A colazione da Joyce

Mario Vetrone - 05.02.2017 testo grande testo normale

Tags: joyce, ulisse, letteratura, religione

Gli incontri informali tra un giovane giornalista e pittore, e il grande scrittore irlandese nella Parigi degli anni venti. Una memoria unica, vista l'allergia di Joyce alla notorietà e al suo circo.

Nel 1904, al termine di un periodo piuttosto burrascoso James Joyce (Rathgar, 1882-Zurigo 1941) lascia, famiglia al seguito, l'Irlanda e l'amata-odiata Dublino. Pare non fosse così amato dalle parti di casa, per le idee e per i modi, per cui a molti dovette sembrare un tipo pericolosamente stravagante. Lo stesso scrittore confessò, anni dopo, al giovane amico Power la sua paranoia di essere fatto secco una volta rimesso piede in madrepatria.

Dopo aver girato tra Roma, Trieste e Zurigo, all'inizio degli anni venti Joyce si fermò a Parigi, dove, nel '22, grazie a una coraggiosa editrice statunitense, Sylvia Bleach, dà alle stampe l'Ulysses. L'opera divise i letterati tra fautori (Pound e Eliot su tutti), coloro che la giudicarono volgare pornografia (la Wolf), e coloro che riconobbero semplicemente di non riuscire a comprenderla fino in fondo.

Di formazione gesuitica, Joyce combina una personale rielaborazione del pensiero tomista alle insorgenti idee moderniste; in tale solco l'atteggiamento tardo decadente delle prime prove matura in una violenta rottura con la tradizione; l'apoteosi si ha, al termine di un disagiato percorso umano e letterario, nell'opera aperta, Finnegans Wake.

Joyce fu, ad esempio, tra i precoci ammiratori di Henrik Ibsen; quando, durante uno dei loro incontri, Power dice: "Il problema è se bisogna intendere la letteratura come fatto o come arte", Joyce gli ribatte: "Dovrebbe essere la vita, ed una delle cose che da giovane non riuscivo ad accettare era la differenza tra vita e letteratura [...]. Ma prendiamo uno come Ibsen: eccoti un bel drammaturgo che ha scritto drammi seri su problemi che interessano la nostra generazione."

I pezzi di dialogo citati sono presi proprio da un libro di Arthur Power su quegli anni.

"La prima volta che incontrai James Joyce fu al Bal Bullier. C'ero andato un sabato sera per incontrare Annette, la giovane lavandaia..." e invece, farà ben altro incontro, al Bal Bullier, che poi così descrive: "...Una popolare sala da ballo del quartiere Montparnasse [...] un grande edificio e per entrare si scendeva una tesa di scale [...]. All'interno consisteva di un'ampia pista da ballo con intorno una balconata di pilastri di ferro [...]. Aveva due orchestre, una di ottoni e una di strumenti a corda [...], nessuna delle due, come si può immaginare di altissimo livello, perché era frequentato principalmente dai giovani commessi e commesse della zona."

In questo inizio del capitolo secondo di Conversations with James Joyce (1974) c'è un po' condensato lo spirito memorialistico di Power, pittore, irlandese di nascita, che rincorse come tanti le vicende favolose, ma più spesso tragiche, dei maudits nella capitale francese. Da giornalista nel 1921 Power è a Parigi e si mischia al sottobosco d'artistoidi affamati, arrabiati, intossicati (e non a tutti toccò la postuma fama di un Modigliani), aspiranti modelle e bon vivants di varia origine. Da qui le interessanti descrizioni di quegli ambienti, e a illuminare il tutto l'incontro con il grande scrittore, a cui ne seguirono altri, perlopiù presso le diverse abitazioni che Joyce ebbe a Parigi.

Prima di tutto Power, in linea coi suoi giovanili entusiasmi, s'era fatto l'idea del tipo bohémien, ma in realtà ciò che poté constatare fu che Joyce disprezzava la fama, gli scapigliati, e conduceva una vita "molto limitata e borghese".
Power ricorda che una volta, andando a una festa, agghindato per l'occasione, fece visita a Joyce, a sentire se per caso non volesse accompagnarlo. Fu accolto malissimo dalla famiglia, dalla moglie in particolare: con le tasche piene di bottiglie si sentì un po' "il proverbiale irlandese ubriaco" in cerca di adepti per "un'orgia celtica".
Tuttavia gli incontri continuarono, per anni, e in generale il rapporto tra i due fu cordiale e tutto incentrato, tra una colazione e un ristorante, su un dialogo intorno agli autori, non solo anglosassoni, ma anche i russi, Proust, e i gli aspetti salienti della formazione culturale di entrambi.

A dispetto della sua vita "limitata e borghese" quelli che Joyce esprime sulla letteratura - e che Coversazioni con Joyce riporta -, ma anche sulla società, sulla musica, sulla religione cattolica, sono giudizi di un uomo che coglie e auspica l'avvento di una nuova epoca, libera dai vincoli della tradizione, sulla base di una critica sistematica della cultura occidentale.
Power credeva all'epoca che lo scontro si limitasse alla contrapposizione tra la sua vena romantica e le idee di un uomo la cui opera non riusciva a decifrare. Non ne comprendeva ad esempio la carica satirica, e il sarcasmo - e in ciò rientra ad esempio il parallelo biblico, più che quello con il mito di Ulisse.

Dice Joyce: "...La cosa importante non è ciò che scriviamo, ma come scriviamo, ed a mio avviso lo scrittore moderno deve essere soprattutto un avventuriero, disposto a correre ogni rischio e a crollare nello sforzo, se necessario [...], tutto tende oggigiorno al flusso e al mutamento e la letteratura moderna, per essere valida, deve esprimere questo flusso."
Questa e altre espressione si assommano in un ipotetico manifesto del modernismo, nel senso di una modernità che, secondo alcuni, è ancora tutta da comprendere e analizzare.

Solo anni dopo, lasciata Parigi, e all'apprendere della morte di Joyce, Power ammise, con parole cariche di commozione, che la ragione era dalla parte dell'amico e che "tutto ciò che dopo rimane, è il ricordo del fuoco che una volta ci ha riscaldato entrambi...".


Titolo: Conversazioni con Joyce
Titolo or.: Conversations with James Joyce (Millington Ltd, London, 1974)
Autore: Arthur Power
Editore: Editori Riuniti
Collana: Universale scienze sociali
Anno: 1980


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