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The Weight of Bigelow

Giulio Brevetti - 09.03.2010 testo grande testo normale

I suoi film sono abitati da uomini e donne alla ricerca di sé, divisi tra bene e male, amore e violenza, quiete e tempesta. Ritratto di Kathryn Bigelow, regista americana

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Di lei ultimamente si è parlato tanto, e non sempre per i (molti) meriti artistici che le si potrebbero ascrivere. Prima donna a vincere il prestigioso Directors Guild Award. Prima donna a vedersi assegnare un Academy Award come miglior regista. Ex moglie di James Cameron. Una donna d'acciaio eccetera eccetera...

Per fortuna, a parlare saranno sempre le opere. Avete mai notato che i titoli della sua non corposa filmografia sono spesso composti da due parole, un sostantivo e/o un aggettivo? Un po' come il film della sua vita, quello che l'ha convinta a diventare regista, The wild bunch (Sam Peckinpah, 1969). Titoli secchi, asciutti, duri ma al contempo seducenti e avvincenti. Un po' come lei, Kathryn Bigelow classe 1951 (!!!), intelligente e aggraziata amazzone che supera il metro e ottanta, bellissima e affascinante come poche.

Kathryn esordisce trentenne con una storia di bikers, motociclisti emuli del "selvaggio" Brando in The loveless (1983), dove già dimostra il talento e la forza del proprio occhio. È con l'affascinante Near dark (1987) a spiccare decisamente il volo. Attraverso la storia di un giovane mandriano (Adrian Pasdar), che per provarci con una bella e misteriosa sconosciuta (Jenny Wright) finisce nelle grinfie di una banda di vampiri destinati ad errare di notte per sopravvivere, inaugura il tema del cambio di vita e di regole, della fascinazione per il male e per il pericolo. Impagabili le sue inquiete atmosfere notturne. Su questa scia s'inserisce il tesissimo Blue Steel (1990), in cui la poliziotta Megan Turner (Jamie Lee Curtis) è costantemente esposta al duplice rischio di morire e di non riuscire a farsi valere come donna in divisa.

Lo stupendo Point Break (1991) è ormai un classico dove ancora l'uomo oscilla tra il bene e il male, tra la verità e la finzione, tra la regola e la libertà. È anche una latente storia d'amore tra il poliziotto Johnny (Keanu Reeves) e il rapinatore surfista Bodhi (Patrick Swayze), che danzano in aria prima di (non) aprire il paracadute e sulle tavole da surf cercando l'onda perfetta. Indimenticabile lo sguardo che si lanciano dopo la rapina, quando gli occhi glaciali di Bodhi attraverso la maschera del presidente Reagan trafiggono quelli adoranti di Johnny. La ricerca di emozioni forti e di una vita piena è il tema centrale anche del magnifico Strange days (1995), che ruota attorno alla droga del futuro, lo squid, un diavoleria che permette di rivivere in prima persona esperienze passate di altre persone. Il marcio di questo mondo corrotto è ovviamente dietro l'angolo e il grande Lenny Nero di Ralph Fiennes cerca di venirne a capo grazie all'aiuto di due donne (mascoline), il diavolo bianco (Juliette Lewis) e l'angelo nero (Angela Bassett).

Anche nel raffinato The weight of water (2000), la fuga dalla propria vita porta altrove, nella fattispecie ad un misterioso evento del passato a cui una delle tormentate protagoniste di un poco allegro quartetto in barca tenta di dare spiegazione. Bigelow dimostra ancora una volta di poter calibrare sapientemente le diverse forme della tensione, quella del giallo, dell'erotico, del drammatico. E legato al mondo dell'acqua, che avvolge fisicamente i protagonisti, è il seguente, claustrofobico K19 (2002). Non riscuote grande successo ma apre la strada idealmente al film che inaspettatamente (e tardivamente) la porterà all'Oscar

. Da un episodio militare del passato ad uno attuale, dalla guerra fredda di ieri all'Iraq di oggi. In The hurt locker (2008), Bigelow sceglie di raccontare la vita degli artificieri costretti ad operare nel costante pericolo di saltare in aria, sotto gli occhi indiscreti della popolazione che scruta e osserva silenziosa dai balconi circostanti. Materia scottante. In molti hanno storto il naso, e non solo per la crudezza delle immagini. Alcuni militari che hanno combattuto in Iraq e in Afghanistan lo hanno criticato perché eccessivo e non rispettoso, nella sua rappresentazione, della veridicità della situazione locale. In molti poi vi hanno letto superficialmente un inno alla guerra, alla forza militare, si è voluta cioè riconoscere una certa fascinazione verso la violenza. Forse è per questo che incredibilmente alla Mostra di Venezia 2008 non ottenne neanche uno dei premi maggiori. In realtà chi esprime tali opinioni probabilmente non ha capito niente di quest'opera, che già dal sottotitolo così evidente "War is a drug" si pone in una posizione certamente antitetica a bushiani e compagni. Il film si schiera dalla parte di quei soldati che sono in Iraq per guadagnarsi da vivere e per fare del bene a chi ci vive, senza ideologismi o tesi precostituite di fondo, basti per tutte la splendida sequenza ambientata in una valle desertica, dal sapore elegiaco. L'uccisione dei "nemici" non consola, ma turba. E così il Sergente William James (Jeremy Renner), un fenomeno nel disinnescare bombe quanto folle spericolato, non trova più pace dentro di sé. L'adrenalina del rischio, del pericolo, della guerra ormai sono nel suo sangue. È per questo che alla serena vita familiare preferisce il caos e la tensione costante dell'Iraq. È fascinazione verso la guerra questa? L'ultima immagine del film è talmente eloquente che ci induce a pensare che chi abbia espresso dei così azzardati giudizi si sia distratto. Bigelow è certamente contro la guerra, ma vuole stare al fianco di chi è costretto ad andare a farla, e anche di chi sceglie consapevolmente di andarci.

Anche stringendo il suo Oscar ha voluto ricordare il sacrificio di tutti coloro i quali vanno in missione a rischiare la propria vita per la pace. Un discorso coerente con quanto ha espresso nei suoi film. Un cinema che, prima di essere d'azione, violento e adrenalinico, andrebbe considerato fondamentalmente antropocentrico. Questo è il "peso" di una grande cineasta contemporanea. Né donna, né uomo in gonnella, né ex-moglie di. Ma solo an american director.

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I VOSTRI COMMENTI:

Nome: Paolo
Commento: Di certo una vittoria meritata, ma quel ringraziamento anche ai pompieri - oltre che ai soldati - durante il discorso dopo la premiazione mi è sembrato un tantino ridicolo.

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