L'indipendenza del cinema americano

Stefania Pala - 19.01.2011 testo grande testo normale

Tags: indipendenza, libertà, major, studios

L’indipendenza attraverso gli autori che ne hanno fatto il proprio stile e la propria bandiera.

L'indipendenza, oltre che definibile in termini industriali, nel senso di libertà dal controllo dei grandi studios, comprende strategie estetiche e formali che caratterizzano i film al di fuori del meanstream e la si definisce soprattutto attraverso gli autori che ne hanno fatto il proprio stile e la propria bandiera.

Il New American Cinema (NAC) rappresentò, agli inizi degli anni 60, il primo tentativo di organizzazione di un cinema indipendente americano, ispirato, come dichiarava Jonas Mekas, se non nei contenuti almeno nella forma, alla Nouvelle Vague francese e al cinema di Bergman.
Il NAC, nell'opporsi all'impero degli Studios, che nel 1939 producevano circa il 70% dei film americani, ereditò le esperienze del cinema d'avanguardia degli anni '40, che riconosceva il suo punto di partenza nel film di Maya Deren e Alexander Hammid “Meshes of the afternoon”.
A dimostrazione che buoni film potevano essere fatti con spese contenute, “Shadows”, realizzato dall'attore John Cassavetes e presentato nell'autunno del 1958, divenne una sorta di vessillo del movimento.
Un altro film che rappresentò al meglio le tendenze del NAC fu “Pull my daisy” di Robert Frank e Alfred Leslie. Ispirato ad una commedia mai rappresentata di Jack Kerouac, “Pull my daisy”, che si potrebbe definire un film beat, rappresentò il ritratto di tutta una generazione e del rifiuto da parte dei giovani di atteggiamenti piccolo-borghesi e della logica degli affari.
La maggior parte dei film del NLC era finanziata privatamente, con sovvenzioni occasionali da parte di esponenti della sinistra americana, come Paul Newman e Leonard Bernstein.
L'intervento americano in Vietnam e le proteste che ne seguirono furono la scintilla che provocò l'esplosione di un cinema particolarmente attento a temi sociali legati all'attualità.
Il New Left Cinema nacque dal desiderio dei cineasti di occuparsi della realtà in modo quasi documentaristico tanto che esso affondava le sue radici nel cinéma vérité.
La vera esplosione del movimento, il cui scopo principale era quello di rappresentare una contro-propaganda alle informazioni fornite dai mass-media ufficiali, attraverso un cinema prevalentemente non-narrativo, si ebbe con la fondazione del New York Newsreel la cui prima grossa produzione fu “Columbia revolt”, film in cui venivano analizzate le ragioni dell'occupazione studentesca della Columbia University nel maggio del 1968.
Il ritorno alla fiction, alla narrazione cinematografica, fu segnato dal Punk cinema, conosciuto anche come No-wave cinema cui si deve il merito di essere riuscito a valorizzare nuove tecniche di ripresa come Super 8 e video.
“Permanent vacation” e “Stranger than Paradise” di Jim Jarmusch rappresentarono il legame più diretto col cinema No-wave, che ebbe un rapporto strettissimo con la musica.
Non a caso ambedue i film ebbero come protagonista il leader del gruppo musicale Lounge Lizard, John Lurie, compositore, musicista, poeta e attore.
Erede diretto del No-wave, il movimento New Narrative, consapevole della fine delle rivolte, pur rappresentando una condizione di estraneità, rappresentò una sorta di normalizzazione del cinema indipendente americano, con il ritorno ad un linguaggio ordinato e ad un soggetto e una sceneggiatura robusti da cui partire.
Primi rappresentanti di questa tendenza furono, soprattutto agli inizi degli anni Ottanta, John Sayles, Jim Jarmusch e Susan Seidelman.
Sia Jarmusch, con film come “Down by law” e “Night on Earth” che la Seidelman (“Desperately seeking Susan” e “Making Mr. Right”) e, forse in misura minore, Sayles (“Eight men out” e “City of hope”) hanno finito per cedere, come la gran parte degli autori indipendenti dal New Narrative in poi, alla tentazione di una più ampia distribuzione con finanziamenti direttamente da Hollywood.
Questo tuttavia non significa che il cinema indipendente americano sia in fase dissolvente.
Basti pensare che l'ultimo TFF gli ha dedicato un'intera sezione, con film come “Jack Goes Boating”, che ha segnato l'atteso esordio dietro la macchina da presa di Philip Seymour Hoffman e “The Mith of the american Sleepover” diretto dal giovane esordiente David Robert Mitchell, due film molto diversi tra loro ma entrambi di grande impatto visivo.
A dimostrazione che il cinema indipendente americano è, per fortuna, vivo e vegeto.

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