III Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma – Parlez-moi de la pluie

Sara Orazi - 01.11.2008 testo grande testo normale

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Tags: jaoui, bacri, debbouze

Fa ancora centro l’autrice e attrice Agnès Jaoui con il suo terzo film, Parlez-moi de la pluie, scritto e interpretato insieme al marito Jean-Pierre Bacri come i precedenti Il gusto degli altri (2000) e Così fan tutti (2004, miglior sceneggiatura a Cannes).

Fa ancora centro l'autrice e attrice Agnès Jaoui con il suo terzo film, Parlez-moi de la pluie, scritto e interpretato insieme al marito Jean-Pierre Bacri come i precedenti Il gusto degli altri (2000) e Così fan tutti (2004, miglior sceneggiatura a Cannes). In questo nuovo affresco familiare e sentimentale – forse il più equilibrato tra i tre – la regista francese si conferma raffinata e sagace commediografa: la satira sociale che, dietro il tocco malinconico e lieve, non fa sconti a nessuno si unisce a un intimismo delicato in cui il malessere esistenziale emerge dalle piccole e inevitabili battaglie quotidiane.
Lo scenario si sposta dalla città alla provincia francese, sotto una pioggia primaverile che non concede tregua (il titolo viene da un verso di una canzone di Brassens, “L'orage”, dedicata a un amore nato sotto un acquazzone). Qui Agathe Villanova (Agnès Jaoui), un'intellettuale parigina da poco entrata in politica, torna nella casa della sua infanzia in cui la sorella Florence (Pascale Arbillot) vive con la famiglia e l'anziana domestica Mimouna (Mimouna Hadji). In attesa di partecipare a un comizio, Agathe accetta di raccontarsi in un documentario sulle donne di successo che Michel (Jean-Pierre Bacri), un regista spiantato, ha deciso di girare con l'aiuto di Karim (Jamel Debbouze), il figlio di Mimouna. La pazienza di Agathe è messa a dura prova dai due imbranati reporter, mentre vengono a galla retroscena insospettabili (Michel è da tempo l'amante di Florence), vecchi rancori, malumori, paure, aspirazioni.
Comuni e riconoscibili ma mai stereotipati, i personaggi della coppia Jaoui-Bacri invitano facilmente lo spettatore all'identificazione, svelando con uno sguardo o una battuta le ipocrisie e i reali stati d'animo che tutti tentano di celare dietro la quotidiana messa in scena dei rispettivi ruoli. Taglienti e indulgenti a un tempo, i due autori sembrano sottolineare come alla base dei pregiudizi ci sia soprattutto l'incapacità di guardare al di là delle proprie nevrosi e come, in fondo, vittimismo e egocentrismo siano due facce della stessa medaglia. Agathe è una femminista abituata a combattere, si considera discriminata sessualmente, ma non si accorge che costringendo il suo compagno a seguirla dappertutto e a vederla nei ritagli di tempo si comporta peggio di un marito. Karim vede razzismo ovunque, ma lo usa come alibi per rinunciare alle occasioni che gli si offrono. Michel, inconcludente e perennemente fuori posto, si lamenta sentendosi trascurato dal figlio adolescente. Florence si dispera perché non riesce a lasciare il marito, ma in realtà ha soprattutto paura di perdere la sua tranquillità coniugale. Indipendentemente da sesso, classe sociale e appartenenza politica, nessuno è sufficientemente disposto a riconoscere e accettare la sofferenza degli altri, se ciò significa distogliere gli occhi dalla propria.
Eppure, in questo girotondo di umane fragilità, resiste una dose di calore e sensibilità bastevole a schiudere la possibilità di nuovi inizi, occasioni, felicità. Così, nel finale, Parlez-moi de la pluie stempera il tono potenzialmente doloroso di alcune situazioni in uno sguardo sereno sulla vita e sui suoi imprevedibili sviluppi.

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