Fiera del libro di Torino 2008 - Gore Vidal. La radicalizzazione dei princìpi.

Andrea Sottero - 19.05.2008 testo grande testo normale

Tags: Vidal, Candidato, Bush, Aristotele

Nell’incontro con i lettori, in realtà, Vidal finisce per parlare poco del romanzo in sé: preferisce fare un’analisi della situazione dell’America di oggi.
Il pessimismo di Vidal sembra permeare tutto il suo pensiero. Un lampo di ottimismo sembra illuminarlo solo quando parla dei giovani e tra l’ironico e il serio mette in luce il delicato e interessante ruolo che avranno, qualora lo vogliano davvero, nel fare rinascere la patria

A vederlo mentre autografa le copie dei suoi libri allo stand dell'editore Fazi , con l'aria stanca, seduto sulla sua sedia a rotelle, Gore Vidal dà più l'impressione di un vecchio e burbero signore che dello sferzante intellettuale americano che poco prima non ha risparmiato colpi all'attuale amministrazione americana.

Vidal è ironico all'inverosimile, con una calma apparente che conferisce ai suoi interventi un'aggiunta di saggezza a quella che già l'età e l'ampio bagaglio culturale sembrano dargli. Le citazioni, i riferimenti ai Presidenti americani del XIX secolo e ai grandi teorici della politica a partire da Aristotele sono un elemento costante nei suoi discorsi.
Incalzato dal giornalista de La Stampa Maurizio Molinari , lo scrittore spiega le ragioni che lo hanno convinto per l'ennesima volta ad accettare che venisse ripubblicato un libro, “ Il Candidato ”, scritto nel 1976 e ambientato niente di meno che cento anni prima: l'attualità delle vicende che vi sono raccontate sembra non perdere negli anni la sua vivacità e il suo (profetico) insegnamento.

Nell'incontro con i lettori, in realtà, Vidal finisce per parlare poco del romanzo in sé: preferisce fare un'analisi della situazione dell'America di oggi. È categorico nei confronti dell'attuale Presidente degli Stati Uniti: definisce Bush un piccolo uomo, poco intelligente e incapace di pensare. Ricorda come nel 1945 l' America fosse la potenza militare più forte e come questo “little man” sia riuscito in così poco tempo a distruggere tutto questo e con esso anche un paio di altri Paesi. Gli Stati Uniti, dice, si trovano oggi ad avere di fatto perso due guerre e a non avere più soldi. Gore Vidal rivela che si aspettava un crollo, ma ammette che non pensava potesse essere così veloce. L'identità americana che aveva radici fin nella Magna Carta - documento che lo scrittore cita molto spesso nel suo intervento, insieme ai principi dei padri fondatori, spudoratamente traditi dai politicanti di oggi- non esiste più. Vidal spiega che questa volta l'America non si è presa solo un raffreddore, ma una vera e propria polmonite; e la polmonite, ammonisce, può colpire tutti e può anche attraversare facilmente il mare. Con disincanto e un certo naturale distacco si dice poi curioso di vedere cosa accadrà ora. D'altra parte il problema è endemico, colpisce tutta la classe politica e di riflesso il resto della popolazione. Quando si reca a Washington, confida ironico lo scrittore, non fa che vedere una schiera di persone che non sanno più leggere, scrivere e soprattutto pensare. Eppure tutti costoro hanno la chiave per sganciare la bomba atomica e in poco tempo hanno disinvoltamente eroso quei diritti fondamentali dell'uomo che in America si davano ormai per acquisiti e che costituivano il vanto della più grande democrazia del mondo. Ma del resto nessuno si dà un gran da fare per protestare e anche questo è, in fondo, democrazia. Lo temeva già Benjamin Franklin : il lungimirante padre fondatore, parafrasando Aristotele , sosteneva che le costituzioni falliscono per la corruzione della gente, di tutti.

Vidal non si dice per nulla entusiasta della nuova campagna elettorale. Non ci sono idee nuove e lo scontro in ambito democratico non toglie che tanto Hillary Clinton quanto Barack Obama siano dei “sonnambuli” come tutti gli altri. Solo, specifica ironico Vidal, non fanno lo stesso sogno. Lui appoggia Hillary, ma solo per scegliere il male minore, perché della sua campagna elettorale ha condiviso ben poco. Non si meraviglia che le primarie democratiche abbiano visto il sorgere così forte del problema razziale: è un problema che di fatto c'è sempre stato ed è un bene che se ne parli apertamente, sostiene.

Il pessimismo di Vidal sembra davvero permeare tutto il suo pensiero. Un lampo di ottimismo sembra illuminarlo solo quando parla dei giovani e tra l'ironico e il serio mette in luce il delicato e interessante ruolo che avranno, qualora lo vogliano davvero, nel fare rinascere la patria: una vera e propria restaurazione che in primis dovrà interessare la magistratura e le leggi fondamentali della federazione. In fondo si dice tranquillo: non possono fare nulla di peggio di ciò che è già stato fatto.

Il suo richiamo più frequente è quello al significato della parola principio , che tutti ormai sembrano avere dimenticato in America e, da quanto riesce a capire, anche in Italia.
Tuttavia la radicalizzazione del valore dei principi spinge lo scrittore su posizioni tanto lontane dal buon senso comune (la difesa delle buone intenzioni, benché con risultati deplorevoli, di Timothy McVeigh ne è un esempio significativo) da andare contro all'idea stessa di quel contratto sociale di radice lockiana a cui indirettamente Vidal sembra appellarsi.
Un paradosso che finisce per lasciare amaramente di stucco i presenti in sala.

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