of Four e il loro metodo "collettivista" nel comporre musica, lo sciame di onde assassine prodotte dal sintetizzatore di Allen Ravenstine dei Pere Ubu e le altre invenzioni soniche che hanno per sfondo decadenti città industriali (Akron, Cleveland, Manchester, Sheffield), i pugni sulla tastiera di Adele Bertei dei Contortions, le distorsioni avveniristiche usate dai Wire, la tecnica produttiva di chirurgia a freddo alla quale Martin Hannett sottoponeva la musica dei Joy Division - uno smembramento artico e maniacale della dinamica di gruppo e addirittura del singolo strumento come nel caso della batteria - o il lavoro di Brian Eno con i Talking Heads, lo stile chitarristico di Keith Levene dei P.I.L. e l'analisi minuziosa dedicata a Metal Box (scelta dei dodici pollici compresa), l'influsso del post-azionismo sui Throbbing Gristle e del Living Theater sulla new wave di San Francisco, il rapporto tra musica 'regressista' e liriche sferzanti e astratte nei Fall.
Qui lo scrittore utilizza frasi ad effetto dei musicisti e là paragoni icastici (il lavoro a maglia degli Young Marble Giants o il maoismo della Rough Trade) per sbozzare il materiale redatto scolpendone le prospettive: Reynolds delinea con i propri strumenti analitici - ricerca di risvolti sociali inclusa - la volontà di innovare, di reinventare le nozioni strumentali, stilistiche ed esecutive, di creare un contro-business musicale, e di superare la prassi del concerto dal vivo e del disco avvicinandosi all'arte performativa, testimoni le espressioni più divergenti come i robot di Monte Cazazza sul palco con i Factrix, le risse di James Chance o il laser disc dei Devo e le esibizioni multimediali di Residents e Tuxedomoon (eravamo pur sempre agli albori del videoclip).
Sempre lo scrittore sottolinea del post-punk la natura metamusicale (cioè riflessiva e critica rispetto alla musica proprio come la nouvelle vague per il cinema) e il continuo oscillare tra musica e anti-musica, tra l'arte e la sua contestazione; oppure le differenti elaborazioni dei vari soggetti nei confronti di analoghi stimoli, per esempio il modo indiretto di David Byrne di leggere le stesse ansie di Ian Curtis o John Lydon, o la divergenza parallela di dark e new pop nei confronti delle radici glam.
L'analisi giornalistica si mescola al piacere del racconto come in un'altra opera, che Reynolds cita in bibliografia: Our Band Could Be Your Life di Michael Azerrad, il volume dedicato ai gruppi alternativi americani degli anni Ottanta.
A proposito, la seconda parte dedicata a new pop e new rock contribuisce a certificare inoltre la specificità del termine post-punk rispetto al sinonimo new wave.
Dove punk sembra più il suffisso di post che il primo dipendere dal secondo: come se nel dopo, nel ripartire, risiedesse la vera ragione estetica. Anche senza avere una visione ottimista del futuro il post-punk lo cercava in maniera ossessiva ed è stata la sua caratteristica più originale.
L'ultimo bastione di un rock popolare di ricerca prima dei revivalismi meritava un'opera così complessa, ardita, e infine efficace. La mole del lavoro è impressionante e consigliamo la lettura con un supporto musicale; non essendo semplice supplire con la propria collezione personale data la quantità di artisti, a meno di non essere collezionisti del periodo o aver fatto incetta di ristampe, segnaliamo il compact disc indipendente dal libro che ha lo stesso titolo (quello originale) ed è pensato tra l'altro per accompagnare la lettura.
In conclusione il voluminoso volume (non è nemmeno tanto un gioco di parole quanto la verità) di Simon Reynolds è un approfondimento per i fanatici tanto quanto una guida alla scoperta di piaceri sconosciuti per i palati discografici che certi sapori non hanno ancora assaggiato.
Per gli appassionati il valore compenserà senz'altro il prezzo di copertina, il quale - è bene dirlo - può non essere basso per i ragazzi consumatori di musica. Sperando che ci sia ancora qualcuno tra le nuovissime generazioni che ami dedicare il proprio tempo a sonorità genuinamente "diverse" e non tristemente omologate.
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