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In prima linea contro il degrado culturale del nostro paese

Giulio Ragni - 16.11.2009

Finalmente esce nelle sale il 20 Novembre La prima linea, il film di Renato De Maria sui terroristi Sergio Segio e Susanna Ronconi, che contribuirono ad insanguinare l'Italia degli anni Settanta infettata dal virus dell'esacerbazione politica, da un lato come dall'altro. Un film "di cui tutti hanno discusso ma che nessuno ha ancora visto" come recita furbescamente il flano pubblicitario. E proviamo a ripercorrerle un attimo queste polemiche.
Uno dei primi atti dell'attuale Ministro della Cultura Sandro Bondi una volta insediato il terzo governo Berlusconi è stato proprio quello di criticare aspramente il finanziamento pubblico ricevuto dal film, tratto dall'autobiografia di Segio Miccia corta, per il timore - apparso poi infondato alla prova dei fatti - che potesse mitizzare le gesta dei due criminali; e naturalmente il codazzo dei giornali asserviti all'attuale potere politico ci ha marciato sopra per parecchi mesi a seguire. Il film è stato presentato lontano dal clima incendiario del nostro paese, al Festival di Toronto, dove ha ricevuto molti elogi, e ora che è stato visionato dagli addetti ai lavori anche in Italia, è lo stesso Bondi a tornare (apparentemente come vedremo) sui suoi passi, dichiarando che il film denuncia i fatti per quelli che sono. Ma ha anche aggiunto che "lo Stato non dovrebbe finanziare film di questo tipo". Risultato? Il produttore associato Andrea Occhipinti della Lucky Red dichiara che rinuncerà al milione e mezzo di euro su quattro del budget previsti dal finanziamento pubblico.
La storia potrebbe finire così, ma ci sembra giusto tornare invece sulla gravità delle affermazioni del Ministro Bondi, poiché la vicenda sorta attorno a La prima linea è un caso emblematico del degrado culturale, civile e soprattutto etico che attraversa il nostro paese.
Quali dovrebbero essere se non film come questi opere destinate al finanziamento pubblico? Fermo restando tutti i problemi di trasparenza del sistema attuale, già raccontato da Whipart in un editoriale qualche mese fa, i finanziamenti pubblici dovrebbero promuovere le opere prime e seconde innanzitutto, e poi le opere di interesse culturale e storico. Ora in un paese in cui nei programmi scolastici non si accenna minimamente alla storia recente, in cui i finanziamenti pubblici non si negano neanche all'ultima schifezza partorita dalla nostra industria (non) culturale, in cui la Rai è infarcita di estenuanti dibattiti su trans e veline, è quanto meno surreale che proprio un tema come il terrorismo debba essere censurato dall'assistenza statale, come ricorda anche il caso della mancata realizzazione qualche anno fa di Banda armata, un progetto del regista Francesco Patierno su Giusva Fioravanti e Francesca Mambro, abortito dopo le mille difficoltà incontrate per ottenere finanziamenti.
Difficile non essere d'accordo con il sagace articolo di Luca Telese su Il Fatto Quotidiano quando asserisce che dal Minculpop fascista si sta andando al Minculbond berlusconiano, in cui non si esercita neanche più la censura, semplicemente si decide di partenza cosa finanziare e cosa no, solo per motivi di stretta ideologia politica. Lo stesso Ministro d'altronde è recidivo, poiché aveva già espresso analoghe posizione sul documentario Il sol dell'avvenire sulla nascita del terrorismo rosso.
Fermo restando la nostra vicinanza e l'adesione totale al dolore e alle ferite mai rimarginate dei parenti delle vittime del terrorismo, noi crediamo che certe storie vadano raccontate: in certi momenti la prudenza non serve e bisogna avere il coraggio di schierarsi, e per questo, nel nostro piccolo, invitiamo voi lettori ad andare a vedere La prima linea, con tutti i difetti, i limiti e le mancanze che può avere un film su temi così complessi, perché andarci è un atto di resistenza ad una barbarie culturale che sembra non avere fine. Noi crediamo che debbano essere raccontate queste storie per svegliare le coscienze intorpidite dagli editoriali di Augusto Minzolini e dai talk show di Bruno Vespa, per concedere alle nuove generazioni la chance di non farsi lobotomizzare dalle vicende di un Fabrizio Corona qualsiasi, perché i ragazzi di oggi e quelli di domani sappiano cosa fossero le Brigate Rosse e il terrorismo nero, perché conoscano la strage di Piazza Fontana e le bombe esplose alla Stazione di Bologna, perché ricordino i nomi dei giudici ammazzati dalla mafia, perché un giorno in questo amato/odiato paese possano essere raccontate le storie del massacro della ‘ndrangheta in Germania e le mille Annalisa Durante, innocenti uccise dalle pallottole vaganti della camorra. Perché solo raccontando queste storie, la nostra Storia, potremmo davvero sentirci di nuovo orgogliosi di essere italiani e ritrovare un sentimento ormai perduto di identità culturale e di coscienza civile. Sperando che il giorno in cui si vorranno raccontare queste storie ci sia qualcun altro come Ministro della Cultura.

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