Intervista a Barbara Baraldi
Paolo Gresta - 26.04.2009

Tags: Amelia, baraldi, intervista
La casa di Amelia è il nuovo romanzo di Barbara Baraldi, scrittrice noir che ha presentato l'ideale seguito de La collezionista dei sogni infranti venerdì 17 a Roma, presso la Libreria LiberaMente. Ascoltiamola.
D.: Barabara, come definiresti La casa di Amelia? Un giallo, una favola gotica, una fiaba dark...
R.: Una fiaba noir, presa a piene mani dal cinema gotico italiano. Credo che pellicole di questo genere si abbinino molto bene al mio libro: atmosfere notturne, un profondo senso di malinconia, ma anche un forte sentimento di speranza nel poter vincere la paura e di cambiamento.
D.: Secondo te, quanto Amelia è figlia del suo tempo?
R.: Tantissimo: già dal romanzo precedente [La collezionista di sogni infranti, ndr] Amelia fa largo uso della tecnologia nella vita di tutti i giorni, è molto in contatto con la rete e i suoi mondi virtuali, è assolutamente dentro il suo tempo. Anche se poi possiede un'anima romantica che le consente di poter essere collocata in qualsiasi epoca, il che fa di lei un personaggio senza tempo.
D.: Da parte di Amelia emerge anche un lato feticista, quando ad esempio conserva in una bustina la ciocca di capelli di Alex. Secondo te, il feticismo è un modo come un altro per mantenere viva la memoria o è soltanto una perversione?
R.: Per me non è perversione. Il feticismo può essere legato agli oggetti, a qualcosa che appartiene al passato da cui non ti vuoi staccare, a una persona cara. Secondo me, è un modo per rimanere in contatto: che sia con se stessi, con la propria vanità o con qualcosa che, toccandola, ti fa stare bene (come può essere per un paio di scarpe), comunque ti cambia. Ho riletto di recente L'amante, in cui la protagonista ha un rapporto feticista con il suo cappello che, una volta indossato, la trasforma. Questo capita anche a me, che sono una collezionista e che vedo negli oggetti che possiedo tante possibili sfaccettature di emozioni.
D.: Siamo schiavi del feticcio, allora?
R.: Possiamo esserne schiavi ma anche padroni, nel momento in cui ne godiamo. E comunque è meglio essere schiavi di un bel paio di scarpe piuttosto che di qualcuno!
D.: Tu hai vissuto nella campagna emiliana, che spesso Pupi Avati ha descritto in maniera inquietante, lontana anni luce dal carattere goliardico a cui viene associata. Tu e Amelia siete state influenzate da questo contesto?
R.: Assolutamente sì, la terra dove ho vissuto mi ha profondamente influenzato. Io sono nata in campagna e sono stata abituata alla violenza del mondo animale e ai rumori nella notte, che sono ben diversi da quelli che puoi sentire in città. Erroneamente, si pensa sempre alla piattezza della campagna: in realtà questa piattezza inquieta perché nasconde, come tutte le cose che sembrano banali, un retrogusto tutt'altro che vuoto. E te ne puoi rendere conto solo vivendoci.
D.: Che ruolo ha avuto la musica, nella stesura del libro? Ascolti qualcosa mentre scrivi o hai bisogno del silenzio?
R.: Dipende dai giorni: a volte scrivo in assoluto silenzio, altre no. Ci sono momenti in cui non riesco a scrivere senza musica, mentre in altre situazioni ho bisogno del silenzio totale. Ma nella mia scrittura la musica ha un ruolo decisivo: a volte metto su una canzone e la ascolto ossessivamente per ore, solo quella. In certi casi entra in me solo a livello emozionale, in altri invece si trasforma in bisogno di scrivere.
D.: "La vita è una palla di cristallo in continuo mutamento, si capovolge e si mostra nella sua fatalità". Questa frase di Amelia ti sembra corretta per descrivere il tuo libro?
R.: E' perfetta, perché nel microcosmo e nel macrocosmo descrive il mondo. In tutti i miei romanzi c'è questo senso fortissimo di fatalità, che può essere modificata dalla forza d'animo dei protagonisti ma al tempo stesso è una fatalità che vuole che i protagonisti taglino tutti i loro ponti col passato. E' una delle frasi più emblematiche ed evocative.
Intervista a Barbara Baraldi
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Gli ultimi commenti
Nome: Silvina
Commento: Bello, buio, intimo.
Avrei voluto altri indagine dal suo rapporto col territorio, e a la referenza a i rumori di notte come segno d'identita, spazio-luogo generadore forse del dark nella piccola Barbara?,
come hai fatto col feticismo.
Alla fine, feticismo forse sia prendere l'altro o noi stessi come un territorio un cui lasciare dei segni, delle impronte o prendere qualcosa da portare via per superare "l'angst" nel allontanarsi.
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