Lettera a... - Caro Jelloun

Irene Spagnuolo - 27.01.2007 testo grande testo normale

Tags: Jelloun, islam, libri

...Vedi, Tahar Ben Jelloun, è nelle persone intelligenti, colte, illuminate come Te e Merièm che potremmo riporre l'augurio di un futuro più umano e più evoluto. Ma occorre dire a gran voce, non sussurrare debolmente o starsene nel guscio protetto a occhi bendati come fa la Merièm del Tuo libro.

Caro Tahar Ben Jelloun,

ho letto diversi Tuoi libri. Mi sono piaciuti tantissimo L'albergo dei poveri e Amori stregati, ho amato L'ultimo amico, ho trovato molto bello anche il tuo pezzo La fatalità della bellezza. Quando ho letto Il razzismo spiegato a mia figlia ho pensato che fosse un bellissimo appello alla dolce ragione, un profondo inno al senso della vita e alla dignità dell'uomo. Merièm, tua figlia, allora era una bambina di dieci anni e attraverso le risposte e le parole che indirizzavi a lei davi un messaggio importante per smascherare l'orrore del razzismo e facevi leva, credo, proprio sulla grande speranza che il mondo potrebbe riporre negli occhi dei bambini liberi di iniziare un cammino di conoscenza ed integrazione.
Adesso Merièm è un'adolescente e il Tuo ultimo libro, Non capisco il mondo arabo, affida a lei e al suo immaginario dialogo con una coetanea italiana il ruolo di viaggiatrice tra difficoltà, riflessioni e rapporti tra islam e occidente. La corrispondenza via e mail tra le due ragazze, una nata e vissuta in Francia da genitori marocchini musulmani e l'altra nata e vissuta in Italia da genitori italiani cattolici, mostra le naturali somiglianze dell'età, la curiosità di sapere e di capire, la voglia di vivere il proprio tempo. E sviluppa anche un fitto confronto sui dubbi e sulle differenze: i dubbi e le differenze personali e quelle ereditate dalla società e dall'ambiente di provenienza.
La formazione culturale, la famiglia, le esperienze di una e dell'altra svelano il loro peso e delineano le prime barriere. Merièm è forte della tolleranza e dei principi che le sono stati trasmessi, si sente libera e aperta, crede nell'interazione, nella possibile serena convivenza. Lidia vuole comprendere il mondo arabo e cerca di compiere questo cammino con Merièm, è ansiosa di incontrare pure la realtà di Fattouma, la cugina integralista di Merièm, vuole approfondire e lo fa cercando di vincere le sue resistenze.
Tra loro il commento dei fatti di cronaca o di un film come Paradise Now sembra accorciare le distanze ma nello stesso tempo, più sottilmente, lascia sempre la sensazione che Merièm abbia meno paure e sia meno ansiosa di verità. Lidia fa domande, si interroga sui perché, cerca rassicurazioni in Merièm, avrebbe bisogno di sentirsi dire che un terrorista islamico, un kamikaze sono un male e che gli altri islamici la pensano esattamente così. Merièm, che è cresciuta in Francia, dice di conoscere poco il Corano e di non essere praticante, dovrebbe forse porsi gli stessi inquietanti interrogativi di Lidia ma non lo fa.
Tu, Tahar Ben Jelloun, le hai fornito sufficienti motivazioni per persuadersi delle radici delle ribellioni degli algerini in Francia, per fidarsi delle armi della ragione e della parola.
Lidia frequenta il giovane Kamel ma sa che non vivrà accanto a lui tutta la vita, in fondo prova lo stesso timore e la stessa diffidenza dei genitori. D'altra parte neanche in Merièm trova smentite forti e appassionati stimoli a superare lo scetticismo. E' vero Merièm non ha l'età e la storia per aiutare davvero Lidia ma sembra averne per non cedere mai ad una condanna. E' come se guardasse le cose con la distanza di chi non le ha dentro e nello stesso tempo non si allontanasse mai dalle sue origini. E' quieta, pacata, dolce, Merièm. Ma Lidia non può non tormentarsi per il suo approccio aperto e nel contempo sempre vago. Anche le parole più belle, amore, pace, cultura, dialogo perdono un po' della loro potenza e del loro valore se ci arrivano fioche e avvolte da tanto, troppo equilibrismo.
Quando Lidia interrompe la corrispondenza scrive a Merièm: "Non so chi sei. Credo che tu sia in una posizione difficile e che un giorno o l'altro dovrai scegliere. Non puoi giocare sui due tavoli, l'Oriente da una parte, l'Occidente dall'altra."
E Merièm risponde "educatamente" che non è sorpresa perché ciascuno è frutto del proprio ambiente familiare, che è stato un piacere sempre confrontarsi, che crede nello scambio tra mondo arabo ed Europa e che bisogna accettarsi...fino a che l'integralismo non approda nella mia esistenza e posso continuare a mantenere il mio modo di essere e di vivere, devo rispettare gli altri modi di vita anche se sono assolutamente opposti ai miei. L'educazione composta, l'intelligenza e la sensibilità che riempiono le righe di due anni di corrispondenza non bastano a dare a Merièm un bel volto cristallino. Le ultime sue parole sono pietre, frettolose, superficiali, sgradevoli.
Inutile il velo di buona educazione e di gentilezza profuse a piene mani. Lidia ha meno spessore culturale, forse, ma è diretta, autentica. Come le ragazze della sua età oggi vuole distinguere il bene dal male, vuole chiarire i confini tra giusto e ingiusto, ha bisogno di intendere chi ha di fronte e accanto. Vuole prese di posizione, vuole chiarezza.
Tu, Tahar Ben Jelloun, non dovevi perdere questa occasione. Dovevi dare a Merièm la forza di condannare, di dichiarare con veemenza l'orrore per il sangue, per il terrorismo, per la violenza del fanatismo religioso. Potevi farle scrivere delle questioni del passato, dei torti, degli errori da una parte e dall'altra, questo si. Ma poi dovevi guidarla al ripudio delle battaglie e dei sacrifici in nome della fede, dovevi farle affermare con forza il suo carattere di laica nata e vivente in Europa.
Forse anch'io come Lidia non ho abbastanza sentimento per accogliere il mite "ponte di fratellanza" di Merièm. Lo desidero ma faccio fatica ad avvertirlo, a sentirlo, a vederlo.
Cercavo nel Tuo libro, Tahar Ben Jelloun, qualcosa che desse spazio e onore ad una società civile e di cultura laica. Il mondo arabo, i mondi arabi, come specifichi Tu, restano oscuri per Lidia e per me.
Forse ho frainteso. Non volevi affatto fare chiarezza, abbattere i pregiudizi che ritieni ci siano in noi, spazzare lo sgomento che ci assale quando udiamo tanti anatemi dagli arabi arrabbiati e poco sdegno da parte di quelli "moderati". Per dialogare, secondo Lidia e me, occorre una specie di traguardo comune. Se le concezioni continuano a mostrarsi così differenti è difficile affidare a delle mail il proposito di allentare le tensioni o di avvicinare gli animi.
Vedi, Tahar Ben Jelloun, è nelle persone intelligenti, colte, illuminate come Te e Merièm che potremmo riporre l'augurio di un futuro più umano e più evoluto. Ma occorre dire a gran voce, non sussurrare debolmente o starsene nel guscio protetto a occhi bendati come fa la Merièm del Tuo libro.
So che continuerò a leggerTi, Tahar Ben Jelloun, e per quanto Ti ho sempre apprezzato voglio pensare che saprai capire le mie incertezze e la mia critica franca.


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