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Le ragioni del verso di Rossella Luongo

Alessandro Canzian - 11.10.2008 testo grande testo normale

Rossella Luongo è un'autrice che esordisce nel 2007 con un interessante quanto delicato volume di versi, La fata e il poeta, edito da Fermenti Editrice di Roma. Nata ad Avellino nel 1971, svolge la professione di avvocato.

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Rossella Luongo è un'autrice che esordisce nel 2007 con un interessante quanto delicato volume di versi, La fata e il poeta, edito da Fermenti Editrice di Roma. Nata ad Avellino nel 1971, svolge la professione di avvocato.
Il suo curriculum annovera collaborazioni in qualità di giornalista-pubblicista e di direttore responsabile con vari periodici e quotidiani locali e partecipazioni a corsi, stages e laboratori di scrittura tenuti da scrittori di fama nazionale, tra cui "Associazione Aldebaran Park" laboratori diretti da Antonella Cilento, Avellino 1998-1999 e stage con Francesco Piccolo, Napoli 1999; "Scuola Holden" stage con Daniele Del Giudice, Torino 1999; "Scuola Abacus Preparazione Superiore ed Universitaria" corsi tenuti da Sandro Sampietro, Bologna 2003.
Anche musicofila, si è classificata tra i primi posti in diversi concorsi (nazionali e internazionali) sia musicali, tra cui "Le Camenae d'oro", Pompei (NA) 1990 e 1991, che letterari (sez. poesia inedita), tra cui "Donna e poesia", Roma 1995; "Poesia da contatto", Messina 1995; "Il cortile", La Spezia 1995; "Città di Avellino ed. Menna", Avellino 1994; (sez. racconto inedito) "Annibelle e la composizione delle nuvole - Associazione Culturale Evaluna", Napoli 1999; "Concorso Scuola Abacus" - Preparazione superiore e universitaria, Bologna 2003.
A lei abbiamo chiesto le sue ragioni del verso per aprire la nostra rassegna di autori di poesia che raccontano se stessi, le proprie motivazioni e le proprie aspettative.


Parola magica e magia della parola: le chiavi dell'immaginazione di Rossella Luongo

Hanno scritto tanto, in tanti. Scrivere. Perché scrivere? Che significa scrivere? Cosa si nasconde dietro quest'infinito (ab)usato da tecnici ed improvvisati?
Abbiamo perso molti valori nell'evoluzione del tempo. Anche la scrittura ha perso di intensità e spessore. Come, del resto, è accaduto per ogni arte o disciplina, motivo per cui nella storia non si è più avuto un Beethoven o un Mozart, un Dante o un Manzoni. Molta fretta, molta superbia e poco studio, pochissima lettura.
"Non si ha mai voglia di capire ciò che non interessa o si detesta" - considera Franchini - "Finchè un giorno, che tu lo voglia o no, succede qualcosa che te la spiega, le nebbie si diradano..." e, io aggiungo, ci si ritrova a "scrivere per pensare e capire", perché con la penna viene più facile, aprire il proprio cuore sulla carta funziona e si trova anche il coraggio di leggersi, contemporaneamente, sul foglio e nell'anima.
Così ho iniziato a scrivere, sin da adolescente. Oggi, scrivo pensieri su taccuini perché ne ricavo un benessere per l'anima, come fotografare un paesaggio innevato o tuffarsi nel blu del mare, preparare un dolce al cioccolato e aspettare, magari scrivendo, prima di gustarlo con la propria crema preferita.
E poi, la soddisfazione che immediatamente segue, condividendo Cortàzar, è quella di circoscrivere quest'immagine o quest'avvenimento significativi, in modo che non valgano solo per se stessi, ma che siano capaci di agire sullo spettatore/lettore "come una specie di 'apertura', di fermento che proietti l'intelligenza e la sensibilità verso qualcosa che va molto oltre l'aneddoto visivo e letterario contenuti nella foto o nel racconto".
Il romanzo e il racconto possono essere paragonati al cinema e alla fotografia e, infatti, fotografi del calibro di Cartier Bresson o Brassai, definiscono la loro arte, paradossalmente, come un modo di "ritagliare un frammento della realtà fissandogli determinati limiti, ma in modo tale che quel ritaglio agisca come un'esplosione che apra su una realtà molto più ampia, come una visione che trascenda spiritualmente il campo compreso dall'obbiettivo".
Il segreto per un buon "embrione" di scrittura, penso, sia la scrittura di getto. Flannery O' Condor sostiene che "l'unico modo per imparare a scrivere racconti sia scriverne, e poi, in un secondo tempo, cercare di capire quel che si è fatto"; viene, sottolineato che "il mondo dello scrittore è colmo di materia", ma che comunque "agisce attraverso i sensi", per il tramite della spontaneità.
L'immancabile ed obbligatoria "disciplina" della parola viene dopo.
Sicuramente non può e non deve mancare, ogni scrittore l'affronterà con le tecniche di cui è a conoscenza. A nulla, infatti, varranno la motivazione, l'entusiasmo e la volontà di comunicare il proprio pensiero, se non si utilizzeranno quegli strumenti stilistici e quelle regole tecniche che renderanno possibile e attuabile la comunicazione stessa.
Revisione, riscrittura, correzione e quant'altro, seguiranno al momento iniziale, cioè a quello della prima stesura o, più precisamente, dell'impulso istintivo che risiede nell'ispirazione. Quest'ultima non è una caratteristica comune a tutti, non è una dote di cui tutti possono godere e disporre. L'ispirazione, l'estro artistico è un regalo ricevuto in dono insieme a cuore, cervello, polmoni, occhi, labbra e mani al momento della nascita.
Anche nel testo su citato emerge il concetto dello scrivere inteso come "dono", che è realmente "una responsabilità non da poco...un mistero, qualcosa di gratuito e del tutto immeritato, qualcosa volto a fini che probabilmente sempre ci rimarranno oscuri". E' sull'ispirazione che si costruisce il lavoro introspettivo dello scrittore, è la magia della parola, che ritorna, per dar corpo ad un testo, un racconto, un romanzo, una poesia.
Burroughs riconosce "lo scrivere come un'operazione magica" e, partendo anch'egli dal concetto che "la parola scritta è un'immagine", elabora una singolare teoria sulla parola stessa, assimilandola letteralmente ad un virus la cui "unica caratteristica di identità è quella di essere un organismo senza altra funzione interna che quella di replicare se stesso".
Scrivere è la parola magica per accedere alla comunicazione esterna, la chiave per aprire la porta che divide i confini, tra l'io interiore e la globalità esteriore, tra l'intimo conscio/incoscio e l'esterno parlato/figurato, l'imponderabile vuoto che c'è tra sè e gli altri. Come quando si cammina, in quei sogni fantastici e impossibili, sui ponti spezzati, sulle nuvole o sull'acqua, cercando di toccare il sole, quella luce sfolgorante che sembra vicina ma che, camminando, si allontana; c'è un solo attimo in cui pensiamo di toccarla, siamo quasi vicini ma, all'improvviso, tutto svanisce nel risveglio amaro e frustrato di non essere riusciti, ancora una volta, a toccare i confini dell'immaginazione. Ecco perché a volte non riusciamo neanche a raccontare i nostri sogni agli altri, né ricordarli a noi stessi e abbiamo sempre l'impressione che i sogni non si avverino mai. Sono storie evanescenti, frammenti di ricordi ed emozioni remote, anche la regione del subconscio sta dietro l'immaginazione e, con l'ispirazione, riesce a far germogliare il seme della scrittura. Anche i sogni possono essere alla genesi della scrittura, così come la musica. Di recente mi ha colpito un'intervista rilasciata per la Repubblica dal fenomeno pianistico del momento, il giovanissimo Giovanni Allevi; anch'egli da "scienziato della musica" vive una dimensione tra "sogno e ossessione" e crede nella forza della scrittura (in tal caso quella musicale) come un'avventura, un'esperienza che cambia la vita.
"La scrittura è un mezzo per testimoniare le cose belle che mi accadono" - racconta Joy - "nel momento in cui ho deciso di vivere di musica, la mia esistenza si è trasformata in una avventura: ogni giorno succede qualcosa. La musica che scrivo entra nell'esistenza e crea dei cambiamenti, anche sorprendenti. La vita è un'enorme sinfonia misteriosa, dove gli eventi si intrecciano e le emozioni entrano in gioco a una velocità impressionante. E la scrittura è un modo per fotografare l'attimo, per non dimenticare."
Ho colto, da musicista, una comparazione tra la scrittura delle parole e quella della note, il risultato è pressappoco lo stesso: fermare il tempo, congelare un istante per renderlo eterno e regalarlo, tradotto in musica o parole, al fruitore di quella emozione.
La parola blocca e inchioda l'ispirazione che arriva un istante prima dell'immaginazione stimolata, a sua volta, da una visione, un sogno, una musica, un odore, un sapore, una gioia, un dolore, un incipit emotivo o verbale, sentito sulla bocca del popolo o letto tra le righe di un libro.
La mia esperienza è stata ordinaria, niente di eccezionale, quel poco che basta per scrivere di me. Non a caso Cassola ritiene che "uno scrittore non possiede nessuna dote particolare. Il mezzo che adopera per esprimersi, lo ha in comune con tutti gli altri. Lo scrittore, insomma, è un uomo comune". Piuttosto, egli spinge ad interrogarsi su un altro punto interessante, "se uno scrittore ha qualcosa in più o in meno dell'uomo comune...se l'impulso a scrivere nasce da una mancanza o da una sovrabbondanza di vitalità", questioni queste, aperte da secoli e destinate a restare insolute, per l'eternità. Questo tipo di indagine anch'io - come egli ritiene - credo vada effettuata caso per caso. Il mio è un "caso", tra i tanti, nel folto gruppo degli esordienti. La mia unica, grande convinzione è che la "base dell'arte" - ritorna O' Condor - è "la verità, nella sostanza come nella forma". Ho iniziato con l'umiltà acerba della scolara, riemersa, oggi, nella libertà matura della donna, quasi a voler portare agli altri, condividendolo, il proprio vissuto emotivo. Ho cominciato a scrivere un po' per gioco, un po' per noia, un pò per imitazione ma, soprattutto, per terapia dell'anima, per un incline bisogno/desiderio di volermi leggere dentro. "La realtà acquista un linguaggio nuovo ogni qualvolta si verifica uno scatto morale, conoscitivo e non quando si tenta di rinnovare la lingua in sé, come se essa fosse in grado di far emergere conoscenza e annunciare esperienze che il soggetto non ha mai posseduto", è quanto afferma saggiamente Ingeborg Bachmann. Ho accompagnato e dipinto i miei sentimenti fedelmente, con la parola scritta e col verso, con l'intento e lo scopo di parteciparli agli altri, in particolare, con chi fosse riuscito a trovare e leggere, tra le righe delle mie emozioni, anche le proprie.
E' in questo "sinallagma empatico" che, per me, risiede la chiave di scrittura e di lettura dell'artista. Scambiare, condividere, donare emozioni, visioni, gioie, dolori, obiettivi, parole, in un mondo fatto di velocità, consumismo, robotizzazione, automatismo e globalizzazione ove, spesso, si perde il frammento del sole a striscioline sulla terra, il contadino e il pescatore che vivono ritmi umani e non frenetici, ancora esistenti, purtroppo, solo nelle favole che raccontiamo ai nostri figli o nei classici da biblioteca. "Quando si legge, bisogna cogliere e accarezzare i particolari", dice giustamente Vladimir Nabokov, ed io convengo, estendendo tale consiglio anche per ciò che concerne la scrittura.
Non mi definisco, nè mi reputo un tecnico della materia (avendo praticato studi giuridici ed essendo, attualmente, impegnata nella professione forense); pertanto, non ritengo opportuno presentarmi al mondo come poeta o scrittrice, piuttosto, mi diletto a scrivere. Giocoliera di emozioni e, a volte, funambula della parola, sto iniziando a propormi semplicemente e omnicomprensivamente (mi sento anche musicista dati i miei trascorsi pianistici) come un'artista, che desidera interagire con i propri simili parlando la lingua lirica che, peraltro, è anche ritmica e musicale; non solo, quindi, la lingua del cuore, ma anche quella della musica, della parola e/o del verso, educati e normativizzati, allo scopo di offrire uno spaccato emotivo della mia esistenza, nei cardini stilistici e contenutistici che la mia scelta, di volta in volta, mi imporrà. Poesia o prosa, haiku o endecasillabo, racconto breve o romanzo, essendo ancora in caparbia ricerca di una certa e stabile definizione letteraria.
Forse resterò una "bis scrittrice"! - termine molto appropriato per chi si cimenta in entrambi i generi (poesia/narrativa) - con cui amò definirsi durante uno stage, Maria Attanasio, uno dei miei autorevoli referenti.
L'unico consiglio utile che, negli anni, ho raccolto e conservato e che, a mia volta, mi permetto di offrire è quello di leggere molto e di confrontarsi con scrittori e lettori, nell'intento di ricercare e trovare un risultato sempre migliore. Ho pubblicato, quest'anno, il mio libro d'esordio: un volumetto che racchiude la "storia" di tutte le mie poesie, edito da Fermenti, dal titolo La Fata e il Poeta. Sono contenta di questa prima esperienza, mi ha regalato intense emozioni, tanti amici e una grande voglia di continuare. Spero, senza fretta, di approdare ad un'altra pubblicazione, qualitativamente nuova e più aderente alla mia attuale e matura emotività; migliore per me stessa e per chi vorrà darmi fiducia, ancora una volta, continuando a leggermi.
Scrivo, dunque, per condividere, scambiare e "perdonare" (nell'accezione puramente filosofico-religiosa del "donare per"), "donare" qualcosa di me "per" arricchirmi arricchendo l'altro, in modo gratuito e non strumentale secondo il concetto del "per-dono", ossia scrivere "per" fare un "dono" all'altro, in tal caso il poeta/scrittore e/o il lettore amico/sconosciuto che mi legge, per curiosità, per amicizia, per conoscenza o per caso. Ho approfondito ed interiorizzato le famose "lezioni" di Italo Calvino, quelle "americane", cercando di trasporre, da un piano meramente letterario, la "leggerezza" introducendola nel mio ritmo quotidiano, per poi tradurla in "esattezza" del tempo, come una battuta scandita dal metronomo in uno studio per pianoforte. In alcune circostanze, invece, cerco la "rapidit" delle azioni e delle soluzioni, perché in certi momenti non bisogna indugiare, al contrario, occorre essere freddi e razionali di fronte ai pericoli e ai dolori; ovviamente, senza tralasciare nulla, tendendo sempre alla massima "visibilità" anche del più piccolo dettaglio, senza mai perdersi sul particolare però, perché ciò che sposa la perfezione del concetto e del pensiero è la capacità di riuscire ad inglobare l'emozione nella corrispondente casella del cuore, il pensiero nella giusta direzione e la parola nella forma migliore, rispettando, sempre e comunque, la "molteplicità" e la totalità degli eventi.

Restringendo il campo alla sola poesia, ancora cito Cassola, laddove essenzialmente ma incisivamente, egli delinea un concetto fondamentale, oltre che esauriente: "il compito della poesia è darci il senso della vita", affermazione questa, che non richiede alcuna precisazione, bastando ampiamente a se stessa. Anche lo scrittore tedesco Heinrich Boll considerava lo scrivere come realizzazione di gioia o del senso della vita.
Prima di concludere, focalizzo due punti importanti:

1. dal verso mi aspetto di riuscire a tratteggiare e ad enucleare, intimamente ed estensivamente, tutto ciò che provo, i miei sentimenti buoni e cattivi, le mie esperienze e i miei obiettivi, traducendo il mio sentire in verso, con l'uso della parola scritta e, quindi, della comunicazione poetica, domata e disciplinata dalle regole del gioco lirico. Rispettando, però, sempre la verità che puntualizza, senza generalizzazione. Per Montale, infatti, "il bisogno di un poeta è la ricerca di una verità puntuale, non di una verità generale".

2. dalla poetica anteriore al verso, e quindi dall'ispirazione, mi aspetto di riuscire a "sentirla" tutta quanta, quando arriva prorompente e mascherata dallo stato d'animo del momento; mi aspetto di riuscire a spogliarla dall'immediatezza forte dell'istante per assorbirla fino alle ossa, trattenendola finché più si può, per rilasciarla, poi, con la calma della composizione creativa, la leggerezza e la velocità della scrittura, tramite la compostezza e la sintesi del verso oppure la complessità dettagliata della narrativa. "La poesia", scriveva Gustave Flaubert in una delle Lettere a Louise Colet, "non è che un modo di percepire gli oggetti esterni, un organo speciale che setaccia la materia e che, senza mutarla, la trasfigura".

Alla luce delle poche, ma sentite considerazioni sul tema, posso solo confidare in un interscambio sempre maggiore di parole scritte/parlate, di poesia letta/recitata, di azioni ed emozioni originarie/derivate, con quanti giungeranno alla saggia consapevolezza di volersi godere la vita, anche attraverso il fascino, la sostanza e l'incanto, che soltanto l'arte può suscitare.

Rossella Luongo


Due poesie di Rossella Luongo.


Oceani

Oceani di parole saziano
il vuoto che trafora i pensieri
ad ogni stagione, sul raggio
di sole incupito di vedermi
bella ma cieca, di non riconoscere
il fascino dell'azzurro a te che
me lo offri sfumato in tinte
estive, di voli e ricami nuvolati
e poi ritorno al mio tavolo
di incanti e tragedie, l'acquario
diagonalmente ci separa
svetrando corazze tartarugate
ci conosciamo dall'infinito.



Estasi

Le tue parole liquide d'amore
sono la calma che infonde la notte
quando la luna riposa,
mi riempiono di luce che sfolgora
in rosato d'alba sul risveglio
sonnacchioso del giorno,
oppresso di lavoro e di odio
nelle spade linguate del popolo
che sputa e arraffa soldi e sentenze
inala coca nei mercati di borsa,
noi cerchiamo il volo del gabbiano
planando sul sabbioso paradiso
salato, il nostro inchiostro
ci nutre di sconfinato pudore
risorge incompreso, sfilacciato
accarezzato di rugiada riemerge
dalle acque smeralde dei verbi
affacciato, tra punto e a capo.


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