Annamaria De Simone - 29.02.2004
Si è conclusa il 29 febbraio 2004 al Museo Nazionale di Capodimonte di Napoli la mostra dedicata al grande fotografo giapponese Hiroshi Sugimoto, curata da Danilo Eccher e promossa dalla Regione Campania in collaborazione con la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale di Napoli.
L'esposizione è stata allestita nelle nuovissime sale del museo di Capodimonte specificamente dedicate agli eventi di arte contemporanea. Erano in mostra 13 opere, tutte provenienti dalla Sonnabend Gallery di New York.
Hiroshi Sugimoto è nato a Tokyo nel 1948; dopo essersi trasferito in America nel 1970, fa di New York la sua base, lo studio dove stampa le fotografie scattate in giro per il mondo, in particolare in Europa.
La peculiarità di questo fotografo, che fa uso quasi esclusivo del bianco e nero, è nel metodo di lavoro e nei materiali utilizzati: non si serve di tecniche digitali o di effetti speciali, la sua macchina fotografica è a soffietto, simile a quelle usate ai primordi della fotografia, e prepara lui stesso le pellicole e i relativi trattanti chimici, come anche gli acidi necessari in fase di stampa.
Sugimoto ha insistito nella sua fotografia su pochi soggetti, che ha riproposto per anni dando vita ad alcune serie tematiche che al loro interno sono caratterizzate da variazioni minime. Profondo conoscitore dell'arte rinascimentale italiana e della ritrattistica di stato europea, le sue immagini sono statiche, mirano a una sorta di nitore classico, a una "permanenza" rappresentativa e ideologica del tutto inconsuete nel panorama artistico, diciamo da cinquanta anni, se non di più, a questa parte.
Una delle serie più suggestive, cui ha lavorato a partire dal 1980, che è stata ben rappresentata anche alla mostra partenopea, è quella dei Mari, dei "seascapes" (panorami marini). Sugimoto vi ha voluto rendere "lo stato d'animo del primo uomo sulla terra"; l'orizzonte, la distesa perfettamente omogenea di aria e di acqua, in un fotografo che ama la visione immutabile, scevra da ogni contingenza, raffigura un paesaggio che, pur in continuo movimento, resta invariato nei secoli, "l'ultima visione che possiamo condividere con gli antichi".
Nel 1976 inizia a lavorare alla serie dei Ritratti, ma neppure qui, tra noncuranza e paradosso, prende l'uomo per suo soggetto; al Museo delle cere londinese di Madame Tussaud realizza immagini di replicanti umani, modelli fatti di cera di grandi personaggi storici e dell'età presente (in mostra a Napoli Diana Princess of Wales, 1999 e Pope John Paul II, 1999) posti da Sugimoto contro uno sfondo nero, e ritratti di tre quarti o frontalmente, quasi a grandezza naturale.
L'effetto è straniante: i manichini del museo riproducono, nelle pose e nei dettagli degli abiti, ritratti di stato o fotografie celebri, e nel passaggio dal dipinto al manichino tridimensionale allo scatto dell'artista, il personaggio rappresentato ci viene incontro come persona viva... "Diciamo che ho voluto essere il primo fotografo del XVI secolo".
Negli ultimi anni Sugimoto si è cimentato con la serie delle Architetture, edifici o particolari architettonici che sceglie di isolare dal contesto urbano e dove l'immagine, spesso fuori fuoco, secondo un procedimento usato dall'artista in tutta la sua opera, e ancora una volta senza alcuna presenza umana, sembra sfumare in un mondo onirico, o forse nella visione dell'ultimo uomo rimasto sulla terra.
Le fotografie
Tyrrhenian sea
Diana Princess of Wales
Henry VIII
Vermeer's The music lesson (bianco e nero)
Vermeer's The music lesson (colore)
5th Ave. Theater, Seattle
Eur, Palazzo della civiltà romana, Roma
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