''E Johnny prese il fucile'': molto più che un semplice film

Omar Manini - 15.06.2011 testo grande testo normale

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Tags: E Johnny prese il fucile, Dalton Trumbo, Timothy Bottoms, Jason Robards

Uno splendido gioiello da recuperare e mostrare anche alle nuove generazioni come modello cinematografico.

È sorprendente trovarsi di fronte un film come "E Johnny prese il fucile" ( Johnny got his gun , 1971) di Dalton Trumbo .
Le prime immagini del film, sfondo ai titoli di testa, ritraggono in stile documentaristico varie parate militari dove l'ordine, la disciplina, il riconoscimento dell'autorità mostrano il quadro della pomposità militare e di tutto il suo apparato retorico.
Poi si cambia registro e si passa alla fiction (paradossalmente più vera del doc) che punta la lente d'ingrandimento sul "dietro le quinte" della celebrazione ufficiale.

Ecco la storia di Joe Bonham (Timothy Bottoms), vittima di una granata che l'ha privato dell'autonomia motoria, della parola e della vista. Un dimenticato, un testimone scomodo degli orrori della guerra; viene tenuto in vita solo per sperimentazioni terapeutiche, creduto incapace di qualunque residua capacità umana, relegato in un buio sgabuzzino.
Eppure lui ci sente, il suo cervello funziona benissimo (pian piano inizia a ricordare il suo passato), così come il suo cuore; è proprio grazie ai sentimenti e all'empatia di un'infermiera che sembra poter riacquistare il piacere della sessualità, della capacità di esprimersi, del tepore del sole che entra da una finestra, dell'unicità della vita malgrado le atroci sofferenze.
Una breve parentesi di felicità insperata che verrà chiusa (in modo arrogante, stupido) proprio da quella scienza (cieca ben più del cieco) che avrebbe dovuto regalargli una nuova dignità; Johnny, rimasto con le sole tangibili certezze della sua terrificante condizione di non-umano, si consegna alla fossa comune della storia e si imprime per sempre nella nostra memoria.

La prima cosa che colpisce è la modernità della concezione registica di Trumbo che, pur realizzando il suo primo e ultimo film da regista esattamente quarant'anni fa, sembra scardinare completamente la struttura lineare del cinema classico hollywoodiano.
Penetrandolo di allucinazioni spazio-temporali in flashback, egli sembra volerci illuminare sul passato del protagonista e dare spessore alla tragedia umana -personale e collettiva- ma ha il risultato di disorientare le nostre certezze, distruggere ogni aspettativa e moltiplicare i punti d'osservazione. Sequenze come quelle in cui Donald Sutherland appare dal nulla nei panni di un possibile Messia/santone hippie rappresentano solamente un esempio di come la sceneggiatura si liberi dal grave fardello didascalico e dai rigidi schemi allargando la tematica antimilitarista e parlando allo spettatore sul doppio binario cuore-cervello.
La scelta di ambientare il doloroso presente in uno spento b/n e il mondo dei ricordi/allucinazioni in un colore dalle tinte venate di nostalgia ribalta il classico aspetto sogno/realtà e permette di dare una valore simbolico aggiunto.
Un film fortissimo, fastidioso, ma di un'impetuosità travolgente che cattura con prepotenza; se all'inizio sembra volare a mezz'aria senza scuotere sottopelle, l'imbuto emotivo cresce con un climax lacerante, insopportabile, che ha il suo punto più alto in uno dei finali più importanti, inquietanti, tragici della storia del cinema, affidato alla muta richiesta d'aiuto del protagonista, sempre più flebile, lontana, disperata e a quel "corpo" abbandonato, isolato in un angolo, tagliato da una lama di luce. Un richiamo chiuso alla speranza, un'angosciante richiesta di morte.
Tratta da un romanzo del 1939 dello stesso Trumbo, vincitrice del Gran Premio della Giuria a Cannes, la pellicola è praticamente misconosciuta dal grande pubblico che, pur avvezzo alle meraviglie del 3D e all'estetica ultra levigata e inflazionata MTV-style, rimarrebbe affascinata e profondamente turbata dalla riscoperta di questo stupefacente capolavoro antimilitarista basato sul tema dello "sguardo", inteso come capacità di guardare (oltre), voglia di guardare, impedimento a vedere/capire, monito a non chiudere gli occhi e imporsi l'indifferenza.

E Johnny prese il fucile
Drammatico, b/n e colore, durata 111 min. - USA 1971
regia di Dalton Trumbo
con Donald Sutherland, Jason Robards, Timothy Bottoms, Marsha A. Hunt, Kathy Fields
sceneggiatura di Dalton Trumbo
montaggio di Millie Moore
fotografia di Jules Brenner


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