Andrea Invernizzi - 13.03.2007

Edito da Adelphi e vicitore del premio Campiello 2006, La vedova scalza di Salvatore Niffoi è un romanzo a cui è difficile dare un'appartenenza, ma andando incontro al nostro mondo, dove convenzionalmente e linguisticamente, abbiamo bisogno di definizioni, spingerei il mio celato definizionismo filosofico, a titolare il romanzo come romanzo popolare in sardo colto.
"Ebbi così il tempo di capire che il po' di bene che ti dà la vita, si paga con dolore, tanto dolore".
Edito da Adelphi e vicitore del premio Campiello 2006, La vedova scalza di Salvatore Niffoi è un romanzo a cui è difficile dare un'appartenenza, ma andando incontro al nostro mondo, dove convenzionalmente e linguisticamente, abbiamo bisogno di definizioni, spingerei il mio celato definizionismo filosofico, a titolare il romanzo come romanzo popolare in sardo colto.
Un sardo che ti sorprende, nel quale viene miscelato il dialetto, o meglio la lingua sarda, con l'italiano, l'italiano colto, appreso nei libri, dallo studio e dalla ricerca filologica dello stile linguistico da adottare.
Mintonia, la vedova scalza della vicenda, si trova a dover scrivere una lettera dall'Argentina ad una sua nipote rimasta in terra sarda, nella quale le spiega la storia della sua vita, usando la lettera come sfogo psicologico e via di fuga e come insegnamento pedagogico e culturale per la nipote, tale Itriedda.
Mintonia Savuccu è la figura della rivoluzionaria di Laranei, un paesino di provincia in mezzo alle due guerre mondiali, è colei che, spiegando del nome del figlio - "Di sicuro non gli passerò il nome dei nonni, come si fa a Laranei per salvare una continuità di facciata che esiste solo nei registri dell'anagrafe".
La storia di Mintonia, tzia Mintonia, è la storia di una ragazza che si innamora del tizio sbagliato, Micheddu, un delinquentello di paese, un delinquente che quelli del continente, secondo Mintonia non potrebbero capire e giudicare, perchè "i continentali non li capiscono quelli come noi, a loro sembra tutto facile, perchè hanno strade e fabbriche, non mangiano orgianthu e rabbia tutti i giorni"; ma l'amore sboccia tra i due, così Mintonia e Micheddu diventano quelli dell'amore romantico ed impossibile che dura un bacio, a volte; ed a volte come nel loro caso, un bacio, una serata dalla quale nasce un figlio, un matrimonio... E un funerale.
Micheddu è morto, perchè ha difeso sua moglie, perchè si è dato alla macchia, perchè era un anarchico ed un antifascista, perchè era un poco di buono. Mintonia ci ricorda, proprio quando tutto sta andando bene, che "l'uguaglianza e la perfezione sono del paradiso e non di questa terra".
Mintonia è colta anche se proviene da una famiglia di contadini analfabeti e poveri; ha studiato sui libri di un maestro catalano e di tzio Imbece che le facevano uno frequentare la sua casa e ogni tanto la scuola, e l'altro le passava i libri da leggere come per formarla e per farla evadere.
Mintonia è la donna emancipata che emancipa e addirittura anticipa l'emancipazione femminile; ma a Mintonia nulla serve la propria cultura e la propria intelligenza, dopo l'uccisione di Micheddu, non ha riserve, critica e svela tutta la corruzione di Laranei, dal prete pedofilo alla malelingue pregiudizievoli che l'hanno sempre accompagnata come del resto succede a tutte le diversità che si manifestano nel mondo.
Mintonia, non si è mai arresa a Laranei e ora, medita la vendetta per vendicare la morte del marito.
La storia di Mintonia, Micheddu e di Laranei con tutti i suoi personaggi è una storia sarda, infarcita di dialetto, difficile e aspra, direi brulla in qualche pagina, ma sempre raccontata con stile e con la consapevolezza di chi conosce la terra di cui parla, di cui sa perchè ve ne proviene e perchè la vive.
Canta, mannai, canta!
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