Giulio Brevetti - 11.03.2010
Avanza a rilento il vaporoso treno che da Pechino va a Shanghai, attraversando popolosi villaggi affastellati di bancarelle e di poveri contadini. Può accadere che si possa restare fermi per via di una mucca che occupa i binari. Dopotutto, siamo in Cina, «dove vita e tempo non hanno valore». I passeggeri si sporgono dal finestrino per capire cosa stia accadendo. È così che Donald (Clive Brook), dottore e militare al servizio del re, rincontra Madeline (Marlene Dietrich), la donna amata un tempo.
Cinque anni e tre settimane. Tanto è il tempo trascorso senza vedersi. Si amano ancora alla follia, ma non lo danno a vedere. Non conosciamo la ragione del loro abbandono, ma la intuiamo. Lui è severo, geloso, orgoglioso. Lei passionale, uno spirito libero. Lui le imputa di essere ormai diversa, di essere cambiata. Con una frase, lei fa intendere ciò che ha fatto in quei cinque anni e tre settimane: «Un uomo solo non sarebbe bastato a farmi diventare Shanghai Lily».
È lei, la misteriosa donna con il boa di struzzo al collo, la celebre femme fatale che ha fatto girare la testa a molti uomini in Cina. È in viaggio con una sua amica cinese, Hui Fei (Anna May Wong), con la quale pare avere un rapporto molto particolare. Gli altri borghesi e occidentali passeggeri del treno sono scandalizzati dalla presenza delle due donne a bordo «in cerca di vittime», e in particolare proprio della scabrosa Shanghai Lily. Tra loro, vi sono il reverendo Carmichael (Lawrence Grant), l'attempata Mrs. Haggerty (Louise Closser Hale) e poi un certo Chang (Werner Oland), metà bianco e metà cinese, dai modi bruschi.
Donald cerca di difendere pubblicamente l'onorabilità della sua vecchia amante, ma al contempo cerca di evitarne gli inviti a riprendere un rapporto. Madeline deve averla combinata grossa al suo Donald, quando cercò di farlo ingelosire. Anche lei ha sofferto per il suo uomo, ma non rinnega niente. Dopo aver baciato Donald, gli prende il cappello, lo indossa e dice: «Solo una cosa non rifarei: tagliarmi i capelli!». Quella notte stessa, alcuni rivoluzionari prendono in ostaggio il treno. In una piccola stazione, Chang, rivelatosi il capo della banda, pone sotto interrogatorio tutti i passeggeri e obbliga Madeline ad essere la sua traduttrice dal francese.
Non ha paura di Chang. Ne ha visti tanti di uomini per averne paura. Nel suo breve ma straordinario interrogatorio, appare più sfrontata che mai. Quando Chang le chiede perché vada a Shanghai, è così spudorata da rispondere: «Vado a comprarmi un cappello!». Chang decide poi di prendere come ostaggio Donald perché il governo liberi un suo soldato. È qui che Madeline ha l'occasione di riscattarsi e di salvare il suo uomo. Decide perciò di consegnarsi a Chang per salvare Donald, barando ancora una volta. Donald è libero e va via, credendo Madeline ormai corrotta. È Hui Fei, violentata da Chang, a farsi giustizia e ad ucciderlo. Il treno riparte, ma Donald crede ancora che Madeline l'abbia nuovamente tradito. Il reverendo Carmichael cerca di spiegargli la verità, ma ancora una volta Donald non ha fiducia in Madeline.
È qui che entriamo nel mito. In un'atmosfera di attesa e di tormento, con in sottofondo solo il rumore del treno che corre sui binari, Madeline/Marlene passeggia avanti e indietro nel corridoio della carrozza. Fa l'amore con la macchina da presa, col suo regista, col pubblico. Dopo l'ennesimo scontro con Donald, entra nella sua cabina. Vuole stare al buio. Spegne la luce. Fuma e pensa. Ora, soltanto un tenue fascio luminoso rischiara il suo volto. Questo intenso primo piano, uno dei più celebri della storia del cinema, sarà nei decenni una delle immagini più rappresentative di Marlene, del suo charme, del suo magnetico ovale.
Il resto non conta molto. Arrivati a Shanghai, Hui Fei verrà celebrata come una star per il gesto eroico compiuto, e Donald e Madeline torneranno finalmente assieme. L'happy ending, probabilmente imposto dalla produzione americana, non scalfisce tuttavia la magia di uno dei film americani del glorioso sodalizio von Sternberg - Dietrich, che vive di malie esotiche, di fascinazione per il peccato e di anime tormentate. Al di là di alcune felici e memorabili battute, von Sternberg sembra dirci che al cinema non è tanto importante lo script, quanto piuttosto la scrittura scenica, di cui sono artefici appunto il regista e il direttore della fotografia (il grande Lee Garmes che proprio per quest'opera vinse un sacrosanto premio Oscar). Sono loro a creare la magica atmosfera del film, a suggestionare lo spettatore, a rendere Marlene una creatura di luce e di ombra. Questo vuol dire scrivere con la luce.
Versione stampabile