L'addio a Umberto Eco al Castello Sforzesco. Piccolo ricordo di un grande maestro dell'immaginario

Fabrizio Rigante - 26.02.2016 testo grande testo normale

Tags: editoriale, UmbertoEco, Milano, letteratura

Lo scrittore e semiologo, scomparso il 19 febbraio, ha scelto un funerale laico, al quale sono accorsi il sindaco Pisapia, i ministri Franceschini e Giannini, i suoi più cari amici e collaboratori, tra cui Mario Androse ed Elisabetta Sgarbi, e naturalmente i suoi familiari. Un altro editoriale-memoriale che ci dà però la possibilità di parlare di una carriera irripetibile, quella di Eco, che inevitabilmente ci appare come l’ultimo intellettuale baluardo della cultura italiana.

Nel 2002, alla fine del quinto anno di scuola superiore, mi fu assegnato un romanzo a piacere da inserire nella tesina per gli esami di Stato. Inizialmente scelsi Il fu Mattia Pascal di Pirandello, ma dopo qualche pagina desistetti e mi orientai su un libro di tutt'altro genere: Il nome della rosa di Umberto Eco, che conoscevo per fama, anche se non avevo mai osato leggerlo.
Non impiegai molto tempo per capire che quel romanzo era di tutt'altro livello rispetto a quelli di puro consumo che avevo letto fino a quel momento. Anche se c'erano numerose frasi in latino – lingua che non avevo mai studiato –, nel complesso il romanzo era molto affascinante, per quanto le digressioni storiche e le disquisizioni filosofiche fossero piuttosto complesse. Ma fu amore a prima vista, soprattutto quando arrivai a leggere le meravigliose pagine in cui Adso rimane folgorato dall'arcata dell'abbazia (descrizione ispirata all'Apocalisse di Giovanni, avrei scoperto in seguito) o quando incontra la misteriosa fanciulla senza nome (qui la fonte era invece il Cantico dei Cantici).
Dopo aver letto Il nome della rosa, che mi fece pesare tutta la lacunosità della mia mediocre cultura scolastica, diventai avido di sapere e soprattutto iniziai a leggere i classici, i libri che contano. La mia ossessione per Eco crebbe a dismisura, tanto da spingermi a leggere anche tutti gli altri suoi romanzi; e divenne così profonda che la mia tesi di laurea non poté che essere su di lui e sul libro che mi aveva cambiato la vita, Il nome della rosa.
Un paio di anni fa, a Milano, in occasione di un incontro con Paolo Mereghetti, che presentava il suo dizionario dei film, mi ritrovai a tu per tu con Umberto Eco, il mio scrittore preferito, colui che era diventato per me un vero e proprio maestro: era a pochi passi da me ma non riuscii a trovare il coraggio per parlargli. A mente fredda, ho pensato che mi sarebbe bastato stringergli la mano e dirgli che per me era un grandissimo onore conoscerlo.

Umberto Eco, con la sua scomparsa, ha lasciato più che qualche brandello di senso, come suggeriva nel verso latino (tratto dal De Contemptu Mundi di Bernardo di Morlay, XII secolo) in calce al Nome della rosa: «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus.»
La rosa originaria risiede nel nome, ma noi possediamo soltanto nudi nomi.
Un senso al di là del significante lui lo ha sempre cercato. Perché Eco è riuscito a dare un senso a tutto, a interpretare tutto, senza i limiti che lui stesso si era dato in un suo libro, opposto a quell'opera aperta di cui aveva teorizzato nel 1962. Un'opera aperta a mille interpretazioni, mille significati, uno per ogni lettore, come avrebbe detto successivamente in Lector in fabula.
Ciò che più affascinava, in Umberto Eco, era la sua capacità di unire la divulgazione alla trattazione accademica. Era in grado di parlare per ore senza stancare e senza stancarsi, trattando qualunque argomento con leggerezza. Eco era spontaneo, intelligente, ironico, infinitamente colto. Amava i libri, di qualunque genere. Poteva spaziare dalla semiotica alla filosofia, dalla storia dell'arte al cinema, dalla letteratura al fumetto.
Nel corso della sua straordinaria carriera di studioso, semiologo e scrittore, Eco ha toccato il culmine con Il nome della rosa, ma sarebbe riduttivo chiamarlo soltanto romanziere. Si è trattato però del romanzo che lo ha sdoganato del tutto dall'ambiente accademico in cui era confinato. Da professore di Semiotica si è trasformato in un sapiente affabulatore, unendo il fascino della narrazione ai contenuti, apprezzabili soprattutto con una buona preparazione storico-filosofica. E questo riguardava tutti i suoi romanzi, non soltanto Il nome della rosa. Purtroppo ha scoperto tardi la sua vena creativa, sbocciata perché aveva voglia di avvelenare un monaco, come avrebbe poi detto nelle "Postille" al Nome della rosa. Quell'idea focale gli era servita per far confluire i suoi studi e le sue letture in un racconto che in superficie si presentava come un thriller medievale ma che nascondeva un retroterra culturale complesso, non adatto a un comune lettore. Quando disse che lo odiava e che tutti i suoi romanzi successivi erano migliori, è probabile che mentisse a se stesso. Forse anche Orson Welles aveva capito che dopo Quarto Potere non sarebbe mai riuscito a fare di meglio. Anche Eco il meglio lo aveva già toccato e tutto il resto avrebbe subito il pesante confronto con un romanzo d'esordio che va chiamato con il suo nome proprio: capolavoro.
Una fama, quindi, legata al primo romanzo, a quello che diventerà – che è già – un classico, che aveva rivitalizzato il genere del romanzo storico, che aveva saputo unire la quantità (di copie vendute) alla qualità. Era letteratura allo stato puro e in un certo senso gli altri romanzi non sarebbero stati a quel livello. Sette in tutto, ma per uno che inizia a cinquant'anni non c'è da meravigliarsi che siano così pochi. Per scriverne uno, Eco aveva bisogno di tempo: doveva documentarsi, sapere tutto sull'argomento, avido com'era di sapere.
Nel frattempo, collaborava con "Repubblica" e con "L'Espresso", nella rubrica "La Bustina di Minerva". Era un piacere aprire l'ultima pagina dell'"Espresso" sapendo di poterlo trovare lì, in quelle quattro colonne, con i suoi consigli, le sue acute osservazioni, la sua incommensurabile intelligenza.

Ma oltre allo scrittore geniale, capace di giocare con l'ironia e con la menzogna – o meglio, con il falso, e i falsi storici, in particolare, erano una sua specialità (come nel suo penultimo romanzo, Il Cimitero di Praga, su un falso storico come i Protocolli di Sion; o anche in Baudolino, con la famigerata lettera del Prete Gianni, un falso divenuto, nel corso del Medioevo, quasi leggendario) – Umberto Eco nascondeva un'altra anima, quella dello studioso, del semiologo. Era stato capace di trattare seriamente tanto la canzone popolare – nella fattispecie quella di Rita Pavone, in Apocalittici e integrati – quanto gli scritti di Joyce o di Borges, spaziando da problemi estetici ad affascinanti antologie di storia dell'arte, seguendo un tema cardine: per esempio Storia della bellezza e Storia della bruttezza, oppure il più recente Storia delle terre e dei luoghi leggendari, nella presentazione del quale disse a Fabio Fazio, in un'intervista a "Che tempo che fa", che la sola verità ineccepibile è quella dei romanzi: un paradosso, visto che si tratta di finzione, ma è indubbio che Clark Kent sia Superman, mentre perfino alcuni fatti storici dati per certi potrebbero essere discussi.
Eco non aveva nessuna voglia di fermarsi. Aveva voglia di continuare a tenere viva la memoria, per questo aveva in mente altri progetti: uno su tutti era stato La Nave di Teseo, casa editrice da lui fondata, nata dopo la separazione dalla Bompiani. Nello scisma lo aveva affiancato Elisabetta Sgarbi, che in occasione dell'ultimo saluto allo scrittore, tenutosi al Castello Sforzesco di Milano, ha voluto ricordarlo così:
«Non ho mai detto a Umberto, per timidezza e pudore, cosa lui significasse per me e quindi non lo farò ora. Spero che lui lo sappia, ora che sa davvero tutto, e spero che rassicuri mia madre che va tutto bene, che la nave è salpata. Umberto Eco ci teneva a dire che La Nave di Teseo fosse una casa editrice fondata da lui ma non fondata su di lui. Voleva essere della Nave di Teseo solo un autore, ma noi sapevamo che era molto più di un autore e avremmo voluto vederlo lavorare nella sua stanza sui suoi libri, e avremmo voluto (ora più che mai vorrei) ascoltare i suoi feroci rimproveri per i nostri errori di superficialità e di distrazione. Umberto Eco amava la Bompiani, cui è rimasto sempre fedele per cinquant'anni, e per rimanere nel medesimo tempo alla Bompiani, a se stesso, ai suoi editori e a Mario Andreose, ha lasciato una parte importante della propria storia e ha fondato La Nave di Teseo. Umberto Eco non aveva alcun bisogno di fondare La Nave di Teseo: lo ha fatto perché si deve come atto di libertà, lo ha fatto per regalare un futuro. E per il suo futuro, quello di scrittore, ha lasciato a noi della Nave di Teseo il compito di garantire continuità e vitalità al suo catalogo.»
Oltre alla storica editor della Bompiani, a ricordare il valore del lavoro culturale di Eco come scrittore, come docente universitario e come simbolo della cultura tout court, sono stati anche il sindaco di Milano Giuliano Pisapia e i ministri Dario Franceschini e Stefania Giannini.
Ma il saluto più commosso (e più applaudito) è stato quello di uno dei nipoti di Eco, Emanuele, che si è rivolto direttamente a suo nonno e che ha rivelato, con le sue parole, il lato più umano e intimo dello scrittore.
«Tante volte mi è stato chiesto: "Cosa si prova ad avere un nonno così?" E io, in preda al panico, non ho mai saputo dare una risposta soddisfacente a questa domanda. Sin da piccolo ho apprezzato il tuo affetto, la tua generosità ma soprattutto la tua saggezza. Poi crescendo, a poco a poco, ho fatto tesoro della tua intelligenza, delle tue conoscenze e del tuo senso dell'umorismo, che non mancava mai. Ti voglio ringraziare per tutte le storie che mi hai raccontato, per le parole crociate che abbiamo fatto insieme, per i libri che mi hai regalato, per la musica che mi hai fatto ascoltare e per i vari viaggi che abbiamo intrapreso noi due da soli. Per tutto ciò che mi hai trasmesso e che io, a mia volta, mi sento di dover trasmettere a mio fratello Pietro e a mia cugina Anita. Perciò, tornando alla domanda che mi è sempre stata fatta, posso dire che averti come nonno mi ha riempito d'orgoglio. Grazie, nonno.»
Questo intenso ritratto non fa altro che moltiplicare il dolore per la perdita di un grande uomo, oltre che di un grande intellettuale, uno che dovrebbe guardare a ogni fatto culturale, politico e sociale con lucido distacco, con la consapevolezza che soltanto la conoscenza può indicare la via verso la verità.
Proprio l'acuto sguardo di Eco aveva però suscitato l'indignazione – o più semplicemente l'invidia – di altri intellettuali italiani, tra cui Pier Paolo Pasolini, che nel 1966 lo definì un erudito presuntuoso.
«Non c'è mai un attimo di timidezza, negli italiani, verso il sapere» disse Pasolini in un'intervista a Oriana Fallaci. «Un tipo come Umberto Eco, ad esempio. Conosce tutto lo scibile e te lo vomita in faccia con l'aria più indifferente: è come se tu ascoltassi un robot.»
Nel 1975 Pasolini, sul Corriere della Sera, si dichiarò contrario all'aborto. Eco gli rispose sul Manifesto, firmandosi Dedalus: «Non è l'aborto che dobbiamo discutere, è il coito; il quale, a causa dell'oppressione e della repressione fascistico-consumistica, è sempre imposto come coito tra uomo e donna: e allora è naturale che nascano i bambini. Ma se si ammettesse e si propagandasse il coito tra uomo e uomo o tra donna e donna, il problema dell'aborto non esisterebbe.»

Neanche Italo Calvino vedeva di buon occhio Eco, e soprattutto non approvava il suo interesse per la cultura di massa. Pietro Citati, addirittura, dichiarò di non aver mai letto Il nome della rosa per intero e di essersi fermato «alla descrizione di una chiesa medievale: talmente incompetente che non potevo andare avanti. Di Eco ho letto solo Il Pendolo di Foucault, un brutto libro, ne ho scritto malissimo. Secondo me, Umberto Eco non esiste come scrittore.»
Pur ammettendo la pesante stroncatura di Citati sulla qualità dei romanzi di Eco, la differenza tra il semiologo di Alessandria e i grandi intellettuali italiani del Novecento come Vittorini, Pasolini, Calvino, Montanelli e lo stesso Citati – è nella straordinaria capacità di Eco di eccellere in tutto. Perché Umberto Eco non è stato soltanto un semiologo o un massmediologo o un professore di Semiotica o un opinionista o, infine, un romanziere: Umberto Eco è riuscito a essere tutto questo e la sua poliedricità lo rende unico in ogni senso.
La seconda grande differenza è stata la sua cultura enciclopedica, che lui stesso affrontava con ironia, non tanto al fine di beffarsi dei lettori per il fatto di non essere colti quanto lui: ciò che rendeva unico Umberto Eco era il suo desiderio di affascinare, di far sapere, di incuriosire così come lui era incuriosito da tutto. La sua grandezza non risiedeva soltanto nella conoscenza che possedeva grazie ai suoi studi o alla sua sterminata collezione di libri, ma soprattutto nel desiderio di trasmettere quella stessa conoscenza e di diffondere il sapere, inteso non in senso nozionistico ma come profondo arricchimento interiore.

  • L'addio a Umberto Eco al Castello Sforzesco. Piccolo ricordo di un grande maestro dell'immaginario

  • L'addio a Umberto Eco al Castello Sforzesco. Piccolo ricordo di un grande maestro dell'immaginario

  • L'addio a Umberto Eco al Castello Sforzesco. Piccolo ricordo di un grande maestro dell'immaginario

  • L'addio a Umberto Eco al Castello Sforzesco. Piccolo ricordo di un grande maestro dell'immaginario

  • L'addio a Umberto Eco al Castello Sforzesco. Piccolo ricordo di un grande maestro dell'immaginario


zoomma video

Gli ultimi commenti

Dialoghi del silenzio - mostra personale di Pedro Zamora a cura di Massimiliano Bisazza
Città: Milano - Provincia: MI
dal: 01-01-2013 al: 01-01-2013

Premio Letterario Nabokov e Premio Nabokov Racconti
Città: Lecce - Provincia: LE
dal: 01-01-2013 al: 01-01-2013

“L’ultima Foglia Che Cade” il primo singolo di Federica Morrone
Città: Roma - Provincia: RM
dal: 03-04-2013 al: 01-01-2013

ArtExpo Barcelona 2
Città: Barcellona - Provincia:
dal: 01-01-2013 al: 01-01-2013