Propizio è avere dove recarsi - L' ''io'' di Carrère diventa un ''me''

Maria Stefania Peluso - 23.03.2017 testo grande testo normale

Tags: Emmanuel Carrère, Andrea Bajani, Teatro Parenti di Milano, Propizio è avere dove recarsi

Al Teatro Parenti, da tempo punto di riferimento della cultura meneghina, Andrea Bajani (classe 1975, scrittore e giornalista vincitore nel 2011 vincitore del Premio Bagutta con il romanzo Ogni promessa e di numerosi altri romanzi e premi) intervista Emmanuel Carrère, classe 1957, scrittore, giornalista, sceneggiatore e regista francese che presenta al pubblico italiano, dopo la tappa di Roma, il suo nuovo libro dal titolo sibillino: Propizio è avere dove recarsi.

Bajani dà la sua interpretazione di autore e lettore appassionato del francese giudicando Propizio è avere dove recarsi (nell'edizione italiana Adelphi c'è un'immagine dell'autore in copertina) un best of di Carrère, per i suoi più fanatici lettori, dato che raccoglie testi diversi, scritti in circa 25 anni - testi giornalistici, occasionali, lectio magistralis -, e perché in questo libro «vedi l'autore, vedi l'uomo che legge i giornali e che viene colpito da un certo fatto di cronaca, processi, incontri e dialoghi con gli autori, ci mostra lo spunto da cui traevano origine alcuni romanzi e ci fa vedere la "postura stilistica" che è dietro i libri dell'autore mentre nei romanzi si cerca sempre l'uomo. Quello che succede è che si vede la persona, come la sua faccia in copertina».
Il titolo del libro, sibillino e rassicurante allo stesso tempo, fa riferimento all'esagramma I Ching (testo sacro cinese consultato per ottenere un consiglio su questioni ritenute complesse) ed esprime il movimento che si fa per andare verso il mondo esterno, quasi come se Carrère "persona" volesse farsi conoscere al di là del "personaggio" che rappresenta.

In verità più che una vera e propria presentazione, si è trattato di un'esplorazione nell'universo Carrère che, con la guida di Bajani, ha fatto emergere, tra l'altro, delle importanti indicazioni sul metodo di lavoro del francese.
In una sala stracolma di appassionati (soprattutto giovani), Carrère ci ha subito riassicurati rispetto al timore di trovarsi ad ascoltare il solito romanziere un po' flâneur grazie a un scambio di battute con Bajani e la brava interprete al suo fianco. La conversazione tra i due si è rivelata presto stimolante, in particolare, a mio avviso, quando l'attenzione è stata posta al metodo utilizzato dal francese nelle sue opere che si potrebbero definire da romanzo-inchiesta, dato che indaga e "romanza" notizie di cronaca e di vita (spesso di cronaca nera e giudiziaria), con la tonalità del reportage, come afferma lo stesso autore. A questo proposito è utile ricordare un passaggio significativo che è contenuto in "Capote, Romand e io" (uno dei testi inseriti nel nuovo libro), in cui mette a confronto l'esperienza di Capote durante la scrittura di A sangue freddo (1966, primo "romanzo-reportage" della storia della letteratura che racconta di un fatto di cronaca nera particolarmente efferato e che l'autore ha seguito per sei anni) e la sua, simile a quella dello statunitense, e che fa riferimento alla scrittura de L'avversario (2000, ne è stato tratto anche un film nel 2002), altro libro di grande successo di Carrère che racconta anch'esso di un efferato omicidio, complicato e aggravato dal fatto che Romand, il colpevole e protagonista del libro, non solo ha ucciso tutta la sua famiglia ma ha anche mentito a tutti, costruendo per ventanni un castello di bugie.
Carrère afferma che ogni scrittore che si occupi di questo genere sente il peso e la responsabilità della storia che sta scrivendo; egli stesso, proprio come aveva fatto Capote, ha seguito il processo, è entrato in contatto diretto con il suo protagonista e ha pensato inizialmente di imitare il metodo di Capote dell'oggettività e della terza persona senza però riuscirci e generando una frustrazione divenuta poi ossessione che lo ha perseguitato per sei anni e che lo aveva spinto a mollare tutto fino a quando a un certo punto ne riprende gli appunti e inizia a scrivere, questa volta in prima persona: questa scelta, racconta con una certa partecipazione, è stata la sua salvezza.
Carrère dichiara, inoltre, di non essere uno scrittore regolare e di aver fatto il giornalista seguendo la cronaca giudiziaria e i processi su cui non c'era una grande attenzione mediatica, scoprendo così delle storie e dei fatti di cronaca che non erano mai stati raccontati (come è accaduto per il primo fatto di cronaca di cui si racconta nel volume e che ha per titolo "Sono felice che mia mamma sia viva"...). Da qui la riflessione e le domande di Bajani su alcune questioni su cui molti, già al tempo di Capote, si interrogano: qual è il rapporto dello scrittore in queste storie così difficili? Che scrupolo deve avere? Dove è il confine?
Carrère risponde che quando si scrive di storie vere si hanno responsabilità morali che non ha dovuto avere Flaubert per Madame Bovary, ma che ci sono doveri morali diversi: per esempio nella scrittura di Limonov (2011, un cult e best seller sulla vita dello scrittore russo di cui abbiamo già parlato) non se ne è fatti molti; mentre tutt'altra situazione ha vissuto in Vite che non sono la mia (2011, che Carrère giudica il suo romanzo migliore e in cui parla dell'esperienza come giudice della cognata prematuramente scomparsa e della storia raccontata da un giudice suo amico oltreché della storia di una bambina spezzata dallo tsumani) in cui ha condiviso il suo lavoro con tutti gli interessati, accogliendo critiche e suggerimenti e sostenendo che avrebbe persino accettato eventualmente di non pubblicarlo; questo non solo per la compassione e l'umanità verso quei dolori ma anche perché, come dice egli stesso si è sentito per la prima volta legittimato e a suo agio.

Infine, Carrère risponde ad una domanda sul continuo rimando alla Russia nei suoi testi chiarendo che questo amore deriva sicuramente dalle origini materne (e dal fatto che la madre è la più grande specialista di storia russa in Francia), ma che in realtà la scintilla è scoccata quando nel 2000 è stato inviato per la tv in una piccola città russa; da quel momento è ritornato più volte in quei luoghi, girato documentari e preso spunto per alcuni romanzi come "La vita come un romanzo russo" (2009), oltre che per Limonov ma che ormai questo amore sembra essersi esaurito.
I circa 25 testi contenuti in Propizio è avere dove recarsi sono stati scelti seguendo dei criteri ben precisi di modo da poterne fare un oggetto strutturato: l'ordine cronologico, il valore letterario degli stessi, le diverse lunghezze e tipologie, l'alternanza tra quelli più leggeri ed altri meno; ragion per cui Carrère dichiara di aver provato il "piacere del montaggio", dando così vita ad un testo voluminoso che si legge come un romanzo in cui l'IO lascia spazio al ME.

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