Bookcity2015 - Erri De Luca: lo scrittore può dare voce a quelli che non ce l’hanno

Stefano Fornaro - 10.11.2015 testo grande testo normale

Tags: deluca, bookcity, #BCM15,

Poteva non mancare Whipart a Bookcity 2015? Certamente no, e vi riporta qui integralmente l'appuntamento con Erri De Luca di domenica 25 ottobre. Tema: IL TRACCIATO DEL VIAGGIO: RIFLESSIONI, NOSTALGIE, RACCONTI.

Erri De Luca è un intellettuale engagé, come direbbero i francesi, e nel nostro Belpaese è arrivato alla ribalta delle cronache più per la sua personale vicenda giudiziaria che per meriti letterari.
Sostanzialmente tutti sanno che ha dichiarato in una oramai celebre intervista: "la TAV va sabotata"; ma pochi sanno che da semplice operaio è diventato uno dei più importanti scrittori e poeti di oggi. Da solo ha appreso le lingue europee più usate e s'è industriato a studiare lingue meno note nel nostro panorama come il russo, lo swahili, lo yiddish e l'ebraico antico; ha scritto poesie finissime e racconti che come dice lui sono "favole", ben apprezzate dal pubblico.
Dopo il successo di I pesci non chiudono gli occhi ha presentato altri due scritti: Il più e il meno e il pamphlet La parola contraria.
Quale miglior occasione per presentare la sua opera della rassegna culturale rappresentata da Bookcity 2015?
Così domenica 25 ottobre lo scrittore partenopeo ha dialogato con il pubblico dei suoi lettori in IL TRACCIATO DEL VIAGGIO: RIFLESSIONI, NOSTALGIE, RACCONTI.
Non c'era il De Luca "vittima o martire", bensì c'era lo scrittore. Quello che oggi di fronte al computer, una volta con penna e calamaio (come ci ha raccontato), si mette davanti a un foglio bianco e inizia a scrivere. Il suo è stato è stato un magnifico e commuovente monologo, che partendo dalla indimenticabile distruzione di Guernica l'ha portato a iquadrare il compito morale di uno scrittore di oggi: "Deve fare bene le sue pagine, ma se vuole fare qualcosa di più, deve fare in modo che il privilegio della parola sia condivisa e faccia parlare anche quelli che non ce l'hanno". Un'idea cristallina e coraggiosa, una "strada nuova" che non si vedeva dagli anni Sessanta.
L'incontro è diventato l'occaione per esternare un misto di ricordi e riflessioni, condite da aneddoti e confessioni personali.
Si parte dalla storia del bombardamento tedesco che devastò Guernica nel 1936. Subito un collegamento analogico si accende in lui: i bombardamenti su Napoli durante la seconda guerra mondiale e ancor più in là quelli vissuti in età più adulta a Sarajevo nella primavera del 1999, quando egli stesso fu conducente di convogli umanitari.
Napoli e la sua infanzia. Da quel posto nascono le storie che ha poi saputo mettere con magistrale penna sulla sua pagina. "Io volevo ascoltare quelle storie, origliavo, quelle storie mi riguardavano, mi sentivo di essere uno che era fuori dal proprio tempo, perché il loro tempo era anche il mio. Mi sono sentito contemporaneo da bambino anche della metà del secolo in cui non c'ero. Volevo sapere e origliavo. Fra muri di tufo e buchi nei muri. Quelle storie prendevano corpo dentro di me".
La musicalità piacevole del suo stile lo deve tutto alle donne della sua famiglia. Perché queste non potevano sopportare che fosse stonato e l'hanno educato alla musica.
Così fra rimembranze e humus letterario emerge lo scrittore o meglio l'autore.
Ma chi è l'autore? "Esiste?", si domanda De Luca. La sua risposta è questa: dal venerato Omero ad oggi "l'autore non esiste. Omero copiava per iscritto le storie sentite dagli altri; io stesso non ho inventato nulla... Io ho raccolto le voci. Secondo me lo scrittore è colui che raccoglie le voci."
Curiosa è poi la sua opinione sul diritto d'autore: "Lo scrittore abusa del diritto d'autore. L'autore non esiste, esiste uno che si fa redattore di storie già infinitamente raccontate. Queste costituiscono lo strato sottopelle che ricompare più tardi mentre scrivo." De Luca rivela così la sua arte, ma non nasconde che lo scrittore sopravvive grazie al commercio che si fa della sua attività: "Io campo realizzando proventi dalle vendite di libri". Certo, non c'è solo l'interesse del guadagno, perché scrivere per lui è sempre stata una dama di compagnia.

La sua scrittura non è stata forgiata solo dalle chiacchiere nei vicoli nativi, ma forte influenza hanno avuto i libri paterni. A scuola odiava i temi di stampo letterario e prediligeva quelli liberi. Forte è sempre stato il contrasto con gli insegnanti che limitavano la libertà dello studente. Infatti "la mia vocazione di scrittore è nata anche dallo spirito di contraddizione rispetto ai precetti degli insegnanti. Non sapevo fare i temi sugli autori, ma capii che la scrittura poteva farmi uscire, e spalancarmi l'orizzonte, e le mie forme d'espressione potevano realizzarsi nei temi liberi. Non conosco altro che queste, queste metto nelle mie pagine"
Per lui la scrittura non nasce dalla libera invenzione della penna, non è una forma d'espressione, ma piuttosto di compressione: "Io prendo la vita svolta e la comprimo dentro un alloggio di parole. La vita sta stretta, è un resto, è un residuo, è una vita evaporata come il sale dell'acqua marina sugli scogli. Non devo inventare, già è passata. Riesco a prendere una piccola parte e farla diventare una scrittura. In certe frasi mi accorgo di conficcarmi, come se stessi avvitando una vita dentro l'impanatura finché arriva a fine corsa. Il mio narrante racconta la storia, perché non sono il proprietario; io la suono dal mio punto di vista, dal mio angolo dell'orchestra"

Quale opposizione si fa strada nella pagine di De luca? Di nuovo: "Il Novecento è stato un secolo di storie gigantesche, le mie storie cercano di resistere all'attrito, all'aggressione della storia maiuscola. Sono storie di resistenza alla pressione dell'altra".
Poi un chiarimento sul suo genere di scrittura, che è stato definito scrittura per la formazione... Ma più che formazione, è realtà; dunque, De Luca ribadisce circa le sue storie: "Io le ho scritte a Napoli, quando allora i bambini andavano a lavorare e uno solo della famiglia poteva andare a scuola. Quella scuola elementare cercava di fare uguaglianza anche col semplice obbligo della stessa divisa (grembiule)".
Dalla scuola infantile alla staffilata sull'istituzione scolastica odierna: "Le disuguaglianze fra ragazzi iniziavano fuori dall'istituto, oggi non è più così. Siamo più clienti che concittadini che condividono lo spazio comune. La scuola è ormai un servizio erogato da un'azienda, non un diritto. Se se la può permettere la scuola con le sue tasche, allora diventa un cliente soddisfatto, se no è un cliente scadente che non conviene tenersi ed invitato all'uscita o si trova in condizioni di vedersi erogato rispetto all'altro un servizio scadente".
Erri De Luca va quindi oltre la scuola e coinvolge la società: "Questo avviene nella medicina, nell'amministrazione della giustizia. Ci sono quelli che si possono permettere una buona giustizia e quelli che non possono. E' lo slittamento più evidente che s'è realizzato nei posti pubblici nei quali la comunità si riconosce".
Infine, dopo una storiella sulla Guida all'arrampicata - donde lo stesso De Luca trova il principio morale della sua attività di scrittore nella frase "ho capito che al giorno d'oggi è pericoloso sporgersi, ma è necessario farlo" -, la conclusione, in cui si espone ancora il compito dell'intellettuale oggi: "La scrittura può essere un'attività accessoria, ma può promuovere la voce di quelli che non ce l'hanno e penso che questo paese ha molte persone che non hanno diritto di parola. Così uno che ha strepitoso privilegio di pubblico, quello di promuovere la voce di quelli che non ce l'hanno, al di là del mio caso personale".

In Italia lo scrittore napoletano è inevitabilmente decantato da quelli che si fanno sostenitori della libertà di parola, e inviso a chi vi vede in lui un aizzatore.
Quella domenica nella Sala Viscontea c'era De Luca uomo e poeta, scrittore e bambino: la sua parola è semplice e forte, ilare e meditata, incanta sulla pagina e dal vivo.

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