Giulio Ragni - 28.06.2010

Le insostenibili violenze di A Serbian Film hanno riportato al centro del dibattito l'eterna questione su cosa sia accettabile mostrare sul grande schermo…
Esistono ancora dei limiti invalicabili quando parliamo di cinema, e più in generale di immagini? La domanda non nasce dal nulla, ma a seguito del putiferio scatenato da A Serbian Film, pellicola shock proiettata al Marché dell'ultimo Festival di Cannes, il cui autore è il misconosciuto Srdjan Spasojevic, che ha riportato a galla l'eterno discorso sulle immagini, il significato che veicolano, e la responsabilità di chi si prende la briga di mettere in scena visioni estreme, che possono intaccare non soltanto la sostanza etica della società in cui viviamo, ma anche la fragilità delle nostre menti.
Ora questo discorso potrebbe sembrare fuorviante per un horror che batte il sentiero già frequentemente esplorato del finto snuff movie, in un mondo in cui esistono persone che amano guardare materiale pedopornografico oppure, per restare nel territorio della legalità, sottoboschi del cinema hard in cui si mostrano pratiche come il pissing e il caviar, o ci si delizia nel veder vomitare nella bocca altrui. Ma qui si sta parlando di cinema commerciale, di un film che potrebbe essere proiettato nelle sale, che potreste trovare in qualsiasi videostore, o reperire facilmente attraverso il web: cosa venga mostrato in A Serbian Film ormai è sulla bocca di tutti, nei forum su internet e nelle riviste specializzate c'è la descrizione certosina dei particolari, noi non vogliamo alimentare morbose curiosità, basti sapere che tra le altre cose ci sono violenze innominabili su bambini, anche appena nati.
Qui sta forse il cuore del problema, ovvero lo spettatore, e l'innegabile attrazione che ognuno di noi ha, seppur in forme e gradi di intensità diversi, per ciò che viene considerato proibito: dagli anni Sessanta del secolo scorso ad oggi, abbiamo assistito ad una escalation di pellicole sempre più estreme, che spingono il limite della visione sempre un passo oltre rispetto al precedente, a volte operazioni culturali di alto profilo, più spesso esibizioni compiaciute di sesso e violenza.
Siamo passati nei gironi infernali del Salò di Pasolini, ci siamo imbattuti nei deliri surrealisti di Arrabal e nelle visioni scatologiche di Sweet Movie, abbiamo visto inserire sempre con maggior frequenza dettagli hardcore in pellicole cosiddette d'autore, abbiamo digerito i corpi maciullati nei torture porn, le sodomizzazioni e altre violenze assortite di oscuri film di origine belga (Ex drummer), i clitoridi escissi di Antichrist, gli autosgozzamenti di Caché e le perversioni necrofile dei Nekromantik, ma, è il caso di chiedersi, fino a dove è possibile spingersi? Fino a quando accetteremo di guardare tutto senza dire stop? Affermare che i bambini non si toccano non è soltanto un facile slogan, una frase fatta, ma probabilmente l'ultimo tabù ancora vigente in quest'epoca neobarbarica che predica la libertà totale e assoluta. Recuperare il concetto di osceno, l'idea di qualcosa che deve rimanere necessariamente fuori campo, non è una recrudescenza censoria né un soprassalto di moralismo: se infrangiamo ogni regola, se violiamo anche questo baluardo, rischiamo di smarrire definitivamente quel poco di innocenza che ancora ci è rimasta.
Con la scusa di metafore politiche e discorsi sul metacinema - ne troverete a iosa anche per questo film - il rischio che si corre è quello di assuefarsi e lasciarsi scivolare tutto nell'indifferenza, oppure giusto il tempo di un articolo sul giornale, per poi passare ad altre provocazioni, sempre più forti, sempre più estreme. Ora sta a voi decidere anticipatamente se vedere o meno un film del genere: potrebbe essere anche un capolavoro, ma occorre chiedersi se ne abbiamo proprio bisogno.
Versione stampabile
Commenta questo articolo