Hannah Arendt. Il male nella storia

Mario Vetrone - 29.01.2011 testo grande testo normale

Tags: arendt, giornata, memoria, nazionalismo

Il 27 gennaio viene celebrata la Giornata della Memoria. In questo giorno scuole e enti vari si occupano di raccontare dei misfatti del secolo scorso. Non è banale, né scontato continuare a parlarne.

Nel 1961, Hannah Arendt, fu inviata dal giornale The New Yorker a Gerusalemme per seguire il processo ad Adolf Eichmann, ritenuto uno dei massimi responsabili della catena di morte che aveva portato tra la fine degli anni trenta e il 1945 milioni di ebrei a perire nei campi attrezzati per lo sterminio, e non solo.
Nel 1963 venne pubblicata una prima edizione del testo intitolato Eichmann in Jerusalem, e che tutti noi conosciamo con il più "filosofico" titolo delle edizioni Feltrinelli, La banalità del male. Comunque sia, si tratta di una pietra miliare, forse uno spartiacque, nel campo delle divulgazione storica circa il destino di milioni di persone di origine ebraica (senza mai dimenticare, certo, l'ampia quota di appartenenti ad altre categorie umane ritenute inferiori).
Rileggere questo testo, aldilà delle occasioni, rappresenta un momento utile a dissipare in noi e soprattutto nelle nuove generazioni alcuni dubbi e le perplessità, visto l'abbondare di "revisioni" messe in campo da quelli che non si dovrebbe esitare a definire dei ciarlatani. Inoltre queste pagine fanno luce su un meccanismo truce e nel suo insieme "banale"; tale è la ricorrente giustificazione di personaggi come Eichmann, ligio esecutore degli ordini di Heinrich Himmler e dell'incarnazione divina della nazione, il Führer. Si è visto invece il pallido incarnato della morte trionfare e poveri burocratici escamotage linguistici per attuare una procedura di sterminio di un popolo. Un popolo nel popolo.

Eichmann viene acciuffato in un sobborgo di Buenos Aires l'11 maggio del 1960 da agenti del servizio segreto israeliano, portato a Gerusalemme, quivi processato e condannato alla pena capitale (eseguita il 31 maggio 1962); ogni cosa avviene secondo una direzione puntuale, quella del capo dello Stato d'Israele, Ben Gurion.
Secondo la Arendt, pur permanendo tanti i punti oscuri nella vicenda e il sostanziale giudizio di disumanità e correità, Eichmann si presenta sulla ribalta mediatica del dopoguerra come una figura minore, dimessa, difesa tra l'altro da una specie di azzeccagarbugli.
Le carte del processo, le prove, le memorie, gli studi effettuati da illustri accademici sull'apparato nazista (l'organizzazione delle famigerate Einsatzgruppen, e più in generale la struttura amministrativa delle SS), costituiscono il materiale sul quale la Arendt costruisce la sua fondamentale testimonianza. Di suo, attraverso una prosa vivace e quasi giornalistica, ci mette la formulazione di valutazioni e giudizi, che sono l'aspetto più coinvolgente di questo scritto.

La Arendt non fa sconti nella considerazione dell'operato umano, scellerato e globale. Un cataclisma universale in cui ogni minuzia sul piano dei fatti può equivalere a diecine di migliaia di morti ammazzati nei modi più vari. Chiama i popoli coinvolti e non solo i dirigenti alle loro responsabilità; tutti, uno per uno, al cospetto di un tribunale ideale.
Chiarisce fatti sull'attività degli sterminatori dei paesi che assecondarono la volontà tedesca di rendere l'Europa – e forse il mondo – judenrein. La Francia di Vichy, le dittature romena e ungherese, in particolare, mostrarono un animoso antisemitismo; ma si apre anche uno squarcio sul collaborazionismo ebraico, sulle ambiguità dei sedicenti movimenti sionisti e delle chiese. Ma soprattutto chiama in causa il popolo tedesco e non tace le sue responsabilità di fronte una colpa così grande.

La banalità del male, ma anche l'inesauribile orrore. In occasione della Giornata della Memoria (27 gennaio del '45, data dell'abbattimento dei cancelli di Auschwitz) per le vittime dell'olocausto, le ombre s'addensano ancora offuscando il nostro sguardo sul mondo e sull'uomo. Anche le più tiepide e ponderate rivalutazioni storiche della feroce contrapposizione tra due schieramenti durante la Seconda guerra mondiale, dovrebbero sempre tener presente scritti come questo, su una tragedia che ha ferito profondamente, forse in un modo che non ha precedenti, i valori positivi che pure erano parte del sentire comune, in Europa e non solo.
La parabola del nazismo dimostra come populismo e nazionalismo siano due agenti di quel veleno che ha intossicato il secolo scorso. Un male che è sempre in agguato.
Non c'è nulla da riscrivere, dunque, ma tutto da tramandare.


Nota sull'Autrice:
Hannah Arendt, nata a Linden in Germania nel 1902 e morta a New York nel 1975, è stata filosofa e storica, cresciuta alla scuola di Heidegger e Jaspers; docente universitaria negli Stati Uniti, ha scritto numerosi saggi che hanno come oggetto di indagine lo sviluppo dei grandi totalitarismi e il rapporto tra politica e vita, individuo e massa.

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