Mirko Antonelli - 21.09.2005
Sophie Calle, parigina (classe 1953), da più di vent'anni sceglie la propria e altrui vita come soggetto della sua arte, genericamente definita concettuale. Tuttavia la sua investigazione non riguarda l'idea stessa di arte o le strutture del linguaggio, bensì la dimensione esistenziale: un campo d'indagine che accomuna la sua opera a quel neointimismo ricco di componenti diaristiche, letterarie ed emozionali che molti artisti hanno abbracciato negli ultimi decenni. E investigazione è la parola più appropriata in questo caso.
Alla fine degli anni ‘70, Sophie Calle racconta che, di ritorno da un lungo vi Sempre a Venezia si fa assumere come cameriera ai piani in un albergo, un'occasione per fotografare le stanze dove i clienti hanno lasciato le tracce del loro passaggio e rubare effetti personali (L'hotel, 1981).
aggio, si ritrova senza amici, senza lavoro, senza nulla da fare. Così inizia a seguire le persone. Una curiosità che diventa ossessione, prima che arte. Dopo aver conosciuto un uomo a una festa, decide di seguirlo la notte stessa a Venezia, lo pedina di nascosto per due settimane e fotografa ogni sua mossa. Il risultato è Suite Vénitienne (1980), un'installazione
composta di foto e testi, una formula poi divenuta un marchio.
Ingaggia un ignaro detective per farsi pedinare e fotografare; nel frattempo tiene un diario giornaliero e scatta foto, in modo da confrontare i due punti di vista, quello "esterno" dell'investigatore e quello "interno" di se stessa (La Filature, 1981).
Trova un'agenda per strada e chiama i numeri di telefono in essa contenuti, chiedendo a chi risponde di parlarle del proprietario, poi pubblica quotidianamente sul giornale Libération i resoconti di ciascun intervistato, creando il ritratto di un uomo che lei non ha mai visto né conosciuto (The address book, 1983).
Compie un viaggio in Asia, alla fine del quale viene lasciata dall'uomo amato: l'esperienza più dolorosa della sua vita, a sentir lei. Realizza una doppia installazione: da un lato le foto del viaggio, scattate quando non sospettava dell'imminente infelicità, su cui è stampato il conto alla rovescia fino al fatidico giorno dell'addio a Bombay (Countdown to unhappiness); dall'altro lato le dichiarazioni di amici e conoscenti, invitati a raccontare un episodio di sofferenza che li riguarda (Updown to happiness). Un "dialogo di lamenti" c
he è anche processo catartico (Doleur exquise, 1984).
Lo scrittore americano Paul Auster si ispira a Sophie Calle per il personaggio di Maria nel romanzo Leviathan e l'artista, di rimando, si immedesima in Maria e ne veste i panni, in un gioco di identità riflesse in bilico tra finzione e realtà (Gotham Handbook/Double game, 1994-98).
Le storie di Sophie sono esperimenti sull'emotività e l'identità, condotti con estremo rigore e sospinti da un voyeurismo che è desiderio di raccogliere prove, segni, indizi, testimonianze. È il bisogno di avere l'evidenza dell'esistenza che spinge a varcare i limiti della privacy e della "correttezza" morale. Rielaborare l'esperienza e condividerne l'intimità con gli altri sembra essere il solo modo per vendicarsi della vita e per rendere un senso al suo mistero.
Una vendetta fittizia, perché la vita è irriducibile e ci si può forse accostare al mistero, senza svelarlo: la maniacalità ossessiva della ricerca, l'oggettività scientifica del mezzo fotografico, l'accuratezza degli appunti non restituiranno mai la realtà nella sua interezza. Lacan diceva che "il rapporto tra lo sguardo e quello che si vuole vedere è ingannevole" e le opere della Calle svelano la parzialità di questo rapporto. In esse, più che l'esistenza tocchiamo con mano l'assenza: un vuoto che
smaschera il nostro fallimento.


In tempi di Grandi Fratelli e shows spacciati per reality, dove la sfera pubblica e privata si schiaffeggiano vicendevolmente, Sophie getta la spugna e lascia incompiuta l'opera che una banca le ha commissio
nato, permettendole di accedere alle registrazioni di una telecamera installata in uno sportello bancomat. Non sapendo cosa farne, le e
spone in sequenza nella grande retrospettiva a lei dedicata al Centre Pompidou (intitolata M'as tu vue?, trad. Mi hai visto?), lasciando che le immagini digitali di quei visi spiati da vicino parlino da sole, o denuncino la loro abdicazione al discorso (Unfinished, Cash Machine, 2003).
Immagini
1 - The Hotel, room 46, 1981
2-3 - La Filature (part.), 1981
4 - Double game di Sophie Calle e Paul Auster, 1998
5-6-7 - Autobiographical stories, 1992
8 - Sophie Calle: Did you see me? di Christine Macel, Ive-Alan Bois, Olivier Rolin, 2003
9 - Unfinished, Cash Machine (part.), 2003