La natura ed il cinema di Miyazaki: la principessa Mononoke

Alessandra Varano - 07.06.2011 testo grande testo normale

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Tags: Giappone, natura, terremoto, film d'animazione

A seguito dei tragici eventi del terremoto in Giappone, una lettura del rapporto uomo-natura attraverso l'analisi del famoso film d'animazione del regista giapponese.

Abbiamo visto e sentito tanto di quel maledetto 11 marzo. Abbiamo visto filmati dello tsunami che distruggeva qualunque cosa trovasse sul proprio percorso e degli edifici che tremavano sotto le ripetute e violentissime scosse della terra. Quella terra che si è accanita fino a raggiungere gli 8.8 gradi della scala Richter per far entrare questo terremoto nella storia come il settimo più devastante a memoria d'uomo.
Nonostante, grazie ai moderni strumenti di cui la tecnologia ci ha rifornito (come Facebook e Youtube), tutti noi fossimo rimasti scossi dalla violenza di questa manifestazione della natura, ciò che più mi ha colpito è l'atteggiamento della gente, il loro approccio ad un cataclisma di quell'entità entità, l'accettazione, il modus vivendi.
Sembrava che nessuno inveisse contro le autorità, il destino, il Creatore, o comunque voglia chiamarsi quel deus ex machina intervenuto a sconvolgere la quotidianità e a spazzare via le loro vite. Pareva un sommesso raccoglimento, indice di accettazione degli eventi e di una immediata volontà di ricostruzione. Incredibile, se ci si pensa. Certamente ci sono abituati perché nati sul paese più sismicamente attivo della terra. Ma siamo sicuri che a Napoli o a Catania, qualora dovesse accadere qualche tragedia (e ovviamente ci auguriamo di no!), avremmo la stessa reazione?
Il popolo nipponico è molto diverso da noi occidentali per educazione, usanze e costumi, tradizioni, cultura.
Probabilmente la caratterizzazione più forte della differenza riguarda proprio la loro religione, lo scintoismo, per cui è necessario cacciare via ogni karma (desiderio), interesse, speranza, insieme al proprio "io" per riuscire a far assorbire la propria identità all'interno di Madre Natura o Universo. Dovendo eliminare qualsiasi desiderio ed ossessione, gli scintoisti sono molto lontani dall'esaltazione del sé e, soprattutto, dal concetto che l'uomo possa essere considerato un mini-dio, concetto invece è tipico della nostra cultura, prima col paganesimo, in cui le divinità erano chiaramente antropomorfe e capricciose come gli umani, e poi col cristianesimo, in cui Dio plasma l'uomo a propria immagine e somiglianza. I cristiani, infatti, ritengono che per avvicinarsi al divino si debba purificare e perfezionare il proprio "io".
La concezione della natura scintoista, strettamente correlata col concetto di religione, è affascinante: considerata da noi come al servizio dell'uomo e voluta dal Creatore, e in quanto tale quindi perfetta, per i giapponesi è divinità essa stessa e si è generata da sé. Gli uomini devono ascoltare ciò che la natura comanda ed esserne sudditi pur essendone contemporaneamente una parte inseparabile. Nella tradizione, il popolo nipponico tratta la natura e gli animali con molto rispetto, concetto che nulla ha a che fare con l'ecologia, ma si avvicina più alla sacralità.
Noto autore del Sol Levante nei cui lavori si possono trovare alcune delle caratteristiche descritte è Hayao Miyazaki. Premio Oscar nel 2003 per "La città incantata" e Leone d'oro alla carriera a Venezia nel 2005, è uno dei più importanti autori di fumetti, animatore, sceneggiatore, regista e produttore (ha fondato lo studio Ghibli insieme al fedele collega Isao Takahata) al mondo. La riflessione sulla natura contenuta in uno dei suoi più famosi film d'animazione, "La principessa Mononoke" chiarifica visivamente quale sia l'approccio del popolo giapponese e la sacralità in essa riposta. "Nella concezione scintoista - afferma Bencivenni in H. Miyazaki, 2003-"ogni luogo è abitato da spiriti (Rei) e da dei (Kami) che presiedono al continuo rinnovamento di ogni aspetto della vita. I luoghi naturali sono dunque manifestazione delle forze spirituali e l'uomo è tenuto ad osservare regole precise per non scatenare l'ira degli spiriti ed alterare l'equilibrio universale…". E' proprio questo il punto di partenza del film: ambientato nell'epoca Muromaki (storicamente collocabile tra il 1336 e il 1573, è un momento in cui, con la produzione del ferro, gli uomini pensarono di poter controllare la natura, abbattendo le foreste), narra la storia del principe Ashitaka che, per salvare il proprio villaggio, uccide il Dio-cinghiale Nago, trasformatosi in demone, e, infettato dalla maledizione trasmessagli, decide di abbandonare il proprio villaggio ed andare alla ricerca di una (im)possibile cura.
Durante il suo viaggio scoprirà che c'è una battaglia in corso fra gli umani, capeggiati da lady Eboshi proprietaria delle miniere di ferro, e gli animali, a cui appartiene San, la principessa Mononoke (in giapponese vuol dire spirito, essenza di un luogo) o donna lupo, per la sopravvivenza della foresta. Scenario apocalittico quello descritto per molti motivi: in primis l'abbandono del rapporto sacrale uomo-natura, che spinge il primo a prevaricare e piegare la seconda alle sue esigenze di modernità, modificando le regole che da millenni dominano il mondo scintoista. Siamo di fronte a una sorta di "rivoluzione industriale" ante tempo, a cui gli spiriti della foresta e gli animali, spalleggiati da San, cercano di ribellarsi. In un'epoca in cui uomini e animali parlano la stessa lingua, la violenza e la distruzione portano un sistema di per sé perfetto, come quello della natura-divinità, a vacillare a causa della speculazione e della cupidigia.
Apocalittico poi per la presenza di un mondo capeggiato dalle donne ed in particolare da Lady Eboshi, personaggio di una modernità sconvolgente, in cui il richiamo ai nostri tempi è evidente: in lei il regista sottolinea tutte le colpe del Giappone moderno, la perdita delle tradizioni (le donne comandano, gli uomini sono dei perdenti) e la mancanza di rispetto per gli dei (ella sfida la natura, arrivando addirittura uccidere lo Spirito della foresta). Il personaggio di San, a metà strada tra gli umani e gli animali (perché allevata dai lupi), è rifiutata da entrambe le fazioni: è simbolo di convivenza di due mondi divenuta ormai difficile per colpa dell'uomo, ma anche, in quanto terrigna e sanguinaria (la prima apparizione è la scena in cui estrae una freccia con la bocca dal ventre della lupa) la trasposizione del rapporto di amore-equilibrio fra le due fazioni contrapposte.
Lo sfondo a cui Miyazaki dedica ampio spazio è, ovviamente, la natura: gli scorci, i panorami, gli alberi e gli spiriti che li abitano, gli animali ed il cuore della foresta sono descritti con una soavità ed una bellezza incantevoli. Nonostante la prevaricazione di Eboshi riesca a penetrare nel cuore della natura, uccidendo il Dio della Foresta, il regista ci regala la speranza di una riconciliazione, grazie alla miracolosa scena finale della rinascita della natura: essa si riprende i suoi spazi e l'uomo è costretto a tornare sui propri passi e ad ammettere i propri errori.
Questo ci da un grande insegnamento: l'uomo non sarà mai protagonista, ma spettatore ammirato, sempre e comunque. Ecco quindi cosa spinge il popolo giapponese ad accettare quanto la natura, entità superiore, è destinata a donarci. Che possa esserci d'insegnamento?

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Nome: Annalisa Cameli
Commento: Io semplicemente adoro questo film


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