III Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma – Il passato è una terra straniera

Sara Orazi - 28.10.2008 testo grande testo normale

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Tags: germano, vicari, carofiglio, terra

Uscendo da un’aula di tribunale, un giovane pubblico ministero (Elio Germano) è avvicinato da una ragazza dall’aria dimessa (Valentina Ludovini): “Non mi riconosci? Sono Antonia…”, gli dice, e quelle poche parole improvvisamente lo trasportano altrove, in un passato lontano ma ancora impresso nella memoria.

Uscendo da un'aula di tribunale, un giovane pubblico ministero (Elio Germano) è avvicinato da una ragazza dall'aria dimessa (Valentina Ludovini): “Non mi riconosci? Sono Antonia…”, gli dice, e quelle poche parole improvvisamente lo trasportano altrove, in un passato lontano ma ancora impresso nella memoria. Così comincia l'ultimo film di Daniele Vicari, costruito come un lungo flashback del protagonista, un viaggio all'indietro che svela il senso di quell'incontro iniziale.
Vediamo il magistrato alcuni anni prima. È Giorgio, uno studente di giurisprudenza, figlio della borghesia barese, avviato a un futuro ordinato e ordinario. La sua insoddisfazione di fondo, poco percepibile dall'esterno e forse anche da lui stesso, emerge in seguito all'incontro casuale con Francesco (Michele Riondino), coetaneo fascinoso e ambiguo, abile giocatore di poker e soprattutto abile baro. Giorgio si lascia introdurre nel mondo del gioco e delle bische clandestine, il suo rendimento universitario e i suoi rapporti con genitori e fidanzata si sgretolano di fronte alla prospettiva di una vita sconosciuta e nuova, fatta di guadagni facili, auto di lusso, ricche signore annoiate e disponibili, cocaina, degrado e incoscienza.
Ottima trasposizione del romanzo omonimo di Gianrico Carofiglio (sceneggiato da Massimo Gaudioso insieme all'autore stesso), Il passato è una terra straniera è la storia nerissima di un'iniziazione aspra e ubriacante, della dissoluzione di un'identità fasulla che lascia il posto solo a un ammasso informe di pulsioni e di desideri intimi e violenti. Al suo terzo lungometraggio di finzione, Vicari mostra un talento maturo e non comune. È notevole lo scenario di una Bari segreta e allucinata, dai contorni sfocati e indecifrabili, così come la continua sovrapposizione tra gli ambienti della società altolocata e il fumo di bische e cantine malfamate. Aiutato da interpreti eccellenti, il regista coglie bene anche le dinamiche psicologiche dei due protagonisti e l'evoluzione del loro rapporto; mette in luce il bisogno di manipolazione e di controllo di Francesco, la sua amoralità nauseante e la sua autoindulgenza, ma sottolinea – e in maniera più netta rispetto al romanzo – come la personalità davvero inquietante sia quella di Giorgio: personaggio abituato a impostare la propria vita sull'autocontrollo, si lascia sprofondare in un'animalità distruttiva che sa di rabbia e di sfogo più che di libertà. Le sue esplosioni di violenza, assai meno prevedibili di quelle di Francesco, lasciano un autentico senso di disagio e di straniamento.
Peccato che, dal punto di vista narrativo, il film non riesca a mantenere un ritmo uniforme e nel finale affretti troppo lo svolgersi degli eventi, privando in parte il racconto del respiro necessario per sostenere l'impatto emotivo di una vicenda umana tanto sgradevole e amara.

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