Siamo tutti figli del Bronx
Giulio Ragni - 14.04.2010

Tags: intervista,gaetano, di, vaio, figli
Abbiamo incontrato Gaetano Di Vaio, responsabile dell'associazione Figli del Bronx

Napoli. A sentirne parlare sui media, esiste solo la munnezza e la criminalità organizzata, la città di Gomorra per intenderci. O l'oleografia oppure i deliri arteriosclerotici di Giorgio Bocca, sembra non esserci altro della città partenopea per l'opinione pubblica.
Esiste però una città che vive e combatte nell'indifferenza generale: ne abbiamo parlato con Gaetano Di Vaio, responsabile dell'associazione Figli del Bronx, che da anni opera sul territorio realizzando film, documentari e servizi redazionali. Di Vaio conosce bene il mondo del carcere, perché lui la prigione l'ha conosciuta davvero, e continua ad essere il suo centro d'interesse.
D: Come nasce l'esperienza di Figli del Bronx?
R: Nasce dal mio rapporto con Peppe Lanzetta, di cui avevo amato il libro “Figli di un Bronx minore”: quando sono uscito dal carcere deciso a cambiare vita, ho insistito con lui talmente tanto che è nata una compagnia teatrale e musicale, “I ragazzi del Bronx napoletano”. Quest'esperienza è durata tre anni, oltre che attore ero diventato anche il leader organizzatore in pratica; quando Peppe ha deciso di lasciare sono rimasto un po' amareggiato, ma ho deciso di continuare con Figli del Bronx, e nonostante le ristrettezze economiche abbiamo realizzato tante cose importanti, spettacoli teatrali, cineforum per i ragazzi detenuti a Nisida, fino al lavoro che ci ha dato più notorietà, Napoli Napoli Napoli con il coinvolgimento di Abel Ferrara.
D: Un lavoro curioso questo di Napoli Napoli Napoli: doveva essere solo un documentario poi si sono aggiunti elementi di fiction…
R: Si, è che Abel era stanco di rincorrermi (ride, nda). Alla fine io e Maria Grazia Capaldo abbiamo scritto un segmento del film, siamo partiti dal carcere femminile di Pozzuoli per raccontare la Napoli che conosco, quella che vive ai margini, e via via si sono aggiunti elementi di fiction. Nonostante sia stata un'esperienza indimenticabile, mi rendo conto che non era il progetto di Abel, alla fine ne è nato un ibrido strano che non mi ha lasciato del tutto soddisfatto. Variety ha stroncato il film, lodando però la parte in cui io, con la mia voce roca ero presente, facendo domande semplici, da chi è dentro a questa realtà: questo e i consigli di Abel mi hanno dato il coraggio di fare il mio primo film.
D: Un documentario che parte ancora una volta del carcere giusto?
R: Si, esatto, l'ho chiamato Il loro Natale in omaggio al film di Ferrara Il nostro Natale: lui mi ha dato l'input iniziale dicendo “Prendi la macchina da presa e racconta il tuo mondo. Se non ti piace il risultato poi lo butti, ma fallo”. Allora ho raccontato il mondo che conosco, perché io ho passato una vita in carcere, riformatorio, prigione da tossicodipendente, ho fatto tutta la trafila, e so quanto il Natale sia il periodo peggiore per un carcerato. Il film parla delle donne che hanno mariti o figli in carcere, ho scelto volutamente donne non di camorra, persone che fanno lavori umili, e che spesso offendono la dignità, pur di sopravvivere. Il documentario è dedicato idealmente alla mia ex moglie e a mia madre, hanno passato la vita a fare il carcere insieme a me, e a mio fratello: mia madre ha fatto in tempo a vederci uscirne definitivamente, ha visto realizzarmi nonostante io abbia soltanto la quinta elementare. Non pensavo capisse veramente quello che facevamo con Figli del Bronx, ma invece capiva tutto, le madri capiscono sempre. Se ne è andata l'anno scorso.
D: La realtà del carcere spesso è totalmente estranea al mondo dei media, se ne parla giusto quando ci sono delle rivolte o si promuovono indulti…
R: Poggioreale per me è come Alcatraz, mi ha ucciso dentro: è un luogo di violenza fisica e psicologica inimmaginabile per chi non ne ha esperienza. Se è vero che una società civile si misura dalle sue carceri, allora Napoli è davvero una città incivile. Gabriele Cagliari, che si suicidò in carcere ai tempi di Tangentopoli, diceva che il carcere è un moltiplicatore di malavita: nulla di più vero. Io credo che la politica, la società, abbiano la responsabilità civile ed etica di quello che succede: io non chiedo alla borghesia napoletana di essere sensibile, chiedo di essere furba. Chi vive in realtà come Scampia sarà per forza aggressivo, e quando va in carcere non può che uscirne rafforzata questa aggressività. Solo cambiando il contesto culturale possono cambiare davvero le cose.
D: La cultura che contributo può dare a tutto questo?
R: La conoscenza è salvezza. Io oggi uno scippo non lo farei più e sai perché? Perché ho capito cosa è la dignità. Certo il lavoro è importante, è inutile fare indulti se poi non si danno gli strumenti alla gente per vivere dignitosamente; ma la cultura è fondamentale, il cinema ad esempio, può essere decisivo, perché è uno strumento potentissimo. Io oggi con Figli del Bronx ho gli strumenti per poter esprimere questa mia urgenza e farla esprimere agli artisti che collaborano con noi. Anche la televisione non è di per sé un male, affatto, ma se viene usata come oggi per fare il lavaggio del cervello alle persone, allora diventa deleteria.
D: Cosa ti sentiresti di dire ad un ragazzo rinchiuso a Nisida o a Poggioreale?
R: Io di ricette e metodologie non ne ho. Io con questi ragazzi ci parlo da anni, a volte anche urlando, cerco di fargli capire che è importante avere dei modelli, modelli culturali positivi. Nella mia vita ho conosciuto tante realtà educative, alcune sono davvero all'avanguardia come il centro territoriale Mammuth a Scampia: ma la maggior parte sono lì solo per sfruttare i fondi che offre loro la politica, non fanno progetti che realmente servono a questi ragazzi.
L'incontro è finito, Gaetano mi offre un caffè, e prima di congedarmi ci tiene a dirmi l'ultima cosa: “Sai una cosa? Sono contento che alle ultime elezioni in Campania abbia vinto la Destra, perché la Sinistra qui si è comportata in maniera fascista”. Per strada ripenso alla nostra chiacchierata, e capisco che, pur non appartenendo a quella borghesia contro cui puntava il dito Gaetano, ognuno di noi deve dare il suo piccolo contributo per cambiare le cose, perché c'è un carcere con sbarre altrettanto spesse qui fuori, ed è l'Italia del nostro tempo: siamo tutti figli del Bronx.
Link Consigliati
Gli ultimi commenti
Nome: Lu
Commento: Un giorno di questi Abel rincorrerà il nostro Giulio... :D
NEWS
L’ECLETTICA ARTISTA CONTEMPORANEA GISELLA GIOVENCO ESPONE IN MOSTRA ALLA BIENNALE DI TORINO LA SUA OPERA DEDICATA A PAPA WOJTYLA REALIZZATA CON PREZ
Città: Torino - Provincia: TO
dal: 17-12-2011 al: 29-02-2012
Aurelio Amendola. Happenings e Pinacoteca di Ritratti d'Artista
Città: Milano - Provincia: MI
dal: 19-01-2011 al: 18-02-2012
FESTA DELL'ARCHIBUGIO AL MUSEO FERRUCCIANO A GAVINANA!
Città: Gavinana - Provincia: PT
dal: 26-12-2011 al: 26-12-2011
RITA BOTTO. LA REGINA DEL WORLD JAZZ IN LINGUA SICILIANA
Città: catania - Provincia: CT
dal: 29-12-2011 al: 29-12-2011






