Ultimi o primi, i soli e vinti di Sillitoe continuano a correre

Roberta Ranaldi - 02.09.2009 testo grande testo normale

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Tags: Sillitoe, Alan, Maratoneta, solitudine

Uomini soli ma non disperati corrono tra le pagine di Alan Sillitoe.

"Eccomi qua, dunque, ritto sulla soglia in maglietta e calzoncini, senza neanche una crosta di pane secco nelle budella, che guardo i fiori coperti di brina ai miei piedi. Credete forse che questo basti a farmi piangere? Niente affatto. Non mi metto certo a frignare perchè mi sembra di essere il primo uomo sulla terra. Mi sento cinquanta volte meglio di quando sono rinchiuso lassù in quel dormitorio con altri trecento ragazzi come me. No, sono le volte in cui me ne sto là con l'impressione di essere l'ultimo uomo sulla terra che non mi sento troppo bene. Mi pare di essere l'ultimo uomo sulla terra perché penso che tutti quei trecento dormienti alle mie spalle sono morti."

Così parlava un Angry Young Man degli anni Cinquanta attraverso l'abile penna di Alan Sillitoe (1928): una voce che ancora oggi si diffonde nitida e cristallina come l'urlo di battaglia e disperazione di tutti coloro che si sentono soli per qualche ragione, che sia per l'incolmabile diversità con il prossimo o per gli eccessivi torti subiti dal mondo. Così pensava un ragazzo dei sobborghi di un'Inghilterra dal volto sofferente e povero, mentre corre la sua maratona, durante la quale quello che pesa davvero non sono i chilometri, la fame e la fatica, quanto la rabbia e il rancore e in cui i veri avversari non sono gli altri maratoneti ma il riformatorio e i suoi rappresentanti, "il panciuto direttore dall'occhio bovino", "il panciuto deputato dall'occhio bovino" e via dicendo.

Il maratoneta di La solitudine del maratoneta di Sillitoe è un vinto per scelta. Pur avendo "la distanza" nelle gambe e una innata propensione alla corsa, non ha nessuna intenzione di "vendere" il suo talento per la soddisfazione dei suoi carcerieri o per l'effimera sensazione di sentirsi primo per una volta. La solitudine e il vortice dei suoi pensieri lo allontano dalla realtà del riformatorio, da una libertà negata, accettata come un dato di fatto, come una parte inevitabile del percorso di un ultimo che per farsi posto al mondo ha bisogno di sgomitare con forza e correre senza guardarsi mai alle spalle.

La solitudine e il senso di sconfitta per Sillitoe non hanno età e non hanno sesso e sono il filo conduttore di tutti i racconti della raccolta La solitudine del maratoneta, pubblicata per la prima volta nel 1959 e riedita in Italia da Minimum Fax a gennaio 2009, nel cinquantesimo anniversario della sua prima uscita. Solo è il giovane maratoneta del riformatorio in La solitudine del maratone, ma anche l'operaio con una moglie meschina e sfaticata in La disgrazia di Jim Scarfedake, il bambino che assiste ad un quasi-suicidio nel cortile di casa senza rimanerne sconvolto in Sabato pomeriggio.

Nonostante l'oggettiva tristezza e malinconia delle vicende narrate da Sillitoe, quello che emerge non è la disperazione o lo scoramento. Prevale un senso di rassegnata solitudine, una sottile rabbia. La partita è difficile e non ad armi pari ma viene giocata con onore e coraggio, attendendo con pazienza una sconfitta, che, prima poi e attraverso differenti manifestazioni, arriverà. La reazione dei personaggi è composta e non cade mai nella disperazione. C'è rabbia, ma non nel senso “latino” del termine: si tratta piuttosto di sdegno e stizza, che si manifestano con una smorfia sul viso, un ghigno o con uno sguardo sbieco. La collera e l'ira sono per chi ha torto, per quelli che hanno sbagliato o hanno barato e per questo hanno vinto. I vinti, quelli veri, di Sillitoe hanno provato le stesse sensazioni, ma le hanno dominate e accettate con dignità ed eleganza. Sono capaci di guardare in faccia dolorose vicende di un passato più o meno lontano con il distacco di un cronista.
Il risultato è un quadro estremamente reale di un'Inghilterra post bellica, di una classe operaia che arranca quotidianamente. Un quadro che può essere contemporaneamente in bianco e nero e a colori, il ritratto del passato e del futuro, di un luogo che potrebbe essere ovunque e i cui protagonisti potrebbero essere chiunque. La straordinaria attualità dei temi e dello stile risiede essenzialmente nell'aver trattato la solitudine dell'uomo, come una sensazione assolutamente normale, una parte dell'esistenza, parimenti alla nascita e alla morte. La dimostrazione di ciò è il fatto che ci si può sentire soli in un parco divertimenti, così come in un carcere sovraffollato, accalcati in metropolitana, in un cinema di fronte al più romantico lieto fine. E' il senso di solitudine o forse la sua paura che porta alla ricerca delle amicizie, dell'amore. E poi la rabbia che insorge quando qualcosa irrimediabilmente va storto. La rabbia, il motore di tutti i giorni, che non lascia che tutto si fermi intorno al dolore e alla rassegnazione. La stressa rabbia che non sembra essersi assopita in un cinquantennio di storia che ha cambiato il mondo e gli uomini, ma non li ha resi per questo meno soli. Soli e arrabbiati. Ma non per questo domi. Sempre in piedi, con il fuoco negli occhi, sguardo alto e pugni stretti, mentre le gambe da maratoneta corrono in un fiume interminabile di pensieri.

Titolo: La solitudine del maratoneta
Autore: Alan Sillitoe
Editore: Minimum Fax
Anno: 2009

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Nome: Davide di Monforte
Commento: Per un spagnolo come me, è un vero spettacolo leggere ogni articolo che scrive la Dott.ssa Ranaldi. Soltanto posso dire...Bravissima!!


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