Attualità - Spingendo la notte più in là: esame di coscienza dei giovani d'oggi
Silvia Greco - 18.04.2008

Tags: letteratura contemporanea, ultime uscite, anni di piombo, italia
Spingendo la notte più in là è il libro di Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso dalle brigate rosse il 17 maggio 1972 dopo una lunga e violenta campagna diffamatoria. E' la storia degli anni dello stragismo italiano, raccontata dalle vittime.

Spesso si sente dire di libri che cambiano la vita a qualcuno.
Spingendo la notte più in là non ha forse cambiato il corso della mia vita, ma sicuramente apre uno squarcio che offre la possibilità non solo di approfondire un tema ancora nebuloso, come quello degli anni di piombo in Italia, ma anche di riflettere sul peso delle parole e delle ideologie in un momento, questo, in cui le idee sembrano troppo spesso latitare.
Spingendo la notte più in là è il libro di Mario Calabresi, figlio del commissario Luigi Calabresi, ucciso dalle brigate rosse il 17 maggio 1972 dopo una lunga e violenta campagna diffamatoria perpetuata per mesi ai suoi danni da alcuni settori della politica e del giornalismo italiani.
Potrebbe trovare molte difficoltà a parlare di questo libro, un giovane di oggi; soprattutto quello che si è sentito sballottato tra un ideale e un altro, alla ricerca di qualcosa per cui valga la pena lottare, manifestare, arrabbiarsi. Oppure, un senso di colpa latente potrebbe lacerare la sua coscienza indebolita dall'ignavia di questi anni.
La mia lettura prende il via da un'affermazione che un tempo si ripetava con fin troppa superficialità di fronte all'abulia dimostrata dall'intelligentia italiana nei confronti della politica. Affermazione che andava nel senso della velata nostalgia di questi anni, per esperienze come quella delle Brigate Rosse, nella convinzione che gli anni '70 fossero forieri di uno spirito innovativo, eroico, ricco di idee e di quello spirito rivoluzionario e romantico in grado di cambiare le sorti di un Paese. Abbiamo visto come andata.
È dunque tempo di avvicinarsi alla lettura di un altro testo, misurarsi con chi vuole raccontare un'altra storia: quella delle vittime.
Pagine scorrevoli, sovente commoventi, ma anche decise e serene, quelle scritte da Mario Calabresi, e che tentano di raccontare cosa davvero siano stati gli anni di piombo, quali fossero le sensazioni di chi viveva un periodo storico ricco di contraddizioni e violenza, cosa abbia significato essere "figlio del popolo" indossando una divisa al servizio dello Stato.
Nel libro di Calabresi, la storia dell'omicidio prevedibile di "papà Gigi" si intreccia con altre storie e altre morti: quelle di Custra, di Marangoni, di Tobagi, fino ad arrivare agli omicidi D'Antona e Biagi.
E' la storia delle vittime, ma soprattutto è la storia delle mancanze e delle assenze. Quelle con cui hanno dovuto fare i conti le mogli, i figli, gli amici di chi è caduto combattendo una guerra dichiarata senza però conoscere i nemici, nascosti dietro ai passamontagna, talvolta coperti dagli intellettuali di un movimento più vanagloriosa e strabico che rivoluzionario e vicino ai deboli.
Uno dei passaggi che colpisce maggiormente è quello del ferimento del maestro Antonio Cocozzello, consigliere comunale della DC che assisteva, tramite la Cisl, gente che chiedeva la pensione, gambizzato dalle Brigate Rosse nell'autunno del '77. La rivendicazione delle BR, mandata alla Gazzetta del Popolo, recitava: "Abbiamo azzoppato un uomo del potere DC". Il secco paradigma del ferimento punitivo e intimidatorio.
Spesso si tende a deidentificare le persone: si finisce per essere solo "commissari", "giudici", "politici" e si tende a dimenticare che alle spalle di una carica, di una divisa, di una posizione, c'è un essere umano con la sua famiglia, le sue debolezze, i suoi desideri.
Dalla lettura delle pagine di Calabresi, si può imparare quanto possa divenire "inutile" parlare di lotta operaia, di servo del potere fascista. Parlo della comodità del trincerarsi dietro le etichette dell'odio di un gruppo verso un altro gruppo perché ciò aiuta solo a non assumersi responsabilità, aiuta a fingere di non aver azzoppato, ammazzato, dissanguato un essere umano.
Le parole possono essere violente quanto i proiettili e le ideologie claustrofobiche come gabbie, e poi ci sono i cliché, da cui diviene davvero difficile liberarsi: non c'è processo, riabilitazione, autoaffermazione che tenga. Si resta sempre, purtroppo a volte anche dopo la propria morte, vittima di un'idea.
Talvolta è quella sbagliata.
Nota sull'autore:
Mario calabresi, Nato a Milano nel 1970, ha studiato Storia e frequentato la scuola di giornalismo di Milano. Ha lavorato come cronista parlamentare all'agenzia Ansa, poi alla redazione politica di Repubblica e successivamente a quella romana della Stampa. Per il quotidiano torinese ha seguito dagli Stati Uniti gli avvenimenti dell'11 settembre. Tornato a Repubblica nel 2002, attualmente ricopre l'incarico di caporedattore centrale vicario. Ha vinto nel 2002 il premio Angelo Rizzoli di giornalismo e nel 2003 quello intitolato a Carlo Casalegno.
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