Lo sguardo e l'evento – Marco Dinoi: il cinema, i media, l'impegno

Mario Vetrone - 08.04.2009 testo grande testo normale

Tags: cinema, media, tv, documentario

Marco Dinoi insegnava Teorie e tecniche del linguaggio cinematografico presso l'Università di Siena ed era noto per la sua dedizione a tematiche cogenti, concernenti il cinema, i media, la politica. Ha lasciato un grande vuoto; ma anche un'opera che è l'espressione di uno sguardo lucido, attento, pulito sul mondo contemporaneo.

Parlare dell'opera di Marco Dinoi – scomparso poco più di una anno fa – non è soltanto un modo per ricordare una persona che molto ha dato alla teoria e alla pratica cinematografica, ma pure l'occasione, grossa, per parlare di questi ultimi anni di guerre vere e virtuali, sotto il profilo mediatico e non solo.
Per quanto concerne la parte teorica l'ultimo saggio di Dinoi, Lo sguardo e l'evento (edito nel 2008) rappresenta davvero un faro, offrendoci un ricco scandaglio delle tematiche attinenti all'interazione tra fatti di portata planetaria e relativo trattamento sul piano della comunicazione audiovisiva, trasvolando tra i media, la memoria, il cinema.
Parafrasando le righe introduttive dell'opera, dal "sembra vero" dell'anteprima di tutte le prime, la proiezione dei fratelli Lumiére del 1985, al "sembra un film" dell'attacco alle due torri, lo scarto cognitivo tra reale e immaginario sembra essere stato riformulato dall'attuale uso dei media, e non certo sulla via della piena comprensione. È proprio la ripetizione continua dell'impatto delle Twin Towers – priva di un'etica e di una dialettica del racconto – ad alimentare questa carenza sul piano cognitivo, e la produzione di quello che Dinoi chiama un "calco dell'evento". L'esame parte dal pensiero di Jean Baudrillard, Serge Daney, Francis Fukuyama, Paul Virilio; vale a dire da tutti coloro che hanno riflettuto sul ruolo e l'uso dei media di massa nella nostra società, sul tipo di relazione scaturente dalla sovrapposizione tra immagini e reale. Un reale fagocitato dall'immagine, un futuro ri-mediato ad arte, un continuo attentato al senso: ecco la cifra prevalente della produzione giornalistica contemporanea e di certa fiction (intesa in senso lato), ecco l'attacco alla visione di un audience che si vuole imbrigliato, addomesticato.
All'analisi di tali fenomeni si affianca tutto un apparato critico che riguarda il cinema e la sua storia; perché se è vero che sul piano della teoria e della tecnica certa cinematografia – soprattutto hollywoodiana – ha fornito e continua a fornire tanti spunti ai metteur en scéne del potere, essa rappresenta, possibilmente, l'unico momento di "resistenza" contro un'informazione distorta. "I film" - dice Dinoi - "costeggiano l'evento, non lo descrivono ma ne disegnano l'ombra". A cominciare dal corale 11'09''01 - September 11 (2002) in cui registi come Ken Loach, Sean Penn o Alejandro González Iñárritus, si mostrano subito attenti (seppure in senso fortemente "ideologico") alla nuova problematica spacciata per "scontro tra civiltà"; da cineasti impegnati, essi danno una pronta risposta al loop visivo di quei giorni, che per paradosso ha spinto, secondo Dinoi, ad una fuga dall'evento stesso. Le voci più forti restano quelle di Gilles Deleuze, di Chris Marker, di alcuni filosofi prestati al cinema.

Chris Marker e il suo Level 5, in particolare, hanno rappresentato un modello per Dinoi teorico e filmmaker.
Con Nicola Perugini, Dinoi realizza Appunti per un lessico palestinese (2007, 45'), documentario che ho avuto modo di vedere presso la Cineteca di Bologna qualche mese fa. Cineteca che così lo presentava: "Il documentario racconta la condizione passata e presente della Palestina attraverso l'elaborazione di un lessico costruito a partire dalla ricorrenza di alcune parole nell'affabulazione testimoniale delle diverse persone incontrate nell'itinerario compiuto dai registi: esilio, terra, identità, barriera."
Come spiegato da Perugini nell'introduzione-commemorazione questa è un'opera interrotta: questo film doveva essere solo un pezzo, attinente a una delle diverse realtà presenti in un territorio tanto ristretto, quanto conteso e mortificato. Siamo in Cisgiordania. L'affabulazione testimoniale è quella degli antichi abitanti palestinesi, dei profughi che vengono da una delle realtà diasporiche più tragiche del nostro tempo che ha riguardato in modo particolare quel pezzo di terra. Alcuni di quei profughi hanno vissuto e pagato le tappe fondamentali della colonizzazione israeliana; alcuni sono tornati per trovare una terra che non riconoscono più.
Attraverso l'uso a tratti molto pittorico del digitale, l'accompagnamento sonoro (le belle musiche di Ramzi Aburedwan), questa sorta di continuo split-screen, di quadri e fondali in cui si sovrappongono i volti di giovani e vecchi, donne e uomini, narratori di un viaggio penoso dentro e fuori, ma oggi, soprattutto dentro la terra che continuano a considerare la loro.
Resta impresso il viso di un anziano profugo che cinquant'anni fa fu preso dai militari israeliani e spinto con la famiglia in Giordania. Ricorda il primo incontro con un soldato; colpisce la contrapposizione tra il tristo linguaggio metaforico del soldato (un grande masso che non si può spostare) e il semplice linguaggio del contadino, che ha come unico argomento la terra.
C'è la voce e il volto della scrittrice israeliana Amira Hass, una personalità che si ostina a non mostrare le spalle al problema. C'è la voce di Mohammed Bakri, attore e regista arabo-israeliano, autore di Jenin Jenin (2002), documento censurato dallo stato di Israele. C'è, annotato, un lessico. La muraglia che si sta erigendo, ben lungi dall'essere una risposta civile, vuol dire stravolgimento di un territorio, divisione tra palestinesi e palestinesi. Carte di identità valide solo per determinate aree, inflessibilità ai check-point, distruzione dell'hawyia, l'identità – il lemma più ricorrente, lo stesso usato per riferirsi al più burocratico documento d'identità, così da determinare un significativo corto circuito semantico.

Dunque, anche grazie all'impegno sul campo, oltre che per la passione del suo discorso, Marco Dinoi rimarrà punto di riferimento per i suoi studenti e colleghi senesi. Sarà ora particolarmente interessante tenere la sua opera aperta a questo giro di boa delle nuove elezioni americane, che hanno portato un tale esito; sarà sempre più un contributo che ci aiuta a capire meglio il nostro ieri, per un orizzonte più chiaro.


Nelle immagini:
ritratti da Appunti per un lessico palestinese.

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