Giulio Ragni - 13.11.2009
Da sempre uno dei punti di forza del Torino Film Festival sono le retrospettive dedicate tanto ai grandi autori del cinema come ai maestri dimenticati dal pubblico, la cui lezione è però viva e vegeta, e deve essere solo "riscoperta": dopo l'excursus sulla filmografia debordante e vitalissima di John Cassavetes e la rivisitazione della sulfurea genialità di Roman Polanski, fa piacere sapere che la kermesse torinese dedichi una delle due retrospettive di quest'edizione al maestro della Nouvelle Vague giapponese Nagisa Oshima, uno degli autori più determinanti nell'evoluzione del linguaggio cinematografico, e non soltanto del cinema orientale.
Fin dall'esordio con Il quartiere dell'amore e della speranza, il cinema di Oshima si è rivelato nella sua essenza politica, ovvero come mezzo per indagare nelle pieghe e nelle contraddizioni della società giapponese, come strumento sovversivo per scardinare i codici formali e linguistici vigenti sino a quel momento, come possibilità di annullare il gap culturale tra la massa e gli intellettuali. Il suo primo grande successo è Racconto crudele della giovinezza del 1960, dove sono condensati tutti gli umori e i fermenti dell'epoca, un film manifesto ricco di inquietudini e di pessimismo ancestrale, in cui i giovani sono marchiati da una corruzione morale innata e appaiono privi di ogni idealismo, mentre gli adulti assistono impotenti allo sfascio morale: lo stile è secco e nervoso, percorso da un lirismo sotterraneo e caratterizzato da una libertà formale paragonabile ai coevi prodotti di un Jean Luc Godard o Michelangelo Antonioni.
La conferma di un talento irrequieto e straripante è data dai due film che Oshima gira nello stesso anno, due capolavori che lo fanno entrare direttamente nell'Empireo dei grandi maestri: il primo è Il cimitero del sole, ancora incentrato sul mondo giovanile, ma girato con uno stile esagitato ed espressionistico, ricco di splendidi primi piani ed eccessi tanto formali quanto contenutistici, sorretti da un'idea di cinema di impressionante lucidità; e poi Notte e nebbia del Giappone, un film radicale sugli errori della Sinistra nel suo paese, pesantemente criticata per le posizioni sul trattato nippo-americano, una pellicola all'epoca sequestrata e ricomparsa sulla scena solo nel decennio successivo.
Buona parte dei film di Oshima non sono giunte in Europa se non nei festival specializzati, ma chi ha avuto la fortuna di vedere opere come Il demone in pieno giorno oppure L'impiccagione, ha potuto accertare con i suoi occhi la personalità ingombrante e contraddittoria di un autore dotato di immenso talento figurativo e un gusto sperimentale ai limiti dell'avanguardismo che attraversa tutta la sua filmografia, in cui la storia del Giappone viene scandagliata con ferocia soffermandosi sugli aspetti sociali più controversi, in cui l'insofferenza verso l'autorità prestabilita e i suoi modelli etici non preclude al riconoscimento della disfatta dei movimenti studenteschi e della loro insoddisfatta ansia di ribellione, in cui sesso e violenza, Amore e Morte, impulso vitalistico e annichilimento dell'uomo, convivono in armonico equilibrio.
Il suo capolavoro assoluto è La cerimonia, uno dei risultati più elevati fra i tentativi del cinema di avvicinarsi allo sguardo etico della Tragedia, tutto costruito all'interno di una ritualità esasperata, ritualità che tornerà nel suo film più famoso, L'impero dei sensi, film scandalo in cui il connubio tra eros e thanatos attinge alla cronaca per diventare ancora una volta riflessione politica sulla natura umana, dove l'autore sdogana nel cinema "ufficiale" il linguaggio dell'hardcore, in totale antitesi ad un'estetica meramente pornografica. Dopo un poco riuscito seguito, arriva Furyo, ovvero l'attrazione/repulsione tra due culture, incarnate da una love story omosessuale ai tempi della Seconda Guerra Mondiale tra il soldato David Bowie e l'ufficiale Ryuichi Sakamoto, autore anche dell'indimenticabile colonna sonora, per concludere infine la sua parabola artistica con il grottesco apologo Max amore mio e l'ultimo imprescindibile capolavoro, Tabù - Gohatto, con Takeshi Kitano.
La retrospettiva del Torino Film Festival offre dunque un'ottima occasione per esplorare la filmografia di un autore ormai lontano dalle scene a causa di una grave malattia, ma la cui modernità dello sguardo e l'acutezza dell'analisi dovrebbero bastare da sole, senza volersi soffermare ulteriormente sulla bellezza e la sublime eleganza delle inquadrature dei suoi film, per far accorrere il pubblico che ama davvero il cinema ad affollare le sale ed immergersi nel mondo visionario, anarchico, sensuale, crudele raccontato da Nagisa Oshima nei suoi film.
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