Un viaggio nella poesia di Giorgio Caproni

Matteo Galluzzo - 19.05.2009 testo grande testo normale

Tags: Giorgio Caproni, poesia,

Un viaggio attraverso la poesia di Caproni, dagli esordi genovesi a Res Amissa.

Giorgio Caproni nasce a Livorno nel 1912, a dieci anni si trasferisce a Genova, la città dove è cresciuto, si è innamorato e ovviamente ha fatto le prime esperienze di poesia. A Genova Caproni scrive e pubblica tre raccolte: Come un'allegoria (1932-1935), Ballo a Fontanigorda (1935-1937), Finzioni (1938-1939). Cronistoria contiene poesie composte tra il 1938 e il 1942 e fa quindi da cerniera tra il periodo genovese e quello romano che comincia nel 1939.
Genova è anche la città in cui ottiene i suoi primi riconoscimenti letterari. L'influenza che il capoluogo ligure ha sul poeta non si può tuttavia limitare a delle circostanze di carattere biografico, lui che pur essendo livornese di nascita si considerava genovese nell'animo. la sua Genova non era tanto quella dei vicoli e del porto, la sua poesia non si cala nell'umanità dei caruggi o tra il sudore dei camalli ma sceglie quali punti privilegiati di osservazione i luoghi situati sulle alture come Castelletto, identificazione dell'eden caproniano dove ricongiungersi con i propri cari L'Ascensore), il Righi (Stanze della Funicolare) oppure Fontanigorda nell'alta Valtrebbia, tra la semplicità della gente campagnola (Ballo a Fontanigorda).
Quei luoghi che i turisti non cercano, così li descriveva in una lettera all'editore Giorgio Devoto: "Una Genova non certo in abito da ricevimento, ma a me cara per la sua aria terragna e semicampagnola dove del mare non par esistere nemmeno il ricordo, come se ci trovassimo già in Emilia."
E proprio Devoto, con la casa editrice San Marco dei Giustiniani, ha raccolto in una piccola antologia dal titolo Genova di tutta la mia vita le poesie genovesi di Caproni.

Nel 1956 raccoglie tutta la sua produzione precedente ne Il passaggio di Enea, Genova compare già nel titolo della raccolta, sempre dalla lettera al Devoto: "Credo che Genova sia l'unica città del mondo ad avere eretto una statua ad Enea[...]. Nulla di artisticamente eccezionale. Ma eccezionale è il fatto che giustappunto Enea, scampato dall'incendio di Troia, sia andato a finire proprio in una delle piazze più bombardate d'Italia. In quel povero Enea vidi chiaro il simbolo dell'uomo della mia generazione, solo in piena guerra a cercar di sostenere sulle spalle un passato crollante da tutte le parti, e a cercare di portare a salvamento un futuro ancora così incerto da non reggersi ritto, più bisognoso di guida che capace di far da guida...".
E così ci ritroviamo all'interno di un altro tema caproniano, la guerra, che è per lui guerra partigiana e diverrà poi allegoria di assassinio e violenza quali caratteristiche precipue dell'essere umano.
Nel contempo Caproni comincia una riflessione teorica sulla poesia contemporanea ed individua in quella che chiamerà "egorrea epidemica" (ovvero l'esposizione narcisistica dell'io all'interno della lirica), il suo difetto costitutivo.
Le successive raccolte caproniane rivelano la volontà di superare tutto questo e si dedicheranno alla costruzione di personaggi. Questo appare evidente già ne Il seme del piangere (1959), raccolta interamente dedicata ad un personaggio ovvero la madre morta. Se la silloge presenta alcune caratteristiche prese a prestito dallo Stilnovo, dal punto di vista del linguaggio vi è una netta rottura con il vocabolario aulico della tradizione letteraria alla quale il poeta aveva fatto ricorso nei suoi primi componimenti, Caproni abbraccia uno stile piano, tendente al linguaggio comune. Del 1965 è Il congedo del viaggiatore cerimonioso (& altre prosopopee), qui la poetica dei personaggi e la tensione verso il prosastico toccano l'apice, Caproni escogita uno stratagemma geniale e per non dire io fa parlare diversi alter ego, si alternano così il preticello, il guardacaccia, il viaggiatore cerimonioso. Nell'ultima parte il libro avvicina temi diversi come quello dei morti, già affrontato in passato (si veda l'Ascensore) ma che qui assume un'importanza maggiore, diventando il tema dominante attorno al quale ruota il componimento poetico, come avviene nella poesia Scalo dei fiorentini.
L'ultima fase della poesia caproniana è rappresentata dalle raccolte Il muro della terra(1975), Il franco cacciatore (1982), Il conte di Kevenhuller (1986) e, pubblicata postuma, Res amissa (1991).
Qui l'"io" del poeta si dissolve all'interno del testo, non ha più coscienza di sé e si confonde con l'altro, la voce del poeta è una voce labile, confusa , che proviene da un non luogo, i luoghi non giurisdizionali li chiamerà Caproni, per poi trapassare defitivamente in Res amissa "oltre l'oltre dell'oltre morte", questa disgregazione del soggetto la si ritrova anche a livello formale con versi brevi e spezzati a volte composti da una sola parola. Se in precedenza c'era stato un tentativo di dissimulazione dell'"io" attraverso l'utilizzo dei personaggi, essi erano pur sempre degli alter ego del poeta e parlavano a nome suo, adesso con l'introduzione di una soggettività confusa, smarrita, al di fuori di una caratterizzazione spaziale e temporale precisa Caproni porta a definitivo compimento questo suo rifiuto dell'egocentrismo del soggetto poetante cominciato con Il seme del piangere.

La critica ha per molto tempo visto in Caproni una poeta isolato al di fuori della poetica del tempo dominata dall'ermetismo. Questo in realtà è dovuto a due errori di fondo, il primo è stato quello di dare al movimento ermetico molta più importanza di quella che ebbe in realtà e così facendo si è finito per catalogare come ermetica l'intera opera di poeti che con esso avevano in comune poco o nulla oppure che a partire da una certa data abbandonarono tale corrente.
L'esempio che viene alla mente è quello di Mario Luzi, la sua opera può essere considerata ermetica fino a Quaderno gotico(1947) mentre nel 1966 con Nel magma avvicina le forme del parlato e un vocabolario dimesso instaurando in questo senso analogie con la produzione caproniana. Il secondo errore è stato di non aver sufficientemente approfondito questa tendenza della poesia che durante gli anni 60\70 porterà molti poeti ad abbandonare la lirica per avvicinare uno stile piano, tendente all'oralità e a vocazione narrativa. Visto in questo contesto Caproni esce dal suo isolamento poetico e si configura come uno dei maggiori poeti del secondo novecento.

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