Viaggio al centro di Gomorra
Paolo Massa - 25.05.2008

Tags: gomorra, matteo garrone, roberto saviano, cannes
Per chi ha già letto il libro Gomorra del giovane (e sotto scorta armata) scrittore napoletano Roberto Saviano, il nuovo film (Gomorra, appunto) del regista italiano Matteo Garrone, vincitore del Gran Premio della Giuria alla 61ma edizione del Festival di Cannes, rappresenta un’opera complementare, e con una sua autonomia stilistica e di contenuto, rispetto alle terribili pagine del libro, tradotto fino ad ora in 33 paesi diversi in giro per il mondo.

Per chi ha già letto il libro Gomorra del giovane (e sotto scorta armata) scrittore napoletano Roberto Saviano, il nuovo film (Gomorra, appunto) del regista italiano Matteo Garrone, vincitore del Gran Premio della Giuria alla 61ma edizione del Festival di Cannes, rappresenta un'opera complementare, e con una sua autonomia stilistica e di contenuto, rispetto alle terribili pagine del libro, pubblicato fino ad ora in 33 paesi diversi in giro per il mondo.
E proprio in questo risiede il maggior punto di forza della sorprendente (e quasi per niente consolatoria) pellicola di Garrone, che insieme agli sceneggiatori Maurizio Braucci, Ugo Chiti, Massimo Gaudioso (compreso Roberto Saviano) ha estrapolato dal libro alcune delle storie narrate dall'autore. Storie che rinascono come nuove sullo schermo, e che in questa rinascita cinematografica trovano la strada giusta per mostrarci, senza censure di sorta e con la massima violenza possibile, l'umanità e la disumanità in terra di camorra. Una terra dove uomini, donne e bambini partecipano tutti (chi consapevolmente, chi meno) allo spettacolo macabro di uno stillicidio continuo e senza appello. Proprio quando non se l'aspetta, lo spettatore viene tramortito dal rumore assordante di più spari, e senza nemmeno accorgersene si ritrova ad assistere alla solita carneficina in stile camorristico. Sono diverse, e tutte senza pietà, le scene in cui è la morte violenta la vera protagonista del film, quando a morire può essere un ragazzo, o anche una donna.
La camorra non guarda in faccia nessuno, sembra suggerirci il regista, che con un'estrema lucidità stilistica non concede nulla a noi spettatori, costretti dall'inizio alla fine ad assorbire ogni singola sequenza (recitata tra l'altro in dialetto napoletano molto stretto) attraverso la mediazione dei sottotitoli in italiano e dei volti scavati, increduli, sofferenti e senza scrupoli dei vari personaggi. E dall'intermediario (interpretato alla perfezione da un freddo Toni Servillo) che ricicla illegalmente i rifiuti tossici del nord nel sud Italia, fino ai due ragazzi della periferia napoletana che passano il tempo copiando rapine dai film di genere americani e sparando in aria come in un videogioco, sono questi personaggi (ognuno protagonista delle varie storie narrate, che pur non intrecciandosi hanno come sfondo lo stesso contesto di degrado morale) a dare quel valore aggiunto al film di Garrone. Che partendo dal basso, da quegli strati sociali dove la camorra rappresenta tanto una speranza (economica) quanto una condanna (morale), ci mostra la vita quotidiana, quella vera, vissuta all'ombra delle vele di Scampia e di tutti quei rifiuti tossici interrati nelle cave (ma anche nelle terre coltivate) del napoletano e del casertano.
Gomorra è un film potente, di non immediata comprensione (soprattutto quando si accenna alla faida tra scissionisti e il clan Di Lauro) a spettatori che non conoscano già la cronaca insanguinata della Campania, ma con una forza visiva capace di trasportarci fin dentro l'inferno sociale splendidamente descritto da Roberto Saviano, e ora ancor più palese così impresso senza sbavature sugli schermi di casa nostra (e non solo).
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