Nuove voci: Filippo Bologna. Il fronte interno

Mario Vetrone - 04.09.2009 testo grande testo normale

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Tags: toscana, globalizzazione, bologna, cremona

Come ho perso la guerra è il primo romanzo di Filippo Bologna e si piazza tra gli esordi più importanti di quest'anno.

Federico Cremona ha perso tutto, non è un mistero. Ha perso il privilegio che la sua famiglia ha detenuto per secoli. Ha perso la sua donna. Ha perso la sua guerra contro le nuove forme della modernizzazione. Le sue terre, le chiare e fresche acque, sono adesso in balia di orde affamate di disinibiti imprenditori, investitori russi in un codazzo di donne e faccendieri e artisti organici venduti. Discendente diretto del dispotico Terenzio Cremona, egli ci ha provato, ma alla fine ha dovuto pagare un prezzo altissimo. Però, ciò che ha rappresentato un costo per lui e per i pochi che s'attardano su idee rivoluzionarie, per tutti gli altri è stata messe, e ora questi, emancipati da atavici stenti in quelle terre pur sempre favolose, si accalcano senza giogo a una mangiatoia non si sa quanto bassa. La domanda che Cremona/Bologna si pone è fondamentale: possibile che il seme del "progresso" (o come sarebbe meglio dire, distinguendo pasolinianamente, dello "sviluppo") debba essere per forza quello tossico degli Ottone Rosai (imprenditore analfabeta e ricco d'inventiva) e della sua cricca (potere politico compreso, potere rosso a quelle latitudini)?
La domanda è tanto forte, l'opera è tanto radicata che quasi ne fosse un'appendice, qualche polemica è montata al seguito della risonanza avuta dal libro e dal suo autore. Il paese in questione è San Casciano dei Bagni, le grandi terme sono nel romanzo l'oggetto del contendere (di un contenzioso – chiaro – che nei fatti non s'è visto). Naturalmente chi amministra in nome del popolo non esita a usare la parola "progresso", ricordando al Bologna che, noblesse oblige, certo, e che ai tempi dei suoi nonni la fame da quelle parti spopolava. Il nostro ci fa la figura di un redivivo Alighieri astioso e reazionario. "Ma io non sono un Savonarola", si difende, "Io voglio risposte" (vedi intervista nel programma di Serena Dandini).
Chiaramente il libro ha altri motivi di interesse. Non solo le tematiche senz'altro "attuali"; ma anche e soprattutto struttura e forma.
Le pagine scivolano via in brevi capitoli messi uno dietro l'altro come fossero ritagli, flashback, che spesso e volentieri scavalcano i decenni, recuperano generazioni, setacciano una vena che col tempo e le epoche è andata tramutandosi. L'ordine temporale degli eventi è superato in favore dell'urgenza espressiva evidente, e felice, che dà luogo a una scrittura densa, una narrazione ricca di spunti e contorsioni, che sul piano stilistico rivelano la personalità fatta di un autore esordiente; nell'uso di un ampio spettro lessicale, di un sostrato dialettale toscano non si avverte fatica né paludamento.
Miscelare storia familiare, storia interiore, aspetti scottanti della realtà, rimanendo sempre ben ancorati alla realtà meglio conosciuta: Bologna riesce a dare a questo libro un suo spessore. Sarà perché qui un piede resta saldo nel passato, ma sono queste le caratteristiche che a ben vedere connotano la più importante produzione letteraria del nostro novecento.


Titolo: Come ho perso la guerra
Autore: Filippo Bologna
Editore: Fandango Libri
Anno: 2009


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