Il Divo di Paolo Sorrentino, una spettacolare radiografia del Potere

Giulio Ragni - 06.06.2008 testo grande testo normale

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Tags: Cinema, recensione, Sorrentino

Paolo Sorrentino racconta la storia della Prima Repubblica attraverso la controversa figura di Giulio Andreotti, senza svelarne l'enigma. Premio della giuria al 61° Festival di Cannes.

Dopo l'immeritato flop de L'amico di famiglia, un altro regista che non fosse Paolo Sorrentino probabilmente avrebbe cercato di riavvicinarsi al pubblico assecondandone maggiormente i gusti, limando le asperità e gli estremismi, ammorbidendo la propria vocazione autoriale per recuperare il credito perduto: ma il cineasta napoletano conferma di essere un talento formidabile non arretrando minimamente dal proprio percorso, aggiungendo stile a stile, per di più scegliendo un terreno insidioso come la biografia di un personaggio del calibro del senatore a vita Giulio Andreotti, vincendo peraltro la sua scommessa con la critica e il pubblico.

Partendo dai primi anni Novanta, alla vigilia del suo settimo governo, Andreotti viene raccontato tra pubblico e privato, eludendo la cronologia tradizionale per ripercorrere attraverso la sua vita fatti e misfatti della Prima Repubblica, e permettendo a Sorrentino di fare la propria personale analisi sulla metafisica del Potere sulla scia del cinema di Elio Petri, ma riletto con classe e talento figurativo assolutamente unici.
Accanto al registro grottesco infatti, Sorrentino mescola influenze disparate e timbri narrativi spesso agli antipodi: c'è l'inchiesta politica alla Oliver Stone, ma è anche un film assai comico questo Il Divo, che ripropone molte delle celebri battute andreottiane; la lunga scia dei morti ammazzati e la presentazione della corrente della Dc vicina al protagonista fa pensare ai bravi ragazzi scorsesiani – e in una scena si cita addirittura l'incipit de Gli Intoccabili – ibridati con suggestioni horror (Andreotti che cammina avanti e indietro nel buio oppure con la faccia coperta di spilli per l'agopuntura fanno venire in mente Nosferatu), intemperanze brechtiane (il monologo sulla necessità di compiere il male per fare il bene), strepitosi contrasti fra suoni ed immagini, e i consueti, spiazzanti simbolismi.
Ma è soprattutto un film di attori straordinari Il Divo, con una menzione particolare per Anna Bonaiuto e Piera Degli Esposti nei due ruoli femminili principali, la moglie Livia e la segretaria Enea; e poi la corrente andreottiana che vede Carlo Buccirosso, Flavio Bucci, Massimo Popolizio e Giorgio Colangeli, addentrarsi splendidamente nei rispettivi personaggi, in bilico tra mimesi e reinvenzione surreale.
Un discorso a parte merita naturalmente il protagonista Toni Servillo: a Cannes, dove il film ha vinto il Premio della Giuria, il presidente Sean Penn è rimasto stupefatto per come lavora “un grande attore europeo”; ormai sembra quasi stucchevole ripetere quanto sia dannatamente bravo questo attore, di gran lunga il migliore sulla piazza, e basterebbe guardare il lavoro fatto sulla postura, la mimica, la camminata, il tono mellifluo e un po' monocorde della voce, per comprendere quanto siamo lontani dal macchiettismo stile Bagaglino, e quanto dietro la maschera ci sia un interprete sublime che incarna il Potere in tutta la sua sinistra grandezza.

Quel che di certo non riesce a fare il pregevole film di Sorrentino è svelare “l'enigma” Andreotti: chi è davvero Giulio Andreotti? Il pericoloso e oscuro burattinaio custode dei segreti d'Italia, o, come afferma la moglie in una mirabile scena del film, un talentuoso battutista sopravvalutato per intelligenza e cultura? Sorrentino non lo spiega, ma certo subisce tutto il fascino della figura di Andreotti e noi spettatori con lui, ipnotizzati dalla terribile e sontuosa grandezza di un personaggio e un film che non si dimenticano.

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