Immenso come l'oceano, Moby Dick

Mario Vetrone - 18.10.2011 testo grande testo normale

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Un racconto d'ottobre, che trascina lontano dal nostro mondo, oggi più che mai. Il grande romanzo della balena bianca - dalle "dimensioni di un'isola" - e degli uomini che le diedero la caccia.

Il 18 ottobre del 1851 veniva pubblicato a New York Moby Dick, or The Whale, di Herman Melville (1819-1891), uno scrittore che fino a quel momento si era guadagnato una discreta fama con i racconti "avventurosi" derivati dalle sue peregrinazioni su navi militari e baleniere (racconti che per altro consigliamo vivamente al nostro lettore).

Il romanzo che apparve subito opera ostica non riscosse un immediato successo. L'azione è diluita in un oceano di immagini e descrizioni della vita della baleniera, il Pequod. A molti parve addirittura opera "oscura". Ma aldilà del gusto per l'enciclopedia - che in verità ha fatto di Moby Dick la prima opera "post-moderna" (qualsiasi cosa questo voglia dire...)-, il capolavoro di Melville contiene molti degli elementi che caratterizzarono la grande letteratura nordamericana dell'ottocento, e che Leslie Fiedler individuò magistralmente, portando alla luce quel tanto di anticonvenzionale e antisociale che queste pagine già contenevano.

Vogliamo ricordare, 160 anni dopo, soprattutto i personaggi di cui Ismaele - voce narrante - ci riporta le gesta. Il "buon selvaggio" Queequeg, il ramponiere sotto la cui pelle scura e tatuata si nasconde l'animo nobile di un principe, capace di atti di inaudito coraggio; ma anche qualcosa di più: il compagno di viaggio ideale, il lato selvaggio della vita oltre le mura di casa e le costrizioni di una vita secondo le regole della morale comune.
E quindi Ahab, ossessionato dall'idea di vendicare le sue ferite e di uccidere il leviatano. Molto si è discettato sul simbolismo racchiuso in questo dualismo.

Su questo piano per la verità ci viene incontro lo stesso Melville con gli elenchi etimologici che aprono il libro dove però tracce poetiche, religiose e scientifiche si combinano; esse costituiscono i puntelli sui quali si incardinava l'ampia e complessa cultura dello scrittore americano.

Complessità che Cesare Pavese vide, traducendo in italiano Moby Dick per la prima edizione del 1941. Nella sua prefazione gli aspetti biblici paiono comunque resistere a tutta la zoologia profusa nelle lunghe pagine. Questa lunghezza e complessità ha fatto del romanzo, nel corso del xx secolo, presso la classe intellettuale newyorchese, una specie di feticcio. Un fatto che è ironicamente evidenziato dalla battuta sull'argomento di Woody Allen nel suo classico Zelig e da qualche altra citazione letteraria qua e là nei suoi film.

Ray Bradbury coadiuvando John Huston nella stesura della sceneggiatura di quella che rimane la più nota versione cinematografica del romanzo, forse per assecondare la pulsioni religiose del regista, e anche per trovare una chiave di lettura che permettesse di condensare per il grande schermo quella narrazione così dispersiva per lui (ma verrebbe da dire, così "letteraria"), diede ampio risalto a questi elementi biblici, ai sermoni, ai segni premonitori, e quasi inventò quel finale spettacolare. Questo non solo ha portato il film fuori dal vero spirito del romanzo (il che sia chiaro è lecito, tanto più che anche il film ha un suo valore), ma ha pure abbandonato negli oceani melvilliani momenti altissimi, in cui il lettore troverà emozioni e delizie.

Un romanzo dunque in cui perdersi, dove il Pequod in balia dei flutti e della volontà del suo tempestoso comandante, ci sembra un piccolo mondo alla ricerca o alla deriva nell'infinito e ignoto mare della vita.

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