Le ragioni di una protesta

Giulio Ragni - 01.11.2010 testo grande testo normale

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Tags: protesta, spettacolo, ragioni

In questi giorni al Festival del Cinema di Roma è andata in scena una clamorosa protesta contro i tagli e le promesse non mantenute dal governo. Una protesta sacrosanta ma poco compresa dai cittadini comuni...

In questi giorni al Festival del Cinema di Roma è andata in scena una protesta forte, vibrante, da parte dei lavoratori del mondo dello spettacolo, che hanno occupato (pacificamente) il red carpet per il film d'apertura della rassegna, sotto i riflettori della stampa internazionale, ottenendo anche la solidarietà dei colleghi stranieri e delle star Keira Knightley ed Eva Mendes, che hanno rinunciato a sfilare in passerella.
Ora ci sembra che questa clamorosa protesta, giunta al culmine dello scontro tra il comparto spettacolo e il governo per i tagli al FUS (Fondo Unico dello Spettacolo) e per il mancato rinnovo delle agevolazioni fiscali promesso per il settore, non abbia avuto risalto sufficiente nei media tradizionali, e in particolare in televisione, probabilmente troppo occupati dai vari Bunga Bunga o dall'ultimo dettaglio morboso sull'omicidio di Avetrana: d'altronde fare un plastico con tutte le 250 mila maestranze che rischiano di rimanere senza lavoro era un po' troppo difficoltoso da realizzare.
Il timore è che purtroppo sia radicato, da parte dei comuni cittadini, un pregiudizio nei confronti di questi lavoratori, alimentato con particolare ferocia negli ultimi due anni dal Ministro dell'Incultura Sandro Bondi e dal Ministro della Disfunzione Pubblica Renato Brunetta, che ci tengono particolarmente a ritrarli come parassiti e sfruttatori agli occhi della gente. Ma è davvero così?
Ora, l'accusa che sovente l'italiano medio dichiara, lasciateci dire con una discreta dose d'ignoranza, è che la cultura non dovrebbe essere sovvenzionata dallo Stato. Peccato che in tutta Europa esistano il finanziamento pubblico (con somme ben più cospicue del nostro FUS), e politiche a sostegno degli investimenti privati, tra l'altro molto più incisivi dei pur utilissimi tax shelter e tax credit varati da questo governo: puntare il dito contro gli sprechi e i dissesti delle gestioni precedenti, piaghe che non ci siamo mai sottratti dal criticare, non deve trasformarsi in un alibi per cancellare qualsiasi sostegno al mondo dello spettacolo, poiché un sistema regolato unicamente dal mercato, oltre che produrre un appiattimento ed un'omologazione del gusto, rischierebbe di tagliare fuori dal consumo culturale le classi sociali economicamente più svantaggiate. La cultura, come la scuola e la sanità, è un bene essenziale che deve essere usufruito da tutti i cittadini, non può essere governato solo dalle logiche del profitto.
Andrebbe poi spiegato meglio, per quanto riguarda ad esempio il mondo del cinema, che i soldi pubblici elargiti sono un prestito da restituire (e negli ultimi anni il disavanzo fra entrate ed uscite si è notevolmente assottigliato, secondo i dati forniti dello stesso Ministero), e non un fiume di denaro a senso unico, cosa che invece accade ad esempio nel mondo dell'editoria: curiosamente sono proprio quei giornali che hanno attaccato con più acredine il finanziamento al mondo dello spettacolo italiano, ad aver ricevuto milioni di euro a pioggia negli ultimi anni. Ma questa è un'altra storia. Quello che davvero ci preme far comprendere, è che non sono certo solo attori o registi a beneficiare degli aiuti governativi per svolgere il loro lavoro, ma scenografi, costumisti, operatori di macchina, tecnici luci e suono, assistenti vari, insomma tutte le cosiddette maestranze, che rischiano seriamente di fermarsi nel 2011 se le promesse del governo non verranno mantenute. Loro non sono certo diversi dagli operai metalmeccanici, i precari o migliaia di cassintegrati del nostro paese: davvero pensate che non meritino un po'di attenzione da parte della politica?
Il nemico vero del mondo della cultura italiana ha un nome e cognome: Giulio Tremonti, il quale ha affermato che “con la cultura non si mangia” giustificando così il bagno di sangue contro il settore. Ora sarebbe troppo facile elencare le virtù della cultura come “nutrimento dello spirito”, della sua importanza nella vita dei cittadini, di come essa sia un investimento nel futuro, per formare migliori cittadini di domani: la questione è invero più sottile, per certi versi diabolica. Al di là della crisi economica e tutto il corollario intorno, ci sembra infatti sempre più evidente che chi ci governa non voglia coscientemente fare questo investimento, proprio perché cittadini più colti ed eruditi sono elettori più consapevoli. Elettori che forse smetterebbero di votare per loro. Ragionamento troppo malizioso?

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