Erri De Luca a Bookcity 2016: il Novecento m’ha infettato, solo ora mi sto disinfettando

Stefano Fornaro - 27.11.2016 testo grande testo normale

Tags: #BCM16, Bookcity Milano, Mudec, Erri De Luca

Erri De Luca dopo l'assoluzione nel processo per istigazione a sabotare la TAV, torna a parlare del suo ultimo libro: "La natura esposta". E' uomo di storie, lui, ma non dimentica nemmeno la sua personale...

In occasione di Bookcity 2016, il giorno 19 novembre, al Mudec di Milano gli ammiratori di Erri De Luca hanno avuto l'occasione di sentire dalla sua viva voce partenopea la presentazione della sua ultima fatica letteraria: La natura esposta. L'evento, posto all'interno della manifestazione libraria, si intitolava "Scolpire con le parole". Non un nome scelto per far presa sul pubblico, giacché è ben noto il favore che questo gli attribuisce da un bel po' di anni, bensì una ripresa tematica del suo libro. O meglio della sua storia. Perché lui stesso si definisce un uomo che "racconta storie". Ci sono storie personali, storie vere ma rielaborate e c'è la storia del secolo scorso con tutte le sue sfaccettature.
Come lo scorso anno, lo scrittore partenopeo riparte dalla sua infanzia. Esattamente da quando a undici anni scrisse il suo primo racconto sui pesci. Questo è l'inizio della sua storia da scrittore. Da vengono tutte quelle storie che poi mette nei suoi romanzi?
Lo racconta lui stesso: "Pur vivendo da solo, spesso la sera, davanti alla tavola, io non sono mai solo. Con me ci sono altre anime, altre voci, un'intera folla. Talvolta è la folla delle persone che non ci sono più persino. Io sento queste presenze dentro me. Io sono l'usciere di questa folla riunita in assemblea e queste persone sono i miei IO narranti".
Uno scrittore che riprende quanto affermava Bachtin: la parola del romanzo è la parola delle voci che costituiscono il romanzo.
Ma che romanzo è La natura esposta, edito nel settembre di quest'anno da Feltrinelli?
E' la storia di uno scultore, che vive in montagna e che aiuta i profughi alla frontiera, per varcarla. Non c'è in lui scopo di lucro, ma beneficenza. Finché un giorno fra di essi si trova uno scrittore, che con la sua storia del santo traghettatore, dà vita allo scandalo. Il benefattore è costretto ad emigrare e fugge vicino a Napoli. Qui una Chiesa gli commissiona il restauro di un crocifisso da riportare allo stato originario. L'artista a contatto con la materia scoprirà "un sentimento di compassione e soprattutto di trasporto", così definisce quell'emozione Erri De Luca. Da quale voce, tuttavia, arriva questa storia?
"Parte da un amico scultore a cui era capitata una vicenda simile". Poi la premessa antropologica, per motivare la scelta del nucleo tematico narrativo: "Questo crocifisso è nudo. La nudità, prima della Riforma e Controriforma, era considerata ammessa nella tradizione cristiana. Simbolicamente denudare un corpo significava privarlo della sua natura di uomo ed equipararlo a un animale. Il panneggio introdotto poi dopo il Rinascimento ci allontana dalla natura dell'uomo, copre la nudità. Un ritorno alle origini della Chiesa significa anche riscoprire la nudità dell'essere umano. Il corpo, davanti a cui è posto lo scultore, è un tremante, dà la sensazione al tatto di una pelle d'oca".

C'è inoltre la storia, da cui lo stesso autore dice di aver tratto il finale. Lui stesso ammette che è un po' simile a quella delle favole.
"C'era una volta un re, che voleva farsi un bel vestito. Quindi compra una stoffa pregiata, ricamata con prete preziose e decide di affidare l'incarico a uno scrupoloso artigiano. Prende un vecchio sarto, noto per la sua precisione e gli affida l'incarico. Costui, ricevuto l'ordine dal re, si sente alla fine della sua carriera, quindi ne è onorato più che mai. Così si mette a eseguire il suo compito e soddisfatto del risultato lo presenta al re. Il re lo critica, dicendogli che era un pessimo sarto, ma se non lo rimetteva a posto il vestito, gli tagliava la testa. Questo sarto cerca di capire il perché, seppur abbia fatto al meglio delle sue capacità,l'opera non era stata gradita dal benefattore. Così inizia a chiedere in giro, ma nessuno sa dargli un consiglio, anzi con indifferenza, gli fa capire che ha scelto questo onere e risolva da sé la situazione. Soltanto un vecchierello gli dice: scuci il vestito da capo e lo ricuci tale e quale. L'artigiano teme il doppio rischio: riportargli il drappo come prima e quindi, oltre che sfigurare, rischiare la morte. Alla fine non sapendo cosa fare, lo ricuce tale e quale. Lo consegna al re. Il re è soddisfatto! Ammira il capolavoro e lo paga per il lavoro. Però, a questo punto, l'artigiano chiede a quel compare il motivo dell'apprezzamento e questi gli risponde e non era uguale a prima; la prima volta l'ha cucito con orgoglio, la seconda volta con tremito ed è stata apprezzata la seconda esecuzione".
Una storiella, che, come poi ha ben illustrato De Luca, si rifà, obbligatoriamente alla sua stessa morale: "Per me conta il modo in cui si opera più del risultato".

A metà di questa presentazione De Luca racconta ancora due storie. L'una probabilmente legata alle sue vicende giudiziarie. Si ricorda che De Luca è stato assolto recentemente dall'accusa di istigazione al sabotaggio per alcune sue dichiarazioni. L'altra, invece, ci parla della storia in senso ampio.
Riguardo alla prima, l'argomento è il perdono. "Non sono capace di perdonare! I torti commessi sono irreparabili e non si può tornare indietro. Per farvelo capire vi racconto un'altra storiella. La storia è di un vecchietto di grande sapienza, che sa leggere le scritture sacre ebraiche, vive in Polonia in un villaggio ed emette responsi. Nessuno l'ha mai visto. Questo vecchio è miserabile. Una volta questo vecchietto riceve un invito alla sinagoga di Varsavia. Egli si avvia, prende il treno, ma alcuni passeggeri, per l'odore che emana, lo scalciano via. Finalmente questo signore arriva, viene accolto e portato in sinagoga. Fa il suo discorso e alla fine, fra coloro che si volevano congratulare, si avvicina coloro che lo avevano maltrattato. Vogliono chiedergli perdono. Lui dice: io vi perdonerei molto volentieri, ma voi dovete chiederlo a quello del treno. E come si fa? Si fa! Tutte le volte che ti trovi in una stessa circostanza, tutte le volte che quel torto commesso ti rimane dentro e ti impedisce di ripeterlo, allora hai chiesto perdono a quello del treno".
Forse è un sassolino che s'è tolto per come è stato giudicato dall'opinione pubblica?

Infine si conclude con la Storia, intesa come epoca: "Sono un uomo del Novecento, questo secolo m'ha infettato. Adesso mi sto disinfettando", afferma con efficace ironia. Poi riprende a narrare di sé: "Sono antico, ormai. Quel secolo m'ha costretto ad agire. Ho vissuto le migrazioni, sono stato operaio (sarcasticamente ricorda come ormai si chiamino addetti dell'industria) e quando nel 1990 è tornata la guerra in Europa, mi sono sentito convocato e ho fatto l'autista dei convogli civili". Quindi la stoccata decisiva, forte e sprezzante sulla guerra moderna: "La guerra moderna novecentesca è la guerra che distrugge più vite degli indifesi che dei soldati, ciò la contraddistingue. Il fatturato delle guerre moderne è un fatturato che conta più caduti indifesi che militari. La guerra moderna utilizza come vero fronte le case. Napoli è stata la città più bombardata nella seconda guerra mondiale; è stato un atto di terrorismo. Noi chiamiamo terrorismo l'attentato, ma essere bombardati mattina e sera è terrorismo per eccellenza".

Infine, come era accaduto l'anno prima, torna sulla sua storia personale. La battaglia per la TAV e il suo credo civile nei confronti delle buone cause: "Mi impiccio di affari che non mi riguardano in maniera più dismessa di prima. Io sono il Ronzinante di Don Chisciotte. In esso mi identifico. Mi sono capitate delle buone cause e si sono appropriate del mio tempo e m'hanno spedito verso alcuni luoghi. Ciò che succede in questo paese, mi costringe a rispondere. [...] Sono un cittadino che ogni tanto deve prendere impegni e non posso evitarli".
La chiusa ha il sapore della parola di un cittadino che s'è sempre battuto, con la parola e le azioni, per essere d'aiuto al mondo a cui appartiene, da uomo del Novecento, quale si definisce: "Non ti è imposto di completare l'opera, ma non sei libero di sottrartene".
Un monito per le generazioni future, perché lui ha quel che poteva fare, ora tocca agli altri. Erri De Luca è così: incanta quando parla, incanta quando ammonisce e incanta quando scrive. Sarà forse meglio leggere l'ultimo suo libro "La natura esposta" per farsene un'idea.

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