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Bisogna aprirsi alla storia: intervista ad Andrea Pierdicca

Luca Pantanetti - 09.07.2008

Andrea Pierdicca, classe 1975, nasce a Osimo, nelle Marche. Comincia a fare teatro a Bologna, frequenta la scuola di recitazione a Genova, per due anni è in tournée con Jurij Ferrini e nella passata stagione è stato Tiresia nell'Antigone prodotto dal teatro Stabile di Genova. È anche interprete del monologo Il fiume rubato, tratto dal libro di Alessandro Hellmann Cent'anni di veleno, che racconta la storia dell'Acna, industria chimica che ha inquinato e deturpato per oltre un secolo l'aspetto della Val Bormida (tra Liguria e Piemonte). L'abbiamo incontrato al termine di una delle rappresentazioni e gli abbiamo rivolto alcune domande su questo spettacolo-verità.

D: Come ti sei approcciato a questo spettacolo e alla sua resa scenica?
R: La nascita è avvenuta a Roma, dove Alessandro [Hellmann NdA] ha tirato fuori da un cassetto un pezzo di Aldo Grasso che conservava da dieci anni. Me l'ha fatto vedere e mi ha chiesto: "mi aiuti a fare qualcosa?". Abbiamo cominciato allora a fare le ricerche in Valle Bormida, a fare interviste agli abitanti, agli operai. Ogni tanto Alessandro tornava a Roma e scriveva tutto quanto. Infine ha concluso il libro e l'ha pubblicarlo con Stampa Alternativa nel 2005. Da lì sono iniziati i lavori teatrali con la collaborazione dell'Associazione Narramondo e del regista Nicola Pannelli. Il tutto è partito un po' in sordina, con delle prove fatte in una cascina nel Mugello quando avevamo tempo, anche una volta sola ogni due mesi. Nel 2006 lo spettacolo ha debuttato ad Alessandria e, dopo sei mesi, a Torino. Adesso facciamo una tournée per portarlo nei teatri italiani e nei festival.

D: È uno spettacolo molto vibrante dove sei riuscito a trasmettere la tua energia di attore e quella della storia e dei personaggi. Ma pensi di essere riuscito a trasmettere anche tutte le sensazioni che ti hanno comunicato i veri protagonisti di questa storia?
R: Non credo proprio, perché raccontare questa storia è una lotta ogni volta. È difficile distribuire l'energia nei punti giusti. A volte sono preso dal testo e corro un po', quindi non mi concedo ancora il tempo di assaporare tante cose, di farle nascere. Non c'è niente di fissato, è un flusso che parte, quindi ogni sera arrivano delle cose, delle immagini più forti di altre. Però deve crescere ancora questo lavoro, è appena partito!

D: Manterrà sempre la forma del monologo?
R: Come monologo per il momento non è male. Se lo spettacolo avrà fortuna si pensava anche ad altro, come proiettare un video dove si vede l'Acna, l'industria, l'inquinamento, le proteste. Sono tutte cose che si potrebbero fare se ci saranno le capacità... soprattutto economiche.

D: Che difficoltà si prova nel riportare al pubblico una vicenda vera e anche così complessa?
R: La difficoltà sta nell'aderire ogni volta alla storia. Io per primo devo star dentro alla storia, devo farla esistere dentro di me e portarla fuori. Bisogna lasciarsi cadere dentro la storia ogni volta, sentire le ferite, l'energia del riscatto, le bastonate, le menzogne, i tranelli. La difficoltà è anche quella di essere aperto alla storia: come ti chiudi un po' perché sei preoccupato di raccontarla bene, la storia ti sputa fuori. Quando hai il coraggio di aspettare che le cose accadano nel momento in cui le racconti, allora arrivano e riesci a darle a chi ti ascolta. Sennò stai lì con la fatica di tenere il ritmo, di ricordarle.

D: Quindi il tuo stile di recitazione è proprio quello di lasciarti attraversare dalla storia e dai personaggi che hai interiorizzato?
R: Sì, è un po' il metodo di Narramondo. È grazie a loro e a Nicola Pannelli che ho potuto affrontare questo lavoro, che altrimenti non sarei riuscito a portare avanti. Sin dall'inizio l'intenzione era quella di lasciarsi attraversare dalla storia, farla rivivere ogni volta, far accadere le cose, ed essere predisposto ad abbracciare la storia. La poetica di Narramondo è proprio questa.

D: C'è un elemento che ti ha fatto davvero appassionare alla storia?
R: Mi sono appassionato a questa storia perché parlava di campagne, di contadini, di fatica e di terra, di gente che viene presa per il culo, che subisce il ricatto del potere. Mi sono sempre sentito ferito da questa storia perché, in quanto marchigiano, pensavo: "ma pensa che storia, questa è la storia del Chienti nostro"(1). È un sorta di richiamo tematico che unisce la mia "marchigianità" con il bisogno di raccontare un'era, anche di contadini, che è stata presa al collo da un'azienda, da un benessere che in realtà li avvelena.



Note: (1) Il fiume Chienti, che scorre al confine tra la Provincia di Macerata e quella di Ascoli Piceno, è assurto agli onori delle cronache negli anni '90 a causa dell'elevato tasso di inquinamento delle acque, provocato dagli sversamenti abusivi delle fabbriche (soprattutto calzaturiere) della valle. Il Ministero della Salute ha sanzionato le imprese inquinanti e imposto la bonifica ai comuni della zona, ma fin'ora nessuno ha pagato e nulla è stato realmente fatto per depurare le acque e le falde.



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