Gianfranco Franchi, letterato a Monteverde

Antonio Benforte - 10.09.2009 testo grande testo normale

Tags: gianfranco franchi, intervista, monteverde

Intervista ad un autore originale e promettente, "per sangue giuliano, romano e istriano, per cittadinanza monteverdino (vecchio)".

Giovane, classe '78, e talento da vendere. Gianfranco Franchi è un vulcano di idee, in continua eruzione.
Un letterato puro, da sempre nel mondo dell'editoria. Attualmente lavora come consulente per vari editori, ma non solo: lui è anche Lankelot, per gli amici e per tutti i frequentatori del portale letterario da lui fondato, lankelot.eu, tra i più noti d'Italia.
Dopo due libri di narrativa pubblicati con Il Foglio Letterario, il salto a Castelvecchi, con un romanzo dal titolo Monteverde: come il quartiere in cui il nostro è cresciuto.

Antonio Benforte: Perché Monteverde?
Gianfranco Franchi: Perché non è soltanto un quartiere: è uno stato mentale. Significa guardare l'eterna distesa, dal balcone di Roma, il Gianicolo; significa vivere Roma come fosse una cittadina di provincia, a misura d'uomo, estranea al traffico, tra due polmoni verdi come Villa Sciarra e Villa Pamphili; significa restituire al ricordo dei cittadini artisti come Pasolini, Bertolucci padre e figlio, Morricone, Rodari, Gadda, Caproni, tutti monteverdini doc. Monteverde è la Roma che non ti aspetti: quella rimasta paesana e scanzonata, comoda e semplice, poco turistica e molto vivibile. In altre parole, "non Roma": ex frontiera di Roma per l'Etruria, Monteverde è un quartiere incantato, popolato da artisti e da borghesi. È una grande fonte di ispirazione: uno dei segreti, romantici microcosmi della città.

AB: Quando è nato questo romanzo, e perché?
GF: Nel 2007, subito dopo aver scritto Pagano, il mio secondo libro di narrativa, ho deciso di completare la mia trilogia dell'identità scrivendo una raccolta di 47 pezzi (47 sta per: morto che parla) che fosse compatta come un romanzo. È nato "New Order", diventato poi Monteverde. Volevo fosse uno spaccato grottesco delle condizioni di un umanista del nostro tempo, dei suoi stravaganti e imprevedibili ruoli, dei suoi amori e delle sue appartenenze; assieme, volevo fosse un viaggio bizzarro nei sentimenti, nella musica, nel calcio, nella casa, nel mondo del lavoro. Mi piaceva l'idea di dare spazio e luce a diverse cose (legate alla musica, al calcio, alla casa, agli amori e al lavoro) che pochi nominano, e nessuno racconta in narrativa. Questo è il libro degli zerbini, dei pianerottoli, degli ombrelloni e dei catafalchi; delle b-side e della musica da supermercato o da ascensore; dei medici sportivi e dei pallonari locali, calciatori o cronisti; dei tirocini e dei lavori notturni; degli amori finiti male e di come parlino due amanti a fine rapporto. È un bel giocattolo.

AB: A chi si rivolge?
GF: Ai letterati, come sempre. E ai lettori forti. E a tutti quelli che hanno vissuto o vivono in questo quartiere. A chi crede che in casa ci siano tanti oggetti che parlano, agli innamorati dell'alternative rock e dell'indie rock, ai vecchi tifosi della Roma, a chi sospetta che della mia generazione non sia stato detto tutto. A chi apprezza la narrativa italiana, a chi crede debba e sappia essere altro da quella americana, egemone. Infine, a chi sa che un gatto può parlare. E dire la verità.

AB: Quanto c'è di autobiografico in quello che racconti?
GF: C'è un fenomeno che mi incuriosisce molto. Buona parte della critica ha scritto che certi racconti erano onirici o surreali, quando invece erano i più autobiografici di tutti; al contempo, mi sembra che abbia giudicato altri pezzi autobiografici, quando non si trattava d'altro che di invenzioni pure o di alterazioni di esperienze di altri. Non so dirti dove sia la verità. Io mi sento autobiografico anche quando ordino un caffé, e quando saluto qualcuno per strada. Ho tanta fantasia ma si vede che oggi sembra tutto reale o realistico, anche che siano gli istrici a parlare, tutto a un tratto. È strano, ma credo spieghi molto del nostro tempo. C'è una certa renitenza alla razionalità. Interessante.

AB: Qual è la parte del libro a cui sei maggiormente legato?
GF: I lettori, gli autori amici e la critica hanno ribadito che "Catafalco", nella sezione "Casa", è il pezzo che rimane più impresso, in assoluto. Mi fa piacere. A me piacciono molto la storia dell'incontro con l'eminenza grigia dei Radiohead, Jon Butcher, e la strana vicenda del fusillo, in apertura. Per dire. Non so, a distanza di due anni dalla stesura molte cose sono cambiate... ti dico, oggi sono felice di aver scritto questo libro perché ho la sensazione che potrà avere, per diversi aspetti, valore documentaristico, un giorno. Parlerà della mia generazione, dei suoi guasti, dei suoi media, delle sue tecnologie, dei suoi oggetti, del suo rapporto con il calcio, delle sue esperienze lavorative, e spiegherà cosa c'era di sbagliato, e cosa c'era di bello. Cosa andava e cosa no. Cosa avevamo perduto e cosa sognavamo. Magari qua e là strapperà anche due risate, e alè.
Comunque, sì, dimenticavo. "Frontiere" è il mio pezzo preferito. Là spiego parecchie cose, e parlo di un popolo sparito nel nulla, rimosso dalla memoria italiana dopo neanche sessant'anni, e del senso della letteratura – e della mia adesione assoluta alla letteratura.

AB: In questo periodo sei molto attivo. Oltre a Monteverde, ci sono altri progetti in libreria e altri in cantiere. Ce ne parli?
GF: Radiohead. A Kid è uscito pochi mesi fa per Arcana. Si tratta di uno studio organico di tutti i testi di Thom Yorke, scritto nel 2008. Sta andando molto bene, ho ricevuto parecchie lettere dai fan della band – mi sembrano contenti del libro, e per me è una gioia. Ne è emerso uno Yorke molto diverso dalla vulgata, tutt'altro che malinconico e depressivo: è un combattente, un gran padre di famiglia, un idealista e un lettore feroce e generoso. Un attivista politico prestato alla musica, un letterato prestato al rock. Un'icona borghese e postmoderna.
Nel 2009 ho curato una divertente e spero spiazzante antologia sull'Altro viaggio in Italia. Dal Cinquecento al Duemila per Il Narratore; è un audiolibro. Avrei voluto scrivere uno dei due romanzi che ho in testa da due-tre anni, e invece mi sto ritrovando a scrivere un libro di narrativa assurdo, bizzarro, stravagante. Vediamo un po'. Mi sto divertendo a scriverlo, e questo conta.

AB: Ultima domanda, a metà tra la letteratura e lo sport. Una delle parti in cui è diviso il tuo libro è dedicata alla Magica: la Roma. Come pensi andrà questo campionato?
GF: Finché la famiglia Sensi sarà padrona della Roma, e finché Totti sarà il capitano – a cinque milioni di euro e rotti di ingaggio, a 33 anni, con richiesta di contratto quinquennale alle stesse cifre o quasi, si dice... - io non tornerò più allo stadio. Rosella Sensi – a quanto pare – ha venduto pure sia Trigoria che il marchio della Roma. Come si fa a sostenere una dirigenza del genere? Un ciclo è finito, da un pezzo. Speriamo di salvarci, speriamo in un campionato dignitoso, speriamo in una nuova presidenza. Sono molto perplesso, e un po' pessimista. Forza Roma sempre e comunque, però... qualcuno ci liberi da Rosella, prima che ci mandi in B.

Titolo: Monteverde
Autore: Gianfranco Franchi
Editore: Castelvecchi
Anno: 2009

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