ABCinema - In the Mood for Love, di Wong Kar-wai

Benedetto Naturali - 14.03.2012 testo grande testo normale

Tags: ABCinema, In the Mood for Love, Wong Kar-wai

"non dobbiamo essere come loro..."
questa frase riassume tutto. E' un film che fa bene/male al cuore. Un amore che durerà sempre!

Quando guardi un film di Wong Kar-Wai non sai mai cosa ti aspetti. Non è vero. A differenza degli altri registi orientali sai di certo che l'elemento aggiuntivo che stupirà e coinvolgerà emotivamente lo spettatore è la musica. Lo sai già dall'inizio. Se non ti senti pronto ad entrare in un mood melodico-tragico-sensuale non importa, pian piano quella musica ti entrerà dentro senza lasciarti scorgere nessuna nota di disturbo. Diventerà parte integrante delle immagini, degli sguardi, dei dialoghi. Ti avvolgerà e ti accompagnerà fino alla fine delle scene. E poi quando hai finito di guardare il film, quella musica ti rimane dentro, ancora.

Niente male come effetto musical-devastante. La sensualità data dalle immagini ben si accompagna a questo tipo di melodia. Cosa dire… la poesia è immagine. Non immagine visiva, nel senso di svelata, ma visione apodittica di quella che si nasconde dietro ogni forma, oggetto, emozione.

La sensualità suadente delle movenze della giovane donna. Qualcosa da stordire i sensi per qualche anno. Non mi va di raccontare la trama, anche perché la mia non è certo una recensione. Non ne sono capace. Questo mio articolo vuole solo comunicare un'emozione difficile da esprimersi, che però pian piano, rigo dopo rigo inizia a prender forma e qualche volta anche corpo. Sono pensieri confusi questi miei, che circolano nell'empireo disordinatamente organizzato della mia mente.

Tornando a noi, non voglio raccontare la trama. Bella, intelligente, perspicace, avanguardista, elegante. Un uomo e una donna che non vogliono cadere nello stesso tranello amoroso in cui sono sprofondati i rispettivi coniugi. Un'eleganza e uno stile difficile a vedersi. Senza saperlo si ritrovano entrambi a provare rabbia da una parte per il tradimento che i coniugi hanno loro inflitto, e attrazione dall'altra. Sono entrambi combattuti e non servono al regista per mettere in atto l'ennesima storia d'amore cinematografica per accontentare il gusto malato e voglioso di un certo pubblico che pretende a tutti i costi il lieto fine. Gusti. Perché a mio avviso la fine del film non è per nulla lieta. E' molto triste, tristissima anzi.

I due protagonisti si trovano invischiati in una relazione di pura eleganza, lontana anni luce dalle oscure amenità del sesso. Sesso, quello puro e impuro, sazio sempre e solo di se stesso. Niente di tutto ciò. La loro sazietà è data dal guardarsi negli occhi, dall'essere accanto senza dirsi tante parole, dello sfioramento più che dallo sfregamento dei corpi.

L'eleganza è visibile a partire dal portamento, dagli sguardi, dalle movenze delle mani e poi… i tendaggi. Quei tendaggi che di tanto in tanto appaiono separati dalla scena (pur facendone parte, dato che erano integrati nella scenografia). La tendina di una finestra che fa da sfondo alla loro presenza, quella tendina che si muove con leggiadria e regalità ballando sulle note vellutate di un leggero seppur gonfio alito di vento. Movenze di tendaggi, movenze. Movenze di corpi sinuosi che recitano amore col sol sguardo, movenze di mani che casualmente sfiorano per poi timidamente ritrarsi, sazie di eros. Movenze di anime in stato di eccitazione sublimata, di balletti paradisiaci, di coronamenti di stati emotivi incubati e inglobati in una fissità di tempo e luce. Luce che avvolge calda e soffice, tralasciando solo il dolore. Quello puro e inespresso. Amore che parla con lo sguardo. Dolore che parla con lo sguardo. Un strido d'amore urlato e mai espresso, partito da entrambi i personaggi. Partito per giungere in quel luogo fatto per non essere sporcato dalla quotidianità di un amore, ma per essere assaporato solo nel ricordo. Quello più triste, confinato ad essere osservato dalla distanza faticosa del presente. Presente che essendo proiettato nel passato vive l'amore opaco ma non opacizzato, pieno di polvere sullo specchio del tempo ma mai impolverato. La sublimazione del ricordo, destinato a perdurare per sempre. Per sempre. È il sempre si sa, può essere inteso anche per un attimo. Lungo, infinito ed eterno attimo.

Le cose da dire sarebbero molte. Ma vorrei fermarmi qui. La poesia ha preso il soppravvento e le note di lirismo che il regista riesce a raggiungere sono assolutamente ineguagliabili.

La donna torna nella sua stanza, dopo qualche anno dalla loro divisione, e prende qualcosa sotto il letto, ma non si sa cos'è. Lui si lamenta col portiere dello stabile, dicendogli che qualcuno entrando nella sua camera gli aveva rubato qualcosa. Ma cosa, in realtà? Forse il ricordo? Forse la memoria? Forse quell'amore vissuto solo sulla pelle? Cose gli avrebbe portato via? Non lo so, non sono riuscito a capirlo. Non mi interessa. L'unico elemento che fa comprendere la presenza della donna in quella stanza è la sigaretta sporca di rossetto nell'imboccatura. E il tempio finale. Quel luogo sacro in cui tutto raggiunge un suo apice. Il lirismo, l'eleganza, la sacralità. Tutto diviene trasfigurazione. Trasfigura la pellicola, le immagini, le persone. Un luogo sacro che attraverso un piccolo foro è possibile nascondere per sempre un segreto, un amore. Le sensazioni sono state tante. Quella che ho scritto è solo una delle tante. Vado a trovarmi un foro anch'io, ne ho bisogno.

Del resto c'è sempre l'impossibilità/incapacità di amare in Wong. In Ashes of Time, Huang è un killer di professione che non combatte mai per tutto il film, e nè ha mai un arma in mano. E' impegnato più che altro a uccidere i suoi ricordi. Non riuscendoci. Vuole dimenticare lei ma è impossibile. Come lo stesso Wong fa dire al suo protagonista: "più tenti di dimenticare qualcosa con la forza, più quella ti si imprime nella memoria" e ancora "Una volta ho sentito dire che se devi perdere qualcosa il modo migliore per ottenerlo è fissarlo nella tua memoria". Un killer che non può avere pietà ma è pieno di rimorsi: "non le ho mai detto che l'amavo. Perché il frutto non assaggiato è il più dolce.".

Oppure il perfetto 2046, sequel non ufficiale di In the mood for love. Questo è il suo più grande difetto. La perfezione. Grandioso il modo di sentire la vita, i sentimenti, l'eros, il mondo, le donne… la sensualità che si sprigiona in ogni inquadratura. E' come una sbronza questo film. La testa che ti gira "quasi" sul serio; la donna che passeggia, si vede solo l'anca, la borsetta che ciondola e quella mano penzoloni con un solo guanto, quel guanto nero che stordisce completamente. La fotografia e il taglio di alcune (direi molte) inquadrature emoziona.
Gli scenari, i volti, le ambientazioni, i dialoghi e non so quant'altro contribuiscono tutti a rendere il film pur presente nella realtà completamente fuori dalla nostra percepibile dimensione. Io ho fatto un viaggio. L'ho fatto stando seduto davanti allo schermo. Sono partito così, quasi per caso e mi sono ritrovato anche io nel 2046 a ricercare qualcosa che avevo perduto, qualcosa che avevo dimenticato, qualcosa che dentro, nel profondo, mi graffiava ancora l'anima. Poi del 2046 non ne è rimasta più traccia. Il numero di una camera d'albergo come il numero segreto che custodisco dentro me, come i fantasmi nell'armadio che sol io conosco, come i sogni abortiti in un cassetto che ho chiuso a chiave. Ora cerco quella chiave, e sulla stessa è chiaro il numero di serie che la contraddistingue: 2046. 2046 è il posto dei sogni, dove puoi vivere quello che non ti è concesso nella realtà. Lo abbiamo un po' tutti un posto del genere.

Non dobbiamo essere come loro… questa frase ha dilapidato tutte le certezze che sorreggevano questa misera impalcatura che è la vita. La vita è stupefacente tanto quanto atroce, per cui non dobbiamo essere come loro… forse perché già siamo come loro! Verità agghiacciante. Ma verità, pura e cruda!

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Nome: Paolo Troiso
Commento: "più tenti di dimenticare qualcosa con la forza, più quella ti si imprime nella memoria": mai frase fù più vera!


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