Giulio Brevetti - 29.07.2010
Primi anni Cinquanta. È una delle più stimate e richieste attrici brillanti del periodo, capace di tener testa a mostri sacri della comicità come Totò, Alberto Sordi, Vittorio De Sica, Peppino De Filippo. Non solo. È donna, fa ridere ed è arguta. Sembra cioè un alieno nel panorama non solo culturale del paese di quel tempo, ma nella stessa società italiana. Un unicum, una rarità, preziosa e inconsueta. Franca Valeri, 90 anni e non dimostrarli.
Nata a Milano il 31 luglio del 1920, Franca Maria Norsa si avvicina giovanissima al teatro e al mondo dello spettacolo. È una ragazza di letture colte e raffinate, figlia di quella Milano illuminata che pare oramai un lontano ricordo, molto vicina alla cultura francese. Non a caso, sceglie come nome d'arte quello - italianizzato - di uno dei massimi poeti del movimento simbolista, Paul Valéry. E come il celebre poeta, anche lei non farà altro che guardare la vita e ritrarla da par suo, con linguaggi "altri" e con una spiccata sensibilità.
Proprio a Parigi, nasce artisticamente grazie al Teatro dei Gobbi, trio di cabaret fondato assieme ad Alberto Bonucci (1918-1969) e a Vittorio Caprioli (1921-1989), a lungo compagno di vita. Sono gli anni fatati dell'esistenzialismo, della inconfondibile aria intellettuale e nostalgica dei boulevard, dei café, della Rive Gauche. Franca è moderna, modernissima, adatta a quell'ambiente e lontana anni luce dall'arretrata italietta democristiana di quel periodo. Da donna intelligente qual è, riesce tuttavia a ridere e a riproporre quei personaggi à la page che spesso erano soliti farsi vedere anche in Italia, soprattutto nei salotti chic e nelle rinomatissime ed esclusive località balneari. Come non ricordare la viziatissima Giulia Sofia che ospita una serie di debosciati nella sua villona di Capri e che resta affascinata dalle stranezze di Pupetto Montmartre dagli Champs-Elysées in Totò a colori (Steno, 1952), primo film italiano girato in Ferraniacolor.
Il 1955 è decisamente il suo anno magico, quello di due personaggi straordinari. Il primo è un capolavoro di virtuosismo : la curatrice della seguitissima rubrica di una rivista femminile, la contessa polacca Eva Bolasky, alias la romana Filomena Cangiullo in Piccola posta (Steno, 1955). Due personaggi in uno, uno dentro l'altro, due opposti che ben rappresentano la bravura della loro interprete, nonché la sua intelligenza nel ritrarre sapientemente le aspirazioni e le fascinazioni delle donnette piccolo borghesi degli anni Cinquanta. Il secondo ruolo di quel fortunato 1955 è certamente quello della tenera Cesira, dattilografa alla perenne ricerca dell'amore e della realizzazione di una vita romantica e romanzesca ne Il segno di Venere (Dino Risi, 1955). Sempre presente e ammirevole dalla prima all'ultima inquadratura, quando la sua espressione tradisce una malinconia e una triste rassegnazione ad una vita poco felice.
I ruoli successivi sono gustose caratterizzazioni di personaggi ironici, spesso graffianti. Come i tre diversi e memorabili del 1959. Il primo è quello dell'irreprensibile figlia di Vittorio De Sica, ipocrita presidente di un ente di censura, Virginia, in Il moralista (Giorgio Bianchi, 1959). Il secondo è quello celeberrimo dell'acutissima imprenditrice meneghina Elvira Almiraghi sposata al mediocre «cretinetti» di Alberto Sordi in Il vedovo (Dino Risi, 1959). Il terzo è quello dell'esilarante prostituta romana Siberia che cerca di rifilare al bigotto Peppino De Filippo in cerca di alloggio una celebre ex casa di tolleranza in Arrangiatevi! (Mauro Bolognini, 1959).
All'inizio degli anni Sessanta si situano, poi, due deliziose partecipazioni in due film graffianti : la prima è in Parigi o cara (Vittorio Caprioli, 1962), toccante ritratto di una prostituta snob in trasferta sulla Senna ; la seconda è ne Gli onorevoli (Sergio Corbucci, 1963), in cui incarna una deputata democristiana. Ma i Sessanta sono sostanzialmente dominati dalla televisione e dai suoi irresistibili siparietti nei panni della sora Cecioni che chiacchiera a telefono con mammà o in quelli della signorina snob. Le sue presenze al cinema, negli anni a seguire, si fanno sempre più rade e spesso in pellicole mediocri, ma che tuttavia riesce a nobilitare grazie alla propria elegante e ironica presenza, come nel caso di Paulo Roberto Cotechiño centravanti di sfondamento (Nando Cicero, 1983), nel quale interpreta l'arcigna contessa Dinasty. Dopo partecipazioni a sit-com televisive come Norma e Felice (1995), accanto a Gino Bramieri, e Linda e il brigadiere (2000), al fianco di Nino Manfredi, il ritorno sul grande schermo è con una piccola pellicola di derivazione teatrale in cui recita accanto ad un'altra grande attrice meneghina, Adriana Asti, in Tosca e altre due (Giorgio Ferrara, 2003).
Franca non si è mai fermata. Sempre attivissima, anche oggi, con quella voce tremolante ma ancora così densa di toni ironici, tra teatro, libri, gli amatissimi cani, la lirica e altri progetti. Da sessant'anni miete solo successi e stima incondizionata da parte di pubblico e critica. È divenuta, appena trentenne, un mostro sacro e ciò grazie soltanto al suo talento, alla sua arguzia, alla sua feroce ironia, e non per le curve o per la procacità del corpo. Ha ironizzato sulla condizione della donna nei diversi decenni e sui suoi ruoli - nobile annoiata, borghesuccia casalinga, prostituta svampita, impiegata in cerca d'amore, e, per esteso, anche su quella maschile. Anzi, è proprio la figura dell'uomo a risultare sempre mediocre, debole, deludente, sciocca. E tutto questo ben prima del femminismo e del "Tremate tremate, le streghe son tornate". Ancora da rileggere e da capire a fondo il lavoro di Franca Valeri e la sua figura nella cultura e nella società italiane del secondo Novecento. Un personaggio altissimo e unico, a cui tutto il paese dovrebbe essere eternamente grato. I tanti cretinetti, in primis.
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