Intervista a Arnold de Vos - Come un uomo ebbro per l'osato

Alessandro Canzian - 28.03.2007 testo grande testo normale

Tags: Arnold de Vos

Dalle tenebre dell'inverno del 1944 – avevo sette anni, mangiavamo barbabietole,bulbi di fiori, l'erba, il riso con i vermi, c'era chi mangiava le patate crude se venivano date – dall'estremo disagio – ci avevano sequestrato la casa, quella nuova non aveva più una finestra sana, dal bosco poco distante salivano i missili V-2 su Londra e ricadevano spesso, con fragore, bengala e incendi di bosco -, da quel tempo di razzi e bombe al fosforo per parlare solo di cose, ho ritenuto una luce, una figura, un sesso se vuole, il primo vaso del mondo lambito dalla luce della speranza che la vita abbia in serbo anche dell'altro: confesso, da allora tenebra è diventata per me la famiglia, il potere paterno, la necessità di difendere l'identità.

D. Gentile Arnold de Vos, in primis una domanda fondamentale: cos'è la poesia di Arnold de Vos per Arnold de Vos?

R. La domanda mi arriva in un momento particolare: è tornato da poco da una permanenza in patria la persona che mi ha fatto scrivere lungo l'arco di due anni i testi raccolti in Vertigo. 77 poesie per Ahmed Safeer e in altre sillogi successive a lui dedicate fino a quella più recente, intitolata Amore con l'Unicorno, scritta in sua assenza e ultimata pochi giorni or sono. È tornato sposato: non ne fui informato ma non sono un ingenuo, e lo stesso è stato uno choc. Ma non sarà di certo la fine della mia poesia: probabilmente godrà di ottima salute, già vedo come gongola. La poesia mi offre su due piedi la possibilità di un'esistenza parallela che rimescola verità e finzione, specie laddove la vita non va.

D. Lei dice che la poesia le dà "la possibilità di un'esistenza parallela". Com'è possibile questo?

R. Per spiegare l'ingranaggio, dico ora, bisogna andare molto indietro nel tempo, visto che presto avrò settant'anni. Ho scoperto assai precocemente di non essere un ragazzo come i più, di avere un meccanismo emotivo che reagiva in modo diverso da quanto osservavo nei miei coetanei. E come capita, tendevo a nasconderlo per non dare nell'occhio. Non ho mai dato nell'occhio –l'affermazione non è altro che una specie di autocertificazione non richiesta–, ma è l'occhio che mi dà da fare in quanto sensibile alla bellezza. La bellezza di certi ragazzi, per essere precisi, che altri travisarono. Si era nell'Olanda occupata dai tedeschi, nel 1944, il nostro – non solo nostro – annus terribilis; era quella mia, visto il contesto, una scoperta non particolarmente terrificante. Nel mio immaginario è entrato un soldato tedesco:

Ho amato un soldato
incontrato tra i rovi,
un'argilla giovane
come sul tornio del mondo
il primo vaso.


[la breve poesia s'intitola Werda, pubblicata in Merore o Un amore senza impiego (Cosmo Iannone Editore, Isernia 2005)].
Naturalmente non m'ero seduto ancora davanti a un tornio, all'epoca, né ho saputo il nome del soldato in questione al quale, in un dipoi e dopo un po' di Moravia, ho applicato il nome Kurt. L'accaduto dava una dimensione di più a una situazione senza esiti, e comunque lo tenni per me. Letture fatte tra i libri di mia madre - ricordo un romanzo ungherese, una storia sullo sfondo di Budapest - mi aggiornarono su quanto può accadere tra due persone senza che abbiano per questo un legame qualsiasi.
La liberazione dell'Olanda mi ha frastornato nel senso che capivo che quel soldato non l'avrei rivisto più. Il fatto non ha tralasciato di generare complessi di colpa: hanno contribuito al mio relativo isolamento. Dovevo fingere di appartenere al branco, e invece non era così. M'è capitato in classe di baciare spontaneamente qualcuno in un riflesso, e invece gli astanti sono scoppiati a ridere. Mi sembrava di star meglio durante la guerra che non immediatamente dopo, con il ritorno della libertà.
Una specie di deviazione è partita già allora, che mi faceva cercare le formule per esplicitarla a me stesso in forma velata, così che la trasposizione potesse funzionare anche da tema da svolgere e leggere ad alta voce in classe: non si parlava ancora tanto di Freud. L'Olanda era stata un paese colonialista e dalle Indie tornava una torma di ragazzi meticci che avevano soggiornato durante gli anni della guerra in qualche campo di concentramento giapponese, separati dai padri ma non dalle madri: erano coetanei particolarmente di mio gradimento, segretamente me ne sono innamorato di uno del quale isolavo, come uno still che resta a vibrare sulle rètine a film già finito, la visione del suo capezzolo.
Mi incantava. Ho passato anni della mia adolescenza con questo capezzolo.

D. Questo vissuto in che modo le è divenuto poesia?

R. Poesia? scrittura diciamo, perché la mia non era ancora approdata alla poesia: sai di essere un caso a parte, questo ti isola, eviti le compagnie ma cerchi compenso, consolazione, e una luce t'illumina un petto di ragazzo che diventa il viatico per la felicità. Scorciatoie da praticare in pectore, se sei saggio, da esternare in codice se proprio bisogna, delle quali sorridere per il dolce languore che provocano, ma che fanno ridere se rivelate, banalizzate e schernite in pubblico.
Il pubblico ludibrio è per me una sfida a tutt'oggi quando scrivo: la voglia di esternare in codice m'avrà fatto scegliere alla lunga una lingua altra nella quale esprimermi più sguaiatamente, la difficoltà di farlo avrà funzionato da sprone, da stimolo.
Alla bellezza, la bellezza primaticcia della mia vita dei giovani anni, non ho mai rinunziato, neanche ora; miserie passate l'avranno contornata di una tinta un po' fosca, che mette più che altro in luce la bellezza di quegli anni inseguita con la tenacia del ricordo. Erano, in realtà, anni pieni di angosce che io, sulle ali della bellezza estrapolata a mio uso e consumo, tengo vivi e rivedo trasecolato. E siccome ho imparato che è consolatorio – l'uomo cerca il suo bene come un coniglio – ho cominciato in tarda età a trattare il presente come fosse una dimensione del passato: lo è, ma quando piovono avversità sublimo, le vedo già superate, appianate, lontane. Sono le avversità a farmi trasudare poesia, rendendosi vivibili.
Poesia come fatto esistenziale, poco strano per un poeta. Che, dunque, se gli capita un amore malriposto, si mette ad amare e scrivere all'impazzata per tirarsi dal malaccio: o s'impantana, o riesce a volare, Pegaso vincente.
Penso d'aver spiegato il titolo Vertigo, con ciò. La poesia è, è stata la mia ancora di salvataggio in altre parole: non tanto un modo per arrivare al responso, alla ricezione da parte dell'altro da me, che non cerco il mio bene specialmente tra lettori o letterati, e neanche un modus vivendi ma un modo di vivere l'estremo. Di vivere mettendo in forse le frontiere del possibile, forse.

D. Due concetti che emergono proprio dal suo Vertigo: tenebre e amore. Cosa sono le tenebre e cos'è l'amore?

R. Dalle tenebre dell'inverno del 1944 – avevo sette anni, mangiavamo barbabietole, bulbi di fiori, l'erba, il riso con i vermi, c'era chi mangiava le patate crude se venivano date, – dall'estremo disagio – ci avevano sequestrato la casa, quella nuova non aveva più una finestra sana, dal bosco poco distante salivano i missili V-2 su Londra e ricadevano spesso, con fragore, bengala e incendi di bosco–, da quel tempo di razzi e bombe al fosforo per parlare solo di cose, ho ritenuto una luce, una figura, un sesso se vuole, il primo vaso del mondo lambito dalla luce della speranza che la vita abbia in serbo anche dell'altro: confesso, da allora tenebra è diventata per me la famiglia, il potere paterno, la necessità di difendere l'identità.
Il sesso, il sesso maschile è un vaso che invade, può diventare un invaso, un'invasione a tutto campo: però, per tenere il ricordo puro, e depurarlo anche dall'associazione "soldato tedesco", mi sono chiuso in me stesso, sono andato in clausura per così dire. Cosa che faccio anche ora che la vita, diciamo la società, una società altra ma spiccatamente dei padri, mi rispedisce l'amato sposato per effetto del controllo sociale, e per effetto dello stesso controllo sociale diventato un "intoccabile".
Per lei da Vertigo emergono tenebre. Non me ne ero accorto: in fase di scrittura probabilmente sì, ma per scrivere faccio posto, non mi rileggo o almeno tendo a non farlo, rimuovo. Avrò – ed è in linea con quanto detto sopra, credo – per la necessità di andare avanti, di tirare avanti con la scrittura, di vivere come dico, rimosso le tenebre dalla vertigine provata per cui Vertigo per me è diventato un fascio di luce, tutta luce: mi sono innamorato, ho amato con il rispetto della persona, e ho vinto: la persona, andando anche contro se stessa, si è arresa all'evidenza dell'amore ed è stato un trionfo che la mia gratitudine ha cambiato in altro, in qualcosa che ha attinenza al sacro, in religiosità anche se non in religione secondo i canoni del "come si deve". Ha portato all'annichilamento totale di me stesso davanti all'espansione della bellezza, l'epifania all'orizzonte: un'esperienza totalizzante che mi ha fatto volare, interiormente, all'apice del vertice delle felicità.
La trascendenza, insomma.

D. Cosa intende per "espansione della bellezza"?

R. Non le sarà sfuggito che in questo passo non mi sia scappata di bocca la parola "bontà". Bello non è di per sé buono: ho amato, e con soddisfazione non so di entrambi, il ragazzo (per me) più bello del mondo, il che gli avrà fatto anche del male, al carattere: non è per tutte le gambe. E qui si entra nel lato tenebroso dell'amore, che apre ad altre vertigini, in senso contrario a quello della trascendenza: alle tenebre della terribilità dell'amore nel rapporto interpersonale, e tra l'io e Dio. L'erranza di dio nella persona amata a scatola chiusa e in senso lato, compresi i difetti che possa avere, è per me un trattino, un trampolino di lancio in direzione del divino. Che sarà perfezione, uno s'immagina. Per cui le mie luci, anche se nate dalle tenebre, tendono a sorvolare sulle ombre nell'ascesa, mia, e nel piovere su di me dallo spartiacque del cielo. Cerco di trascinare l'altro, di fargli dimenticare le sue di ombre, le cicatrici di una società che bistratta. E se l'amore non basta, e da solo non basta, riconosco che anche il mio essere è radicato nell'ombra, nelle tenebre dell'ambascia esistenziale, che ha preso avvio fisicamente dal potere dei padri padrone da cui difendersi psichicamente: l'ombra che abbiamo attraversato e dalla quale scappiamo. Che non vengano a molestarmi i padreterno del mondo, fanno parte delle mie tenebre. Annoto: non ho figli, non li ho mai voluti, ho avuto un cattivo esempio. Per cui un giovane amante che mi è anche figlio, è il massimo del godibile al quale posso aspirare in amore nella cerchia delle amiche terrene. Ne ho molte, sono i miei angeli. Ho sorvolato sull'effetto sulla mia poesia di una siffatta concezione dell'esistenza, che porta in sé il pericolo che l'amore cessi, e con l'amore l'effusione della poesia: cerco di non scrivere sullo scrivere, ma la mia poesia fonda sull'equazione poesia = vita. Non è di tutti, la base è esigua. È il mio tallone d'Achille: sono altamente vulnerabile. Saperlo dà slancio, il volo alto, lo stilo.

D. Lei parla della sua vita ma sempre in relazione alla sua diversità. Ma lei è stato anche sposato.

R. Caro Canzian, sono sposato. Vedo di trovare "le parole per dirlo"; non ho peli sulla lingua, ma cerco di proteggere chi fa parte della mia famiglia in senso lato, anche se ristretta. La mia casa (immaginaria, mi divido per due case) ha pareti sottili, tanto sottili che potrebbero rompersi. Ma non è mai successo finora.
La casa della poesia ha pareti sottili, è molto fragile. Mi sento uno gnomo che abita un vaso attico a figure che gli danzano intorno ma non si toccano: compaiono in quadri separati, contrapposti ma fanno parte di un'unica composizione. Le parlavo di repoussoir: la mia vita pubblica che passa sotto silenzio, mi spinge nelle mie camere segrete nelle quali scrivo e vivo, è il mio harem. Ma l'harem è haram, 'verboten, Sperrgebiet': non ci si entra. Lei si spinge fin sulla soglia. In verità, non sono neanch'io un patito della vita dei poeti: meglio non conoscerla. Però, spesso è inscindibilmente legata all'opera, che nasce dalle sue doglie.

D. Una domanda che vuole esserle più uno stimolo a poetare: cos'è il corpo maschile e cos'è il corpo femminile per Arnold de Vos?

R. Ieri sera sono andato a vedere il nuovo film di Francesca Archibugi, Lezioni di volo. Dopo la prima "lezione", Curry chiede a Pollo: "Com'è?" -intende lì dentro. Risposta: "Non mi piace." Cito questa risposta per non riesumare la vecchia querelle di André Gide – Corydon - se sia più bello il corpo maschile o quello femminile: Gide importuna l'intero mondo animale per spiegare che il corpo maschile gli pare più appariscente. A seconda dei gusti, verrebbe a dire; ma Gide voleva provare che il corpo maschile sia "esteticamente più bello", sorvolando sulla storia del gusto. Del gusto mutevole. A me piace stare in compagnia di un corpo a letto, ma è un benessere piuttosto informe. Non ho più il corpo che avevo, la forma la posso offrire solo in poesia. La risposta di Pollo è emblematica per me, nel senso che "non mi ci trovo".
Per contro, l'a tergo non mi piace. Ma ho smesso da molto di infastidire altri con il mio fisico. Da quanto scrivo potrebbe risultare il contrario, ma ho una natura alquanto casta e quel che gli altri combinano m'interessa relativamente. Sono piuttosto monogamo e non particolarmente geloso, ma il corpo maschile mi fissa: ci sarà un perché. E lei lo vuol sapere da me: se lo sapessi, non starei qui a scrivere. E' uno dei misteri della mia vita, che non so risolvere. Mi capita di chiedere a qualcuno di svestirsi, e fare sesso. Ma è cicoria per caffè, il mio caffè è il corpo dell'amato. E il corpo femminile caffè d'orzo, probabilmente.
In questo dissento da molti e me lo fanno capire: mi dispiace, perché non voglio dare nell'occhio. Ma non ci vuole niente: è fiammante, è così.
Un corpo non è solo una tazza di caffè che ti mette su, è nutrimento: nutrimento della fantasia, dell'anima. Se non la nutri, è la fame: la mia poesia esprime questa fame, nelle forme più svariate perché non mi arrendo alla fame. Altrimenti sarei morto nel 1944, o nel '45. La mia vita è stata bella, interessante ma non particolarmente felice. Raggiungo la felicità quando raggiungo il desiderio, l'amato. Questi amati sono i miliari della mia vita, specialmente l'ultimo. Ma per cosa ti manca, mi chiederà. Scrivere è toccare, il toccamento è la prima cosa che viene a mancare: toccare il petto, l'inguine. Niente di speciale, se si pensa a quello che fanno gli altri. Solo che io cerco quel che già ho, ma non è il suo.
Questo complemento ricercato, inseguito, per alcuni ha del superfluo. Per me no, perché rimango a cercare: la poesia è il risultato di questa queste. Il membro dell'amato è sacro, è il mio Graal. Se mi cade dalle braccia, devo andare a cercare questo vaso. Anche in lingua, per cui scrivo più o meno sempre la stessa poesia. Avendolo trovato, non sto più in me dalla felicità: è il mio dreamcatcher.
Ci vuole un sogno a occhi aperti. Gli occhi aperti fanno parte del problema: in una parte del mondo che amo di più la visibilità dell'oscuro oggetto del desiderio è tabù. Creo irritazione per avere soddisfazione: non è bello, nemmeno appresso un corpo bellissimo.

D. Una domanda che traggo dalla sua risposta. Cos'è l'uomo e cos'è la donna per Arnold de Vos?

R. Cos'è l'uomo e cos'è la donna? Le rispondo con una battuta: un "coso" può essere molto donna, mi creda.


Due inediti di Arnold de Vos:

Elegia
"...non so come faccia a vivere perché tu non mi baci mai
e non puoi baciarmi perché sono la tua anima."
(Alda Merini, L'anima innamorata)

Sono la tua anima, come faccio a baciarti?
sei il mio corpo, come fai a conoscermi?
la sera ti allogo per dormire
in grembo al sonno
e rifuggo dal vostro abbraccio
che mi esclude.
Non ho riparo che in te:
vago intorno alla tua sagoma,
fenice che arde e rinasce
quando ti sciogli dalle braccia del sonno
e mi disconosci, che torni in te.


(Trento, 11.02.2007: fa parte della nuova raccolta Amore con l'Unicorno, un intreccio dovuto a certa poesia sufi – mi sia perdonato l'incapricciamento – di Dio e Ahmed Safeer)


Uffa
Sei ornato e figura
anche senza orpelli:
un corpo essenziale,
però armonico.
Il bordone della libido
ti balla accanto, fa tremare il piancito:
mattonelle rosse ballerine,
si staccano dalla malta
per far bagordi tra i piedi.
Solo io qui impiallacciato
faccio muro, faglia trasforme:
cupio che camuffa lo spaccato.


(Trento, 18.03.2007)


Bio-bibliografia:

Arnold de Vos, poeta (olandese) migrante residente a Roma dal 1968, poi a Trento e Selva di Grigno in Valsugana e a Tunisi, in italiano ha scritto "Merore o Un amore senza impiego" a cura di Mia Lecomte, postfazione di Franca Sinopoli (Cosmo Iannone Editore, Isernia 2005).
Dopo il debutto come poeta in Olanda nel 1967 (Uit een volslagen duisternis. Gedichten voor Gerrit Achterberg) e la traduzione in olandese de Il Sempione strizza l'occhio al Frejus di Elio Vittorini, si dà con la moglie all'archeologia (E. La Rocca, M. & A. de Vos, Guida archeologica di Pompei, Mondadori 1976-oggi; A. & M. de Vos, Pompei Ercolano Stabia, Guide archeologiche Laterza 1982, 1988; AA.VV., Pompei. Pitture e mosaici, Enciclopedia Treccani I-III).
Autore di Poesie del deficit (Edigam, Padova 1980: premio "Taormina" 1980); Il portico (Gazebo, Firenze 1985); Responso (Ragusa 1990: premio "Sikania"); Paradiso e destino o La perla insonne delle pudende (Sciascia, Caltanissetta 2000: premio "Città del Pittore Guastaferro", con Peter Russell).
Nel 2008 uscirà a New York la raccolta bilingue Il nudo è il tuo abito talare/ Nakedness Is Your Priestly Robe (Gradiva Publications, Stony Brook University) con prefazione di Mia Lecomte (versioni di Adeodato Piazza Nicolai).
Suoi testi in Omaggio a Lawrence Ferlinghetti(Edizioni ObliquaMente, Trento 2005), Ai confini del verso. Poesia della migrazione in italiano a cura di Mia Lecomte (Le Lettere, Firenze 2006), e in A New Map: The Poetry of Migrant Writers in Italy a cura di Mia Lecomte e Luigi Bonaffini (Green Integer, København-Los Angeles 2007). Un'intervista con l'autore in Davide Bregola, Il catalogo delle voci. Colloqui con poeti migranti (Cosmo Iannone, Isernia 2005).


Foto 1-2-3-4 ) Arnold de Vos.


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