Stefano Giovinazzo - 30.05.2007

"La poesia è sicuramente una forma di salvezza perché di fronte al dolore si può reagire in tre modi: o abbandoni la vita sociale o diventi autolesionista e fai male anche agli altri (con questo duplice atteggiamento) o ti rifugi nell'arte. ..."
"Quando dolore per scrivere", scrive Giulia in una poesia scritta appena pochi giorni fa e letta davanti la platea della Società Italia Dante Alighieri di Roma, in Piazza Firenze.
A soli 17 anni questa ragazza, Giulia U. Doria De Zuliani, nata a Padova, emigrata per due anni a Losanna per studiare e appena tornata nella terra natia, appare disinvolta con i lunghi capelli fluenti che nascondono un velo di tristezza.
Un dolore d'infanzia, un appello a quel padre che chiama non ricevendo risposta, rievocato nelle delicate ma al tempo stesso intense pagine de Il Canto del Figlio dove la salvezza è velata da parole di morte subito taciute dal desiderio di rinascere: "Donaci di poter morire un secondo per fermare la tortura (...) Quando gli occhi si riaprono siamo diversi".
D - Qual è stata la paura e l'imbarazzo nel presentare l'opera alla casa editrice e di conseguenza renderla pubblica?
R - Paura che la gente pensasse che fossi solo e soltanto una ragazza sofferente. Nel libro è espressa una parte di me, quella triste, che tuttavia non deve sostituire totalmente la ragazza che sono nella vita di tutti i giorni; una ragazza che si diverte e sa divertirsi con i propri amici. L'imbarazzo c'è stato riguardo al mio intimo che entrava in contatto con la gente.
D - La scelta di narrare la tua storia, il tuo disagio, il tuo vuoto. Perché hai scelto la poesia e non hai affrontato la via del romanzo?
R - Non è stata una scelta! All'inizio ho voluto "giocare" con le parole, le domande, le risposte e da lì si è creata una sorta di dipendenza: comunicare con me stessa e gli altri. Dal gioco poi la poesia è diventata l'essenza ed una vera e propria esigenza, ora come ora.
D -Pubblicare a soli 16 anni cosa significa? D'ora in poi cosa può cambiare nella tua vita privata e da scrittrice? Insomma hai intenzione di continuare a scrivere?
R - E' cambiato tutto e niente. Da un lato questo mio esordio letterario non ha voluto dire nulla perché non mi ha cambiato in quanto quello che ho sentito rimane comunque, è un sentimento che si è fatto materia. Da un altro punto di vista, però, ha rappresentato tutto poiché mi ha reso possibile la comunicazione e il dialogo con la costruzione di tanti "ponti" e mi ha donato forza, sicurezza e sicuramente un bellissimo punto d'inizio.
D - L'infanzia trapela profondamente nel testo. Di che tipo è l'influenza che essa ha esercitato sulla raccolta delle poesie?
R - Ne "Il canto del figlio" mi sentivo come se avessi finito il percorso da figlia (cerco il padre in questa raccolta). Posso dire che è finito un percorso, quello da figlia.
D - La scrittura ed in particolare la forma poetica può essere un'ancora di salvataggio, una valvola di sfogo verso certe situazione insopportabili?
R - La poesia è sicuramente una forma di salvezza perché di fronte al dolore si può reagire in tre modi: o abbandoni la vita sociale o diventi autolesionista e fai male anche agli altri (con questo duplice atteggiamento) o ti rifugi nell'arte. Quest'ultima, secondo me, è la via più sana per rispondere al dolore, in quanto hai la possibilità di fare qualcosa di costruttivo, rendere utile il dolore provato. Quello che ho provato non si cancella, ce l'ho davanti agli occhi sempre anche rileggendo il mio libro (fisso nella mia mente), è come uno zoppo che si guarda allo specchio. Da questo punto di vista è l'arte che ha scelto me.
IL CANTO DEL FIGLIO
Giulia U. Doria De Zuliani
(Marsilio Editore 2006)
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