Autodafè, la giovane casa editrice con una missione neorealista

Stefano Fornaro - 28.01.2013 testo grande testo normale

Tags: autodafè, casa editrice, cristiano abbadessa, neoreliasmo

Il loro scaffale editoriale non contiene né fantasy, né best seller, né trilogie romanzesche. Il loro unico obiettivo è la realtà sociale del nostro Belpaese, raccontata con qualità letteraria e nettezza di contenuti. Il loro nome è un curioso gioco d'incastro etimologico: Autodafè, "fatto da solo" e "atto di fede".

Autodafè è una nuova casa editrice sorta a Milano nel 2010. Con questo termine il fondatore, Cristiano Abbadessa, ha voluto sottolineare che non ci sono appoggi esterni e si dà voce ad autori che hanno fatto tutto da soli; si indica, altresì, la strada verso la fede nella letteratura di qualità, capace di risvegliarci dal sonno individualistico dei nostri tempi e interrogarci sulle trasformazioni della società italiana.
Autodafè s'è già fatta strada fra le impervie vie della produzione nazionale, a tal punto che quattro suoi testi editi sono stati presentati alla Fnac di Milano a ottobre 2010. Dopo questo primo successo, la piccola azienda editoriale s'è fatta conoscere al Festival della Letteratura. Fra i suoi libri più noti ricordiamo di Pervinca Paccini il romanzo Viola e i racconti di Vuoti a perdere; Lucertola d'Autunno di Fiamma Petrovich; Il destino, forse di Gabriele Damiani e l'attualissimo Le nausee di Darwin di Giordano Boscolo sulla depressione del trentenne laureato, in cerca del lavoro per cui s'è guadagnato il titolo.
Cerchiamo di cogliere attraverso la viva voce del fondatore di Autodafè i punti salienti della loro politica editoriale con uno sguardo al già lanciato progetto "Narrativo Presente", il cui regolamento è consultabile sul sito ufficiale.

Pubblicate testi di pregevole fattura italiana a metà fra novella, racconto e romanzo. Escluso l'ultimo potreste definirvi dei pionieri del ritorno alla narrativa breve di ottica neorealista o di realismo magico ? E fra le due correnti, secondo voi i vostri autori verso dove tendono maggiormente?
Grazie per il "pregevole".nel nostro catalogo, pur limitato, ci sono romanzi, un paio di raccolte di racconti e romanzi brevi ispirati a uno stile narrativo di tipo novellistico. Per l'ottica: alcune opere sono vistosamente di stampo neorealista, e credo siano la maggioranza; altre, minori di numero per precisa scelta editoriale, contengono elementi che rimandano al realismo magico. Direi che la linea editoriale, privilegia un approccio neorealistico, concedendosi qualche escursione in territori meno delineati e sensibili ad altre influenze

I vostri autori sono interessati a una critica giusta e ironica dell'Italia in crisi (specie dal punto di vista etico), potremmo definirvi una casa editrice "patriottica", che pubblica per aprire gli occhi su un reale troppo spesso trascurato?
Autodafé nasce come casa editrice che pubblica esclusivamente opere di narrativa attente alla realtà sociale dell'Italia contemporanea: una formula attraverso la quale si vuole favorire la riflessione del lettore, stimolandolo con la finzione letteraria, su temi che di norma vengono affrontati in chiave saggistica, offrendo analisi e risposte preconfezionate dall'autore. Non amo l'aggettivo "patriottico": direi piuttosto che abbiamo ritenuto di colmare un vuoto in una letteratura che spesso si arrovella nell'intimismo o guarda molto lontano, mentre ha perso il gusto e la voglia di narrare il presente di ciò che è vicino.

Se doveste costituirvi in associazione culturale cosa potrebbe cambiare per voi e pensereste mai all'apertura di un nuovo manifesto letterario?
L'idea di creare un'associazione culturale che affianchi la casa editrice, ci ha già solleticato varie volte. Ovviamente un'associazione è qualcosa di completamente diverso da una casa editrice. L'ipotesi di un'associazione, per come finora abbiamo pensato, non riguarda tanto la necessità di un manifesto letterario quanto l'assoluta urgenza di nuove forme e modalità di fare e diffondere cultura. In ambito letterario ci pare sufficiente la distinzione tematica che ci siamo dati; nel settore editoriale, invece, i rapporti tra soggetti (scrittori, editori, librai, lettori ecc) andrebbero profondamente ripensati e rivoluzionati. La scommessa associativa dovrebbe puntare su questo aspetto.

Vi concentrate dunque sulla reale condizione della borghesia, allargando l'osservazione ai soggetti marginali del nostro Belpaese ritenete che queste piccole e medie classi non abbiano sufficiente voce nel convulso mercato editoriale italiano?
Di protagonisti che si possano annoverare tra i "marginali" ce ne sono in realtà pochini, specie nei romanzi. Gli autori fotografano in prevalenza una realtà sociale alla quale appartengono: una piccola o media borghesia professionale, culturalmente attenta e partecipe, a prevalenza metropolitana. Una classe sociale in certa misura privilegiata, anche se non necessariamente dal punto di vista economico. Aggiungo che anche quando si indaga tra i "marginali", l'autore resta sempre un osservatore esterno, magari attento e sensibile ma appartenente ad altra classe e condizione. Sarebbe per noi molto interessante riuscire invece a dare voce a marginali veri; cosa che per ovvie ragion non è affatto semplice.

Geograficamente pare esserci un limite di distribuzione dei vostri testi, potrebbe diventare anche un limite di profitto? Al giorno d'oggi si può ancora parlare di un lavoro di gruppo editoriale artigianale?
Il limite non è geografico. Per problemi del mondo dell'editoria (concentrazioni dei grandi gruppi, controllo dell'intera filiera dalla produzione alla vendita da parte dei pochi colossi nazionali, crisi dei piccoli librai, inesistenza di una distribuzione nazionale indipendente, difficoltà di accesso alla grande comunicazione) una piccola casa editrice rischia oggi di rimanere pressoché sconosciuta, e i suoi libri quasi introvabili. La dimensione artigianale va benissimo per il lavoro di creazione e produzione; ma per la vendita questa dimensione non consente neppure di sopravvivere. Le uniche possibili soluzioni sono puntare su forme di sostegno e circolazione delle opere del tutto innovative (e qui mi riallaccio al discorso associativo) e cercare di organizzare una rete di editori indipendenti di qualità che possa contare su propri agenti e promotori, indirizzati a un circuito diffuso di librerie indipendenti.

Qualche parola sul vostro ultimo progetto Narrativo Presente, perché tale scelta?
Il progetto Narrativo Presente nasce per sperimentare una concretizzazione nuova della nostra filosofia narrativa, esplorando anche diverse forme di coinvolgimento del lettore e uscendo dalla produzione e dalla distribuzione tradizionale. Per i contenuti, il progetto si rifà alla nostra impostazione. La traccia fornita lascia maggior libertà interpretativa agli autori, serve per raccogliere ogni mese racconti caratterizzati da una precisa affinità tematica; la narrazione si fa in questo modo annalistica. La nostra ambizione è quella di lasciare una impronta tangibile attraverso la produzione letteraria: quando fra anni si rileggeranno i racconti pubblicati in queste monografie, il lettore postero avrà un quadro della realtà sociale e della narrativa di stampo neorealista della nostra epoca. Credo sia un'ambizione non da poco, ma la ritengo un obiettivo perseguibile.

Ogni obiettivo è raggiungibile se si ha fede in quel che si scrive e si produce, l'ambizione di Abbadessa è dunque un sogno, ma neanche troppo lontano. Scrittori esordienti e capaci di narrare in "bello stilo" la realtà difficile e decadente della nostra nazione, fatevi avanti, per le penne stilografiche c'è posto nel catalogo di questa artigianale, eppur competitiva realtà milanese.

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