Fiera del libro di Torino 2008 - Israele. La testimonianza di Benny Morris

Andrea Sottero - 18.05.2008 testo grande testo normale

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Tags: Benny Morris, Sergio Romano, Antonio Ferrari, Israele

Ciò che colpisce di più dei tre ospiti che hanno animato la conferenza, oltre ad una indubbia preparazione, è la chiarezza e la semplicità con cui riescono a parlare di fatti complessi, difficili da osservare da un punto di vista unitario e, se si vuole elitario. Hanno la fortuna di parlare di eventi e situazioni che conoscono molto bene in prima persona, sanno fare confronti con realtà vicine e lontane per geografia ed epoca. Ma soprattutto, sanno mantenere acceso un dibattito che non manca di critiche precise e forti all’una e all’altra parte, con una civiltà e una capacità di ascolto e rispetto reciproco che va al di là della condivisione delle idee e che dovrebbe costituire un modello imprescindibile in qualsiasi ambito un confronto abbia luogo

Sembra banale dire e ripetere che la Fiera Internazionale del Libro di Torino sia un luogo di cultura e impareggiabile confronto di idee. L'immagine che i più hanno presente è quella di una straordinaria macchina commerciale, dove le grandi case editrici vendono migliaia di libri e i piccoli editori riescono ad avere quella visibilità che spesso manca loro nelle librerie tradizionali.
L'edizione di quest'anno, poi, con tutte le polemiche che hanno accompagnato l'invito di Israele come Paese ospite in occasione dei suoi sessant'anni dalla nascita, prometteva un clima decisamente teso, poco incline ad un contraddittorio serio e puntuale che evidenziasse luci e ombre di uno stato dalla storia tanto breve quanto controversa. Eppure dibattiti come quello tra Benny Morris, che a Torino ha presentato il suo ultimo saggio “Una terra, due popoli”, edito da Rizzoli, Sergio Romano e Antonio Ferrari sono il fiore all'occhiello della manifestazione, capaci di sfatare tutti i pregiudizi e di rispondere con i fatti alle sterili polemiche di chi ama riempirsi la bocca di critiche gratuite.

Ciò che colpisce di più dei tre ospiti che hanno animato la conferenza, oltre ad una indubbia preparazione, è la chiarezza e la semplicità con cui riescono a parlare di fatti complessi, difficili da osservare da un punto di vista unitario e, se si vuole elitario. Hanno la fortuna di parlare di eventi e situazioni che conoscono molto bene in prima persona, sanno fare confronti con realtà vicine e lontane per geografia ed epoca. Ma soprattutto, sanno mantenere acceso un dibattito che non manca di critiche precise e forti all'una e all'altra parte, con una civiltà e una capacità di ascolto e rispetto reciproco che va al di là della condivisione delle idee e che dovrebbe costituire un modello imprescindibile in qualsiasi ambito un confronto abbia luogo.

Benny Morris, nel suo libro, passa in rassegna le vicende dell'ultimo decennio della storia di Israele. Colpisce il suo cambiamento di rotta nel giudizio che dà dei fatti storici, o meglio, come specifica lui stesso, il suo modo di leggere quegli stessi fatti con un occhio un po' diverso. Ferrari difende il suo revisionismo, perché, non significa negare ciò che è accaduto in passato, ma rivedere il presente alla luce della cambiata situazione: in quella regione, in un certo senso, un po' revisionisti bisogna esserlo. Morris da pacifica convinto, tanto da essere stato arrestato per non aver voluto fare il servizio militare nel suo Paese, diventa un convinto sostenitore di Israele, estremamente critico nei confronti di quel mondo arabo con il quale le vicende israeliane si intrecciano da sessant'anni.

Sergio Romano lo definisce un trattato politico, più che un saggio storico, perché vi è il tentativo dell'autore di rispondere alle domande che apre con proposte più o meno concrete, ma comunque frutto di un'analisi di tipo politico, più che prettamente storico. E' un libro pessimista, tuttavia, perché prende in considerazione tutte le alternative proposte a livello internazionale negli ultimi decenni e le smonta ad una ad una, trovando nei vecchi rancori, nei problemi derivanti da uno sviluppo demografico differente dei due popoli e in una geografia economica non semplice gli ostacoli principali. L'ex diplomatico italiano dice di apprezzare in questo nuova opera di Morris il realismo e il modo con il quale ha smantellato certi luoghi comuni con cui i più sono abituati a giudicare la questione medio orientale.
Tuttavia, critica fermamente la scelta dello scrittore di fondare gran parte delle sue argomentazioni sul fatto che gli Arabi siano difficilmente inclini al cambiamento: come storico, Morris dovrebbe sapere che questo non è vero e che considerare un popolo immutabile è sempre rischioso. Al più ci si può chiedere perché a partire dalla seconda guerra mondiale il loro cambiamento abbia portato i popoli arabi così lontano dai valori e dalla percezione di civiltà che in generale si ritrova nei Paesi occidentali. Romano non critica la necessità di Israele di difendersi, ma sottolinea come a suo avviso la situazione si presenti molto più complessa di come la descrive Benny Morris. D'altra parte, è necessario scindere il discorso dell'antisemitismo, innegabilmente diffuso nella regione, con le critiche legittime agli errori di Israele nel gestire i suoi rapporti di forza.
Israele è una democrazia, ma è altrettanto vero che ci sono altre democrazie nel mondo che a casa loro si comportano da democrazie e molto meno tendono a farlo fuori dal loro territorio. L'America con l'Iraq, gli Inglesi con la guerra dei Boeri e la Francia con la guerra d'Algeria non sono, per l'ex ambasciatore, che esempi tra i più rappresentatitivi.

Ferrari concorda con Morris sulla diffusione di movimenti radicali contro lo stato di Israele in tutti i territori arabi della regione, ma prende le distanze dall'ipotesi di un conflitto di civiltà insanabile nel breve periodo. A fronte di movimenti radicali, ne sono nati diversi altri più democratici, di cui la Giordania e la stessa Siria, che pure è una dittatura, sono esempi.
Soprattutto, l'inviato del Corriere della Sera propone uno spunto di riflessione interessante: come spiegare la presenza ebraica di oggi nei Paesi musulmani? In Siria non sono moltissimi, ma nell'Iran di Ahmadinejad, che preoccupa giustamente molto Israele e in generale l'occidente, sono circa quarantamila e, lui ne ha esperienza diretta, vivono piuttosto bene. Forse è da queste contraddizioni che si deve partire per costruire una riflessione ampia e produttiva sullo stato delle cose nella regione.

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