Giulio Ragni - 13.03.2010
Il suono di un organo hammond che riempie lo schermo, mentre la macchina da presa accarezza il corpo acerbo ma già profondamente sensuale di una giovanissima Catherine Spaak, splendidamente fotografata dal bianco e nero di Gabor Pogany: basterebbero questi primi quattro minuti in piano-sequenza nei titoli di testa a fare de I dolci inganni di Alberto Lattuada un capolavoro da riscoprire, dopo anni di oblio dovuti a un ipocrita massacro censorio al momento della sua uscita nel 1960, con il solito contorno di sequestri e tagli arbitrari.
Il motivo di tanto scandalo non fu il sesso, rappresentato in maniera piuttosto casta - Lattuada si spingerà ben oltre sul piano visivo nel decennio successivo - quanto nell'idea che una quindicenne potesse scegliere da sola, in totale autonomia, il partner con cui fare l'amore per la prima volta. Il film segue dal mattino fino alla sera una giornata della protagonista, muovendosi con lei lungo il crinale che separa l'adolescenza dall'età adulta, con tutte le delusioni e le amarezze che questo passaggio può comportare, attraverso una serie di incontri che segnano la progressiva consapevolezza della ragazza.
Lattuada è uno di quei registi italiani assolutamente da riscoprire, poiché dotato di uno stile sorprendentemente fresco e moderno, capace di reinventarsi di volta in volta a seconda del tipo di storia che raccontava: in questo film il regista dimostra di essere in sintonia con i rivoluzionari della Nouvelle Vague, abbonda il suo film di splendidi primi piani e coraggiose infrazioni ad un montaggio di tipo classico, è allusivo e mai morboso quando affronta l'erotismo, anche quando accenna alla masturbazione nella sopracitata sequenza iniziale o quando mette in bocca dialoghi sulla verginità a ragazzine minorenni, ed è in anticipo sui tempi nel compiere un ritratto di donna che si ribella alla visione conformista della società dell'epoca, ben prima che il Sessantotto sconvolgesse le convenzioni sociali e sottolineasse l'importanza del corpo nell'emancipazione femminile. Se oggi la storia di una minorenne che perde la verginità non scandalizza più nessuno, il linguaggio filmico utilizzato da Lattuada resta una lezione insuperata di ritmo, costruzione delle inquadrature e descrizione delle relazioni fra i personaggi, da far studiare ai presunti autori del cinema italiano odierno, che non smettono mai di parlarsi addosso.
Vale la pena di citare infine l'interpretazione di Catherine Spaak, che con questo ruolo si impose come icona femminile alternativa alle maggiorate dell'epoca: il suo primo piano nel finale è una scintilla emotiva che vi conquisterà in un attimo per non abbandonarvi più, degna compagna di tante istantanee, momenti, frammenti di pellicole che ci fanno amare il cinema in maniera viscerale, e lo rendono così necessario ai nostri occhi e ai nostri sogni.
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