Bevo a una casa distrutta

Alessandro Canzian - 30.09.2007 testo grande testo normale

Tags: vino, bere, brindisi, poesia

Se nell'antichità il vino rappresentava una fuga dalla realtà nel senso di liberazione da ogni tabù, da ogni possibile cattività (metaforica o reale che fosse) sempre sullo sfondo di un'esigenza amorosa (dall'etimologia del termine vino) e con una forte eco religiosa, i tempi a noi più recenti hanno visto un decadere della valenza di questa nobile bevanda a fuga dalla vita nel senso di fiume che tutto travolge.

Se nell'antichità il vino rappresentava una fuga dalla realtà nel senso di liberazione da ogni tabù, da ogni possibile cattività (metaforica o reale che fosse) sempre sullo sfondo di un'esigenza amorosa (dall'etimologia del termine vino) e con una forte eco religiosa, i tempi a noi più recenti hanno visto un decadere della valenza di questa nobile bevanda a fuga da una vita intesa come fiume che tutto travolge. O meglio, dal periodo medioevale in poi il significato del vino ha subito una radicale dissociazione tra significato religioso e significato laico non lasciando alcuna via di mezzo tra questi due estremi. Religiosamente il vino è divenuto simbolo liturgico del sangue di Cristo, tramite del sacerdote a Dio. Laicamente ha acquisito un significato del tutto opposto a quello religioso e nonostante questo molto più prossimo al significato antico. Tanto da esserne di fatto una ripresa (anche in questo, se vogliamo, si può intravedere la rottura che il Cristianesimo ha rappresentato nella storia).
Il vino dopo un lungo periodo di assenza (manca nella poesia in volgare delle origini, sia provenzale sia francese sia italiana, e in quella degli stilnovisti) torna nella poesia del 1100/1230 circa in numerosi versi goliardici. Versi d'interesse popolare d'autori come Cecco Angiolieri (ca. 1260–1300) e Folgòre da Gimignano (ca. 1270–1332) che oppongono la loro poesia "comica" a quella "alta" degli stilnovisti.
Ed è la goliardia il nuovo significato che il vino acquisisce per i poeti. Un canto satirico, dissacrante, d'amore, di passione, sovente indirizzato contro il clero e la sua condotta.


Tutto quest'anno ch'è, mi son frustato
di tutti i vizi che solìa avere;
non m'è rimasto se non quel di bere,
del qual me n'abbi Iddio per escusato,
ché la mattina, quando son levato,
el corpo pien di sal mi par avere;
adunque, di': chi si porìa tenere
di non bagnarsi la lingua e 'l palato?
E non vorrìa se non greco e vernaccia,
ché mi fa maggior noia il vin latino,
che la mia donna, quand'ella mi caccia.
Deh ben abbi chi prima pose 'l vino,
che tutto 'l dì mi fa star in bonaccia;
i' non ne fo però un mal latino.

(Rime, Cecco Angiolieri, ca. 1260–1300)


Di ottobre nel contà c'ha buono stallo,
e' pregovi, figliuoi, che voi n'andate;
traetevi bon tempo ed uccellate
come vi piace, a piè ed a cavallo.
La sera per la sala andate a ballo,
e bevete del mosto ed inebriate,
ché non ci ha miglior vita, en veritate:
e questo è vero come 'l fiorin giallo.
E poscia vi levate la mattina,
e lavativ'el viso con le mani;
lo rosto e 'l vino è bona medicina.
A le guagnele, starete più sani,
ca pesce in lag' o fiume o in marina,
avendo meglior vita di cristiani!

(Sonetti de' mesi, Folgòre da Gimignano, ca. 1270–1332)


Una vita che impietosamente fugge e alla quale si fa fronte con la gioia donata dal vino torna anche nei famosissimi versi di Lorenzo de' Medici (1449–1492), nei quali la stessa figura mitologica di Bacco diventa un inno potentemente lirico alla vita, alla gioia, al carpe diem che fa di tutta l'esistenza un attimo da non perdere (tale testo fu musicato da Angelo Branduardi nel 1994 col titolo Le nozze di Bacco e Arianna).


Quant'è bella giovinezza
che si fugge tuttavia!
Chi vuol essere lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Quest'è Bacco e Arianna,
belli, e l'un dell'altro ardenti:
perché 'l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe ed altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati,
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Queste ninfe anche hanno caro
da lor esser ingannate:
ora insieme mescolate
suonon, canton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Questa soma, che vien drieto
sopra l'asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto,
già di carne e d'anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s'altri poi non si accontenta?
Chi vuol esser lieto, sia:
del doman non c'è certezza.
Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi sian, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.
Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò c'ha esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c'è certezza.

(Canti carnascialeschi, Lorenzo De Medici, 1449–1492)


Il vino compare nella letteratura seguente sostanzialmente senza grosse variazioni dal significato fin qui presentato. È una fuga dalle miserie della vita, dallo sfiorire della bellezza e della felicità, è talvolta una rassegnazione all'infelicità, talvolta un brindisi che suggella l'amicizia. Abbiamo esempi nel Goldoni (1707–1793), nel Parini (1729–1799), nell'Alfieri (1749–1803), nel Manzoni (1785–1873), nel Leopardi (1798 – 1837), nel Belli (1791 – 1863), nel Pascoli (1855 – 1912), nel Trilussa (1871 – 1950), nel D'annunzio (1863–1938), solo per rimanere in territorio italiano.
Altri esempi che vale la pena ricordare vengono dalla famosissima Traviata di Giuseppe Verdi (1813–1901) dove Alfredo canta " Libiam ne' lieti calici / che la bellezza infiora / e la fuggevol ora s'inebri a voluttà". E ancora da Napoli dove, sulla porta d'ingresso dell'antica e ormai scomparsa taverna cinquecentesca del Cerriglio (luogo di ritrovo di cantori e poeti nel 1600), erano riportati i versi:


Amice mieie
magnammo e vevimmo nuie
fino a che nce sta uoglio a la lucerna,
chissà si a ll'auto munno ce vedimmo!
Chissà si a ll'auto munno c'è taverna!


TRADUZIONE

Amici miei
mangiamo e beviamo
fin quando ci sia olio nella lucerna,
chissà se all'altro mondo ci vedremo!
Chissà se all'altro mondo c'è la taverna!



Ma è il novecento, momento storico di terribili sconvolgimenti economici, politici, di massacri di massa, di guerre mondiali e di apocalissi mancate ma sempre in qualche modo presenti, a modificare veramente il secolare significato del vino. Ciò che prima era fuga, in qualche modo laica salvezza poetica, sodalizio fra gli uomini che cercavano ancora una fratellanza fra di loro, ora diviene amara coscienza che non esiste salvezza. Che esiste il disumano attimo che viene dopo il carpe diem. Dopo la stessa morte in qualche modo. L'uomo non ha più paura di morire ma di sopravvivere.
Non ci sono palliativi, non c'è conforto e non c'è dolcezza. L'uomo diviene terribilmente conscio di se stesso e forse, non potendo più amare, non riesce più a cogliere il significato amoroso ch'è dentro il vino (vena, venus, Venere).

Tre sono stati quindi i significati fondamentali che il vino ha acquisito nel tempo. Nell'antichità è stato un religioso riemergere della propria natura, l'ennesima forma del conosci te stesso in qualche modo. Una liberazione, sia essa da uno stato di prigionia reale o da una cattività d'amore. Dal medioevo a tutto l'ottocento è stato invece un alienarsi dalle miserie della vita senza più alcuna pretesa religiosa. Un baccanale di gioia e d'amicizia molto spesso che riecheggiava il mondo antico con nostalgia. Dal novecento ad oggi è invece l'amaro compagno che riflette la disillusione umana, la disperazione, il vuoto che la storia ha prodotto.

Il vino ha da sempre la funzione d'uno specchio che riflette all'uomo ciò che lui è, ciò che lui pensa. Ma dove non può la storia può la poesia in fondo. Ed ecco allora emergere anche nella nostra era testi e versi che, al pari del mondo antico, brillano d'inconsueta bellezza. Mantenendo similmente al vino una sorta di intrinseca ed etimologica speranza nella vita, nell'uomo. Nonostante tutto.


Troppo vino, o troppo poco; se non gliene date, non può trovare la verità; se gliene date troppo, nemmeno.
(Pensieri, Pascal, 1623-1662)


Viva Bacco, e viva Amore:
l'uno e l'altro ci consola;
uno passa per la gola,
l'altro va dagli occhi al cuore.
Bevo il vin cogli occhi poi ...
faccio quel che fate voi.

(La locandiera, Carlo Goldoni, 1707-1793)


Grato licor che aiuta gli umili e gli oppressi a
sopportar la vita di dolori ,riscaldandoli e fortificandoli...

(Le Odi, Giuseppe Parini, 1729-1795)


Ner monno ha fatto Iddio 'gni cosa degna:
ha fatto tutto bono e tutto bello.
Bono l'inverno, più bona la legna:
bono assai l'abbozzà, mejo er cortello.
Bona la santa fede e chi l'insegna,
più bono chi ce crede in der ciarvello:
bona la castità, mejo la fregna:
bono er culo, e bonissimo l'ucello.
Sortanto in questo qui trovo lo smanco,
che poteva, pensànnoce un tantino,
creàcce l'acqua rossa e 'r vino bianco:
perchè ar meno gnisun'oste assassino
mo nun vierìa co tanta faccia ar banco
a vénnece mezz'acqua e mezzo vino.

(I sonetti, Giuseppe Gioachino Belli, 1791-1863)


... dicono e suggeriscono che volendo ottener dalle donne quei favori che si desiderano, giova prima il ber vino, ad oggetto di rendersi coraggioso, noncurante, pensar poco alle conseguenze, e se non altro brillare nella compagnia coi vantaggi della disinvoltura ...
(Zibaldone, Giacomo Leopardi, 1798-1837)


Lo sguardo strano d'una donna provocante
che ci scivola incontro come il raggio bianco
della mobile luna il lago fa tutto tremare,
quando vi tuffa la sua bellezza noncurante;

l'ultimo pugno di monete al giocatore in mano;
dell'asciutta Adelina un bacio d'audace ardore;
una musica carezzevole che induce al languore,
somigliante al grido remoto del dolore umano,

tutto questo non vale, o bottiglia profonda,
i balsami sottili che la tua pancia feconda
riserva al cuore alterato del pietoso poeta;

Tu gli versi speranza, giovinezza e vita,
e in più l'orgoglio, tesoro d'ogni mendico,
che ci fa trionfanti e simili agli Dei!

(I fiori del male, Baudelaire, 1821-1867)


L'Impossibilità, come il Vino
eccita l'Uomo
che l'assapora; la Possibilità
è insipida - aggiungi
una pur pallida traccia di Rischio
e nel Sorso di prima
un incantesimo produce l'ingrediente
certo come una Condanna -

(Poesie, E. Dickinson, 1830–1886)


Nulla, una schiuma, vergine verso
solo a indicare la coppa;
così al largo si tuffa una frotta
di sirene, taluna riversa.

Noi navighiamo, o miei diversi
amici, io di già sulla poppa
voi sulla prora fastosa che fende
il flutto di lampi e d'inverni;
una bella ebbrezza mi spinge
né temo il suo beccheggiare
in piedi a far questo brindisi
solitudine, stella, scogliera
a tutto quello che valse
il bianco affanno della nostra vela.

(Poesie, S. Mallarmé, 1842–1898)


Ha tre, Giacinto, grappoli la vite.
Bevi del primo il limpido piacere;
bevi dell'altro l'oblio breve e mite;
e... più non bere:

chè sonno è il terzo, e con lo sguardo acuto
nel nero sonno vigila, da un canto,
sappi, il dolore; e alto grida un muto
pianto già pianto.

(Myricae, Giovanni Pascoli, 1855-1912)


Con il fior de la bocca umida a bere
ella attinge il cristallo. Io lentamente
le verso a stille il vin dolce ed ardente
entro quel rosso fiore de 'l piacere;
e chinato su lei, muto coppiere,
guardo le forme dilettosamente:
la sua testa d'Ermète adolescente
e la sagliente spira de 'l bicchiere.
Or, poi che le pupille a l'amorosa
concordia de le due forme stupende
io solo, io solo, io solo ho dilettate,
godo infranger la coppa preziosa;
e improvviso un desìo vano mi prende
d'infranger le membra bene amate.

(Poesie, Gabriele D'Annunzio, 1863–1938)


Il vino raggiunge la bocca
E l'amore raggiunge gli occhi,
Questa è la sola verità che ci è dato conoscere
Prima di invecchiare e morire.
Sollevo il bicchiere alle labbra,
Ti guardo e sospiro.

(Canzone al vino , W. B. Yeats, 1865-1939)


La strada è lunga, ma er deppiù l'ho fatto:
so dov'arrivo e nun me pijo pena.
Ciò er core in pace e l'anima serena
der savio che s'ammaschera da matto.
Se me frulla un pensiero che me scoccia
me fermo a beve e chiedo aiuto ar vino:
poi me la canto e seguito er cammino
cor destino in saccoccia.

(La strada mia, Trilussa, 1871–1950)


Le bocche hanno seguito il sentiero sinuoso
del bicchiere ardente del bicchiere d'astro
e nel pozzo di una scintilla
hanno ingoiato il cuore del silenzio.

Un intruglio non è più assurdo -
è qui che si scorge il creatore di parole,
colui che si distrugge nei figli che procrea
e dà nome all'oblio di tutti i nomi del mondo.

Quando è deserto il fondo del bicchiere,
quando è sbiadito il fondo del bicchiere
sopra il bicchiere le bocche picchiano
come su un morto.

(Capitale del dolore, Éluard, 1895-1952)


In quale regno o secolo
e sotto quale tacita
congiunzione di astri,
in che giorno segreto
non segnato dal marmo,
nacque la fortunata
e singolare idea
di inventare l'allegria?
Con autunni dorati
fu inventata.
Ed il vino
fluisce rosso
lungo mille generazioni
come il fiume del tempo
e nell'arduo cammino
ci fa dono di musica,
di fuoco e di leoni.
Nella notte del giubilo
e nell'infausto giorno
esalta l'allegria
o attenua la paura,
e questo ditirambo nuovo
che oggi gli canto
lo intonarono un giorno
l'arabo e il persiano.
Vino, insegnami come vedere
la mia storia
quasi fosse già fatta
cenere di memoria.

(Sonetto al vino, J. L. Borges, 1899–1986)


Bevo a una casa distrutta,
alla mia vita sciagurata,
a solitudini vissute in due
e bevo anche a te:
all'inganno di labbra che tradirono,
al morto gelo dei tuoi occhi,
ad un mondo crudele e rozzo,
ad un Dio che non ci ha salvato.

(Poesie, Anna Achmatova, 1889–1966)


Vino color del giorno,
vino color della notte,
vino con piedi di porpora
o sangue di topazio,
vino,
stellato figlio
della terra,
vino, liscio
come una spada d'oro,
morbido
come un disordinato velluto,
vino inchiocciolato
e sospeso,
amoroso,
marino,
non sei mai presente in una sola coppa,
in un canto, in un uomo,
sei corale, gregario,
e, quanto meno, scambievole.

A volte
ti nutri di ricordi
mortali,
sulla tua onda
andiamo di tomba in tomba,
tagliapietre del sepolcro gelato,
e piangiamo
lacrime passeggere,
ma
il tuo bel
vestito di primavera
è diverso,
il cuore monta ai rami,
il vento muove il giorno,
nulla rimane
nella tua anima immobile.
Il vino
muove la primavera,
cresce come una pianta di allegria,
cadono muri,
rocce,
si chiudono gli abissi,
nasce il canto.
Oh, tu, caraffa di vino, nel deserto
con la bella che amo,
disse il vecchio poeta.
Che la brocca di vino
al bacio dell'amore aggiunga il suo bacio

Amor mio, d'improvviso
il tuo fianco
è la curva colma
della coppa
il tuo petto è il grappolo,
la luce dell'alcool la tua chioma,
le uve i tuoi capezzoli,
il tuo ombelico sigillo puro
impresso sul tuo ventre di anfora,
e il tuo amore la cascata
di vino inestinguibile,
la chiarità che cade sui miei sensi,
lo splendore terrestre della vita.

Ma non soltanto amore,
bacio bruciante
e cuore bruciato,
tu sei, vino di vita,
ma
amicizia degli esseri, trasparenza,
coro di disciplina,
abbondanza di fiori.
Amo sulla tavola,
quando si conversa,
la luce di una bottiglia
di intelligente vino.
Lo bevano;
ricordino in ogni
goccia d'oro
o coppa di topazio
o cucchiaio di porpora
che l'autunno lavorò
fino a riempire di vino le anfore,
e impari l'uomo oscuro,
nel cerimoniale del suo lavoro,
e ricordare la terra e i suoi doveri,
a diffondere il cantico del frutto.

(Ode al vino, Neruda, 1904–1973)


Di nuovo gli astri d'amore traversano
lucidi sulle nostre teste opache
là dove noi sediamo inconsapevoli
su opposte rive. E appare naturale
non averti veduta mai né udita
ed affliggerti in una luce antica.

Desiderio o rimpianto? Desiderio
e rimpianto, una sola febbre amara.
Raggiava nel cristallo un vino astrale,
un sole fuso che bevevi a sorsi
e fissavi la dura cecità del paesaggio.

(Quaderno gotico, Luzi, 1914–2005)


A me piacciono gli anfratti bui
delle osterie dormienti
dove la gente culmina nell'eccesso del canto,
a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,
e i calici di vino profondi,
dove la mente esulta,
livello di magico pensiero.
Troppo sciocco è piangere sopra un amore perduto
malvissuto e scostante,
meglio l'acre vapore del vino
indenne,
meglio l'ubriacatura del genio,
meglio sì meglio
l'indagine sorda delle scorrevolezze di vite.

(Le osterie, Alda Merini, 1931-)



Immagini:

1)Leonardo da Vinci(1452-1519), Bacco...trasformato in San Sebastiano
2) Tiziano Vecellio (1488/90-1576), Baccanale, 1518, Museo del Prado, Madrid
3) Annibale Carracci (1560-1609) Baccante, Galleria degli Uffizi, Firenze
4) Anonimo Scuola portoghese, L'uomo con il bicchiere di vino, Museo del Louvre, Parigi
5) Pieter Paul Rubens (1577 -1640), I satiri, 1616, Alte Pinakothek, Monaco
6) Nicolas Tournier (1590-1657), bevitore
7) Michelangelo Merisi detto il Caravaggio (1571-1610):
a) Bacchino Malato, Roma, galleria Borghese
b) Bacco, Galleria degli uffizi, Firenze
c) Giovane con cesto di frutta, Roma, Galleria Borghese
8) Guido Reni (1575-1642), Bacchino, Palazzo Pitti
9) Frans Hals(1583-1666):
a) L'allegro bevitore, Olio su tela, 1625-1627, Museo di Berlino
b) 1623, olio su tela, Metropolitan Museum of Art, New York
10) Diego Velasquez (1599–1660):
a) il bevitore, museo Del Prado-Madrid
b) il bevitore, particolare
11) Cezanne (1839-1906):
a) il bevitore, olio su tela, cm.45x37, Barnes Foundation, Merion, Pennsylvania
12) Edouard Manet (1832-1883), Bevitore, 1858, Ny Carlberg Glyptotek, Copenaghen
13) Gaetano Bellei(1857-1922), La mano vincente, olio su tela, 33 x 19 collezione Privata, Firenze
14) Umberto Boccioni (1882-1916), Il bevitore, 1914, Pinacoteca di Brera, Milano
15) Amedeo Modigliani (1884 - 1920), Uomo seduto appoggiato al tavolo, Milano collezione privata
16) Mario Sironi (1885-1961), Il Bevitore, Collezione privata, Milano
17) Ottone Rosai (1895-1957), Uomo all'osteria, Roma collezione privata
18) Bucci Anselmo (1887- 1955), Il bevitore, 1927, olio su tela 100x74,5 cm, Galleria d'Arte Moderna Ricci Oddi, Piacenza
19) Francine van Hove (1942- ), Lydia con il bicchiere di vino, 1981, Galleria Alain Blondel, Parigi



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