L'ultima fermata di Hubert Selby Jr
Mario Vetrone - 10.07.2009

Tags: romanzo, exploitation, addiction, droga
Tranci di una intervista ad uno scrittore di successo. Dalle orride pagine di un magazine per amanti dell'exploitation: modo migliore per ricordare uno privo della comune morale ma capace di commuoverci con le sue storie di dannati...

Titoli come Last Exit To Brooklyn ("Ultima fermata Brooklyn") o Requiem For A Dream vi dicono qualcosa? Ma certo, ad alcuni faranno tornare alla mente le immagini piuttosto forti dei due film omonimi: il primo girato da Uli Edel nel 1989, premiato dalla critica ma non dal pubblico; e il secondo, forse più noto, realizzato da Darren Arnofsky nel 2000. Sta di fatto che probabilmente tutta il "disagio" di quelle pellicole non raggiunge quello che altresì emerge dalle pagine dei due libri da cui sono tratti e che Hubert Selby Jr. (1928 – 2004) diede alle stampe rispettivamente nel 1964 e nel 1978, con tutto uno strascico di censure, contestazioni, processi. Selby amava mettere in scena il degrado.
Vorremmo quindi giusto ricordare questo cantore della violenza, dell'omosessualità, dell'addiction con i suoi soggetti oscuri e controversi. Quale migliore occasione del riproporre alcuni stralci di una intervista rilasciata a casa sua, in California, qualche mese prima di scomparire, ad una rivista come Bizarre, magazine britannico dell'exploitation? Un breve riflessione sulla propria opera e sul marcio della nostra società da parte di uno dei suoi profeti.
[...]
(Bizarre) Come hai gestito la fama quando il tuo primo racconto [Last Exit To Brooklyn] è divenuto un successo?
(Selby) Non è stato un gran problema perché mi sono alquanto disinteressato della cosa. Ho iniziato a vendere, a fare soldi e a stare ubriaco. Questo è il miglior modo di gestire queste cose.
(B.) Per un lungo periodo, lo hai fatto...
(S.) Più a lungo che ho potuto! Voglio dire, perché fotterti con la realtà quando puoi farti della buona erba, del buon bourbon. Dài!
(B.) Personalmente non mi sono mai fatto...
(S.) Bé…ti stiamo aspettando amico!
[...]
(B.) Lei pensa che la musica, la televisione o perfino i libri possano contribuire all'incremento della negatività e della violenza nel mondo di oggi?
(S.) Dio, non lo so. La maniera in cui la percepisco una della grandi, grandi differenze, è che quando ero un ragazzino non c'era la televisione. La televisione, secondo me, è il flagello della civiltà. Ecco perché non ne ho una in casa, amico. Quando ero un ragazzino andavo al cinema. E ci saranno stati ammazzamenti e boom-boom-boom! Non come oggi, chiaro, ma al meglio che si potesse fare allora. Però l'atmosfera era diversa. Io ero al cinema, fuori casa, in diverse circostanze, però io non facevo l'associazione tra quella roba e la mia famiglia, la mia realtà. I film non sono la realtà. Adesso, quando porti quella roba in casa... In televisione la gente è devastata e fatta a pezzi, affettata e Dio sa cos'altro, e proprio a casa tua mentre te ne stai a giocare a questi video-games in cui tagli la testa alla gente. Quindi penso che la violenza abbia una connotazione diversa nella tua vita e un diverso collegamento.
[...]
(L'intervistatore ci mette del suo. Lui e Selby vanno avanti un bel po' sull'annosa questione circa il rapporto tra gioventù e mezzi di comunicazione. Selby si dice convinto che ci vuole molto di più che un film violento per generare la propensione alla violenza in un ragazzo. Parla di qualcosa che riguarda il contesto sociale di provenienza. Un background sbagliato che spinge a fallaci associazioni. Poi il discorso torna su quanto a fondo Selby e la sua opera abbiano rappresentato una certa deriva del mondo contemporaneo).
(B.) Quale pensi che sia il tuo scopo?
(S.) Amare e essere gentile.
(B.) Come può uno che cerca di elevarsi a tali livelli d'amore evocare tali demoni nel suo lavoro?
(S.) Bé, se tu stai cercando di arrivare da qualche parte sarebbe bene che tu conosca ciò che ti impedisce di giungervi. O come dicono i militari, "conosci il tuo nemico".
(B.) E così i tuoi libri sono una liberazione?
(S.) Dovrebbero esserlo ma non è certamente per questo che io li scrivo. Non avevo idea di questo una volta. Ma ci ho pensato e ho accettato l'idea che dopo tutto potessero essere una liberazione, tipo... come la chiamano? Sublimazione. Ma non so come io possa essere d'aiuto...
(B.) Io penso che le persone dopo aver letto i tuoi libri provino compassione.
(S.) E' un parola che si usa molto! È una cosa che rincuora, davvero...
(B.) ...Per esempio, nel caso di Harry e Tyrone in Requiem For a Dream, molti potrebbero giudicare troppo in fretta e sentirsi assolutamente non in sintonia. [...] Ma dopo aver letto i tuoi libri si ha l'impressione che quelle persone non in sintonia si sveglino e dicano: “Aspetta un attimo! Fammi pensare. Perché questa gente si è cacciata in una tale situazione? Da cosa scappano? A quali abusi stanno facendo fronte? [...]" C'è una ragione per ogni cosa e forse potremmo capire meglio l'altro e noi stessi.
(S.) È una gran bella domanda. Se mi capita di trovare qualcuno che come te si fa quella domanda allora vuol dire che stai pensando a qualcun altro e non solo al tuo piccolo essere. E davvero mi sento molto commosso e confortato quando sento molte persone che discutono di questo.
(B.) Naturalmente tu senti la stessa compassione per quella gente. Non è soltanto qualcosa di cui scrivi.
(S.) Adesso sì. Ma allora, chi può dire come andassero le cose in me... Non lo facevo... Bah, la vita usa tanti di quei metodi devianti per potarci all'equilibrio necessario ad andare avanti.
[...]
(B.) È troppo presto per dirlo, o hai già qualcosa che ti frulla in testa?
(S.) Oh, ci sono un sacco di cose folli che mi passano per la testa. Ho un 400, 500 pagine di un racconto autobiografico che ho iniziato qualche anno fa. Non so se vivrò abbastanza per finirlo, ce la dovrei fare, ma non si può mai dire, ma sto lavorando a un progetto che è davvero una cosa…interessante. Vedremo.
(B.) Dal momento che hai passato quel che hai passato, sia emotivamente che fisicamente, quando tu rifletti sulla tua vita adesso, come ti senti?
(S.) Stanco.
(B.) Voglio dire sei stato in tutta quella merda ma poi allo stesso tempo hai avuto tutto questo successo come scrittore, con due libri che sono diventati film. Il contrasto è, come dire...
(S.) E' stata una pazza corsa. Mi sono tanto divertito a fare questi film. E mi sono divertito a fare tutte queste letture e cose del genere e amo scrivere ma in questo esatto momento non me la passo bene e non so cosa farò.
[...]
(B.) Hai qualche rimpianto?
(S.) Sì, certo. Ma penso di aver accettato ciò che è accaduto. Però, anche se con qualche rimpianto, lo sai, sono stato in giro troppo a lungo. Proprio l'altro giorno ho toccato quota 75, che in certo senso è un tempo davvero lungo, soprattutto se pensi che ho iniziato a morire 36 ore prima di venire al mondo. E così ho 75 anni e non l'avrei detto. C'è qualcosa che accade da qualche parte che non riesco a capire del tutto.
[...]
(B.) Bene. Ti ringrazio infinitamente per il tuo tempo.
(S.) Namaste.
Testo or.: intervista di Erik O'Brien per Bizzare n. di luglio 2004.
Traduzione: M. Vetrone
Immagini:
1 – Hubert Selby Jr
2 – Last Exit For Brooklyn (copertina or.)
3 – Requiem For A Dream (locandina del film)
4 – Ultima fermata Brooklyn (edizione Feltrinelli)
5 – Dal film Requiem For A Dream (2000)
6 – Dal film Last Exit For Brooklyn (1989)
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