Luca Pantanetti - 01.07.2008
L'Acna è un mostro, ed è anche un simbolo del connubio politica-industria-malavita che così raramente viene denunciato e ancor più raramente punito. Sarebbe riduttivo chiamarla "fabbrica" (di dinamite prima e di composti chimici poi) perché, nei suoi oltre cent'anni di vita (aperta nel 1882, chiusa nel 1999) ha rappresentato "un'istituzione" per la Val Bormida, dove ha distribuito ricchezza e miseria, benessere e morte, equità ed autarchia. La sua storia è ripercorsa nel bellissimo reportage Cent'anni di veleno di Alessandro Hellmann che, con la perizia di un investigatore, indaga tra le fonti scritte e quelle orali per scrivere pagine inquietanti del nostro passato.
L'Acna viene impiantata a Cengio, comune ligure attraversato dal fiume Bormida il quale, dopo aver scavalcato il confine, scorre in terra piemontese all'interno della valle omonima. Leggendo il libro di Hellmann viene subito alla mente la centrale nucleare di Burns nei cartoni dei Simpson: una struttura fatiscente con tubi corrosi dagli acidi e nessuna forma di protezione per i dipendenti. E si tratta di un'immagine quantomai veritiera dell'Acna, della sua pericolosa assurdità e della colpevole noncuranza della dirigenza. A Springfield nessuno muore per le radiazioni né per l'inquinamento: sarà forse merito della pelle gialla. Nella Val Bormida, invece, sono le acque del fiume a diventare gialle (e acide), a penetrare nel terreno, a infettare le colture con un sapore di fenolo, a corrodere i panni che le donne vi lavano, ad uccidere i pesci. Gialla (e di tanti altri colori) diventa anche la pelle degli operai, perché i composti chimici si depositano sull'epidermide, entrano per le vie orali, e così infettano e compromettono per sempre la salute. Indagini epidemiologiche dimostrano che nella Val Bormida un morto su tre è per cancro. E il cancro viene dall'Acna e dai suoi scarichi non controllati.
Ma quella dell'Acna è soprattutto la storia di uomini che lottano per la propria sopravvivenza, per far chiudere quel mostro che ha portato benessere e ricchezza per alcuni e morte per tutti; che controlla la vita pubblica di Cengio e calpesta i diritti dei lavoratori; che può ignorare i dimostranti e gli scioperi perché ha alle spalle ministri e politici pronti ad avallare ogni menzogna. La parola d'ordine è: "tenere aperta l'Acna"; tutto il resto non conta. Non contano i morti, non conta un'intera valle deturpata dall'inquinamento. L'Acna produce ricchezza al cartello politico-imprenditoriale-criminale che la sostiene, e questo è sufficiente; anche per lo Stato italiano, che mai come in questo caso sembra assente, debole, complice. Quella per l'Acna è una guerra fratricida tra derelitti: da una parte ci sono gli operai, che vogliono la certezza di un posto di lavoro e sono pronti a chiudere un occhio sulla sicurezza, perché "l'importante è portare a casa il pane". Dall'altra ci sono i valligiani della Val Bormida, che difendono i propri terreni e la propria vita.
Hellmann ci racconta dell'Acna attraverso un discorso diretto che instaura subito una conversazione a tu per tu con il lettore. Ma quella prima persona lessicale diviene in realtà una persona "collettiva" che parla per conto di migliaia di protagonisti. Il tono lieve, quasi da commedia, è in immediato contrasto con la drammaticità delle vicende raccontate, con i morti per tumore, i pestati dalla polizia, i ministri corrotti, i dirigenti che manipolano la realtà e quelle acque colorate che intossicano il fiume e la valle. Hellmann dà spesso di gomito al lettore, usa un sarcasmo pungente in una narrazione che procede tutta in positivo, dove persino l'inquinamento sembra essere spiegato come fattore naturale dell'esistenza umana. E attraverso questo espediente letterario nasconde la polemica contro certa politica nata da connubi criminosi e contro la sua incontrollabile capacità di manipolare l'informazione per i propri fini. La sua ironia gioca magistralmente su un
"non detto" che fa leva sulla conoscenza dei lettori dei tanti malcostumi italiani e sulla demagogia degli uomini di stato, "oliati" di accondiscendenza con oculate bustarelle.
Dal libro Cent'anni di veleno è stato tratto il monologo teatrale Il fiume rubato con Andrea Pierdicca, portato in tournée in molti teatri italiani.
Titolo: Cent'anni di veleno
Autore: Alessandro Hellmann
Editrice: Stampa Alternativa
Anno: 2005
Nelle immagini:
L'ex stabilimento dell'Acna a Cengio e la copertina del libro