GRILLO PARLANTE DI ARMANDO GINESI – Carlo Rambaldi

Armando Ginesi - 11.08.2012 testo grande testo normale

Tags: GRILLO PARLANTE, armando ginesi, carlo rambaldi, et

E’ morto Carlo Rambaldi. Era mio amico. Nel mio ultimo libro gli dedico un capitolo in cui racconto anche come ho scoperto ET in un suo quadro giovanile. Era un uomo straordinario, geniale, affabile, educato, al quale l’Italia ha dato molto poco. Alla famiglia il mio affettuoso cordoglio.

L'anno del nostro incontro è il 1987; l'occasione me la offrì la Repubblica di San Marino. Dal Titano mi telefonò l'attivissimo e sagace Manlio Gozi, allora straordinario promotore delle iniziative culturali e turistiche della più antica repubblica del mondo, per chiedermi un testo sulle origini pittoriche del mago degli effetti speciali cinematografici. Il Dicastero della Cultura della Serenissima aveva infatti deciso di dedicare al padre di ET una grande mostra e un libro, curato da Lorenzo Pellizzari per conto della casa editrice AIAP.
La mostra proponeva disegni, quadri, fotografie e oggetti (personaggi mitici, mostri e quant'altro) da lui inventati per la produzione di tantissimi film a cominciare da quelli del periodo italiano fra cui: Sigfrido del 1957, David e Golia del 1959, La vendetta di Ercole del 1960, Barabba del 1961, La leggenda di Enea del 1962, Cleopatra del 1963, La pantera rosa del 1963, La Bibbia del 1965, Giulietta degli spiriti del 1965, Thrilling del 1965, Barbarella del 1968, Pinocchio del 1971, Quattro mosche di velluto grigio del 1971, Non si sevizia un paperino del 1972, I racconti di Canterbury del 1972, Amici miei del 1975, Profondo rosso del 1975, Salon Kitty del 1976, L'ultima donna del 1976. Seguivano poi alcuni film del periodo americano: King Kong del 1976, Incontri ravvicinati del terzo tipo del 1977, Nightwing del 1978, Alien del 1979, La mano del 1980, Possession del 1981, ET l'extraterrestre del 1982, Conan il distruttore del 1984, Dune del 1984, L'occhio del gatto del 1984, King Kong 2 del 1986.
Confesso che, pur conoscendo Rambaldi per la sua produzione cinematografica, ignoravo tutto quello che riguardava la sua formazione d'origine. Gozi mi disse che aveva esordito come pittore dopo aver frequentato l'Accademia di Belle Arti di Bologna. Per cui in mostra sarebbe stata presente anche questa produzione con la quale si voleva iniziare il percorso espositivo che si sarebbe concluso con il progetto Millenium, un'invenzione affascinante di una realtà del futuro che il tre volte Premio Oscar immaginava come destino spaziale, temporale e architettonico dell'umanità. Nulla sapendo, ripeto, sulla sua produzione pittorica, lo chiamai al telefono a Los Angeles (dove abitava dal 1976) e mi feci raccontare un po' delle sue esperienze artistiche, chiedendogli anche di farmi avere una parziale documentazione iconografica. Non me ne inviò molta, tuttavia quella che ricevetti fu sufficiente per l'elaborazione di un breve capitolo del libro di Pellizzari che intitolai Dalle arti figurative all'arte della visione.
Era lampante che Rambaldi avesse subito il fascino del neorealismo di impronta cubista sulla scia dei linguaggi proposti da Pablo Picasso e ripresi, tanto per esemplificare, da Eduard Pignon in Francia e da Renato Guttuso in Italia. Infine non gli erano stati estranei i suggerimenti del suo conterraneo Aldo Borgonzoni, più anziano di lui di dodici anni e che operava all'interno dello stesso orizzonte espressivo.

Guardando attentamente alcuni dipinti del maestro del cinema risalenti agli anni Cinquanta, scoprii come già l'iconografia di base del futuro extraterrestre fosse presente nelle fisiognomiche da lui abitualmente usate e, soprattutto, negli impianti strutturali dei volti e dei corpi del Rambaldi pittore degli esordi. In particolare nell'opera Donne del Delta del 1950-52, della quale scrissi nel libro: "A proposito di quest'opera (ma direi di tutto il principio, tipicamente espressionista, della deformazione) va detto che vi possono essere rintracciati i prodromi di quella futura figurazione di Rambaldi che, con l'invenzione dei personaggi extraterrestri per la produzione cinematografica, lo renderà famoso nel mondo facendogli, tra l'altro, conquistare tre Premi Oscar. Al centro del dipinto, infatti, esistono due figure dalle quali, trent'anni dopo, preleverà gli elementi essenziali per l'invenzione dell'indimenticabile e poetico ET".

Rambaldi era solito dire che la figura dell'extraterrestre l'aveva derivata dalla trasformazione dei lineamenti di un suo gatto himalaiano. Certamente vero (lo si può dedurre da una sua foto con il muso del gatto in primo piano), ma altrettanto vero è che già molto prima di realizzare questa essenzializzazione morfologica del felino, quella tipologia figurale era presente nel suo immaginario. E sapete perché? Perché, a ben guardare, è lui stesso, con il proprio viso fortemente connotato e con la struttura architettonica dell'intero suo fisico, dal collo al torace, a costituire il modello archetipico della sua creatura immaginaria. Sicché il processo di elaborazione della figura di ET è certamente stato il seguente: nei primi dipinti l'artista, inventando figure, ha rappresentato se stesso (come accade spesso ai pittori e agli scultori, dal momento che l'opera creativa mantiene sempre, in qualche modo, radici autobiografiche); ha ritrovato poi coincidenze formali con il muso del gatto e, unite le due cose, ha marciato in direzione della creazione di una tipologia nuova che conservava chiare le radici del vecchio. Quando dissi tutto questo a Rambaldi, lì per lì rimase perplesso. Ma poi riconobbe che potevo avere ragione: "Hai l'occhio acuto", mi disse.

Frequentandoci diventammo amici. Mi raccontò molto di sé, del suo affetto e della sua grande riconoscenza per Dino De Laurentiis; di Steven Spielberg verso il quale non nutriva grande simpatia; di Federico Fellini, di Pier Paolo Pasolini e, naturalmente, della sua vita in America, a Los Angeles, la capitale del cinema. Carlo – e con lui Bruna, sua moglie, una pugliese vitalissima e attenta amministratrice del lavoro e degli impegni del marito – era innamorato degli Stati Uniti e dei modelli di vita di quel paese: del resto era all'America che doveva la fama e la fortuna.
Il nostro rapporto andò avanti per un bel po' di tempo: organizzammo insieme, sempre a San Marino, un concorso tra gli studenti delle Accademie italiane consistente in uno stage laboratoriale con il Maestro e con me sull'elaborazione plastica delle creature mitiche e misteriche. Avrebbe dovuto diventare un'iniziativa stabile ma, dopo la prima esperienza, non se ne fece più niente.

Fui coinvolto anche nel suo stupendo progetto Millenium che era una specie di parco tecnologico avanzato il quale avrebbe dovuto sorgere dapprima a San Marino, poi nel Lazio, infine in Umbria e nelle Marche. Ma si trattava di un progetto troppo avveniristico per il provincialismo culturale dei nostri dirigenti e politici dai quali non si poteva prescindere per la necessaria utilizzazione di fondi pubblici senza i quali il progetto non avrebbe potuto avere futuro. Ricordo che l'unico a dargli credito fu l'onorevole Nino Cristofori quand'era Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, il quale convocò, a Villa Doria-Pamphili, una riunione tra tutti i più grandi imprenditori, sia pubblici che privati d'Italia, per illustrare e finanziare il progetto. Su richiesta di Rambaldi alla riunione fui invitato anch'io. Sembrava cosa fatta, ma poi una crisi politica fece cadere il governo in carica e, come spesso succede in Italia, tutto finì nel dimenticatoio.
Il guaio di Carlo Rambaldi – comune a tanti artisti e intellettuali non organici né adulatori – era quello di pro-fetare, ovverosia di "parlare avanti", di pensare e di dire con largo anticipo cose di cui le persone mediocri, in genere, finiscono per rendersi conto trenta o quaranta anni dopo.
Si era instaurato un bel feeling tra Carlo Rambaldi e me (anche se poi ci siamo persi di vista), andavamo d'accordo su tutto, meno che sul mangiare. Lui infatti non si ciba di pesce ed è rigorosamente astemio. Non so dire il motivo per cui non gradisce i prodotti del mare (di sicuro non ne è allergico) mentre conosco la ragione del suo rifiuto del vino. Risale ad un'esperienza di quand'era bambino. Suo padre l'aveva accompagnato a visitare un podere nella bassa ferrarese alla fine della vendemmia. Il piccolo assisté alla pigiatura dell'uva come si faceva allora, con i contadini che pestavano a piedi nudi i grappoli dentro grandi contenitori. Rimase talmente impressionato da quel metodo artigianale antico da essersi poi rifiutato sempre di bere vino, finanche di assaggiarlo. Io, che amo il pesce e che non disdegno un bicchiere di quello buono, durante le nostre colazioni, finivo inevitabilmente per dirgli: "Carlo, Carlo, non sai quel che ti perdi!".

Da Cinquant'anni attorno all'arte. Dalla A alla Z
Di Armando Ginesi
RB edizioni

Nella prima foto, a sinistra Armando Ginesi con Rambaldi. Al centro i tre Premi Oscar conquistati dal mago degli effetti speciali cinematografici.



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